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    Silvio Berlusconi

    Silvio Berlusconi: vent'anni in cui tutta la politica italiana girò soltanto attorno a lui

    © AP Photo/ Luca Bruno
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    Dario Rivolta
    201204136

    C’è chi entra nella storia, o almeno nella cronaca, suo malgrado e chi ci entra senza nemmeno averlo sperato, solo perché le circostanze l’hanno visto proprio lì e in quel momento. C’e’ però anche chi si troverà parte della storia del suo Paese avendolo desiderato fin da bambino e sapendo che ci sarebbe riuscito.

    Era certamente impossibile prevedere in quale modo ciò sarebbe avvenuto, ma per certe persone è come una vocazione, qualcosa che s'impone nella testa, un destino che attende solo di realizzarsi.

    E' questo' il caso di Silvio Berlusconi che, a ottanta anni e con ancora tanti progetti in corso, è già diventato uno dei protagonisti della storia della nostra Repubblica, un uomo di cui si occuperanno gli storici per i decenni futuri.

    Certo, nemmeno lui sapeva fin dall'inizio quali sarebbero state le strade che avrebbe percorso, quali le scelte che avrebbe fatto e quali le dimensioni dei suoi successi, ma, inconsciamente, si sentiva chiamato a un ruolo che lo avrebbe spinto al di sopra di tanti altri.

    Come si è svolta o come si declinerà la nostra vita non dipende solo da noi. Anche le caratteristiche principali del nostro carattere ci sono date gia' prima della nascita e le circostanze contingenti in cui ci troveremo faranno sì che, di là dei nostri desiderata, i nostri giorni passeranno in un modo o in un altro totalmente diverso. Perfino le scelte che faremo saranno condizionate dalle opzioni che ci saranno offerte e tutti noi conosciamo persone eccellenti che non hanno avuto fortuna e altre che, pur nella loro assoluta mediocrità, hanno invece ottenuto onori e ricchezze.

    A volte, invece, qualità e circostanze favorevoli coincidono e consentono a chi ha le giuste caratteristiche di realizzare i propri sogni. O il proprio destino.

    Berlusconi
    © Sputnik. Vitaly Podvitsky
    Berlusconi

    Silvio Berlusconi, lo ricordano i suoi compagni di gioventù, fu, fin da ragazzo, quello che gli psicologi definiscono un "capo naturale", cioè un tipo che, senza prepotenze ne' forzature, in ogni gruppo veniva riconosciuto quale punto di riferimento. Il fatto di essere figlio di un funzionario di banca diligente e ambizioso, di essere stato fatto studiare in una scuola severa e di essere cresciuto nel clima sociale ed economico della "ricostruzione" del dopoguerra l'ha aiutato a sviluppare un istinto imprenditoriale che ha messo a frutto nel modo eccellente che tutti gli riconoscono. Essere naturalmente simpatico e di gradevole aspetto lo ha facilitato nel rapporto con uomini e donne e ne ha fatto un ottimo "venditore" di se stesso. La scioltezza nel linguaggio, una buona base culturale e una certa furbizia han fatto il resto.

    I suoi nemici politici hanno sostenuto che sia entrato nell'arena politica solo per problemi finanziari legati alla situazione delle sue aziende in quel momento, ma chi lo pensa davvero o non lo conosce o è in malafede. E' naturale che dietro le scelte importanti che noi facciamo ci siano sempre più motivazioni coesistenti tra loro e non si puo' escludere che anche qualche ragione "imprenditoriale" lo possa aver spinto. Ma chi lo conosce da vicino sa che, per quanto importantissime per lui, le sue imprese non esaurivano tutti i suoi pensieri.

    Se si fosse trattato solo di una scelta economica, per esempio, avrebbe sì comprato il Milan per fare sinergie con le televisioni, ma avrebbe evitato il rischio di assumerne la Presidenza in prima persona. Suo padre, Confalonieri e altri, consci di come l'amore dei tifosi sia aleatorio e possa trasformarsi in ostilità, gli avevano suggerito di rimanere dietro le quinte, lasciando ad altri il ruolo più esposto. Se non seguì i consigli, fu anche perché "sentiva" che, dopo i successi economici gia' riscossi, la sua ulteriore sfida avrebbe dovuto essere molto più "pubblica". E così fece.

    Wikileaks
    © REUTERS/ Toby Melville

    Offrirsi alla politica era lo sbocco naturale al suo desiderio di ricevere pubblici attestati d'amore. Lo fece convinto di risuscitare un Paese che aveva perso la fiducia in se stesso dopo la tangentopoli che aveva falcidiato un'intera classe politica. E anche perché, nel suo viscerale anticomunismo, si rendeva conto che il vecchio PCI sarebbe stato l'unico a pasteggiare sulle ceneri degli altri partiti. Questo non poteva accettarlo.

    Anche chi è rimasto deluso dai suoi vent'anni di prim'attore in quel "teatrino" che lui stesso un tempo dileggiava gli riconosce che, senza il suo intervento, l'Italia sarebbe stata preda della "gioiosa macchina da guerra" di Occhetto.

    Gli riuscì di vincere, contro tutte le previsioni fatte prima della sua "discesa in campo". Tuttavia, appena arrivato al potere, cominciò a rendersi conto di aver affrontato un compito ben diverso da quanto si aspettava.

    Da un lato i suoi nemici scatenarono una campagna di demonizzazione che avrebbe ucciso chiunque meno motivato di lui. Dall'altro, partì l'azione dei magistrati e fu talmente aggressiva che solo il futuro ci dirà (forse) quanto fossero veramente in buona fede e quanto invece politicamente motivati.

    Oltre a ciò, dovette rendersi conto che governare un Paese è molto più complicato che creare un'azienda di successo perché non si ha a che fare con clienti o dipendenti bensì con avversari senza scrupoli, concorrenti "interni" e burocrati sordi e inamovibili.  Che sia stato dunque per gli ostacoli che gli furono posti o per sua incapacità o per entrambe le cose, le riforme da lui più volte promesse attendono ancora di essere iniziate e la fiducia datagli dai suoi elettori è andata via via scemando con gli anni.

    Non che i suoi oppositori abbiano saputo offrire vere alternative: la loro unica ragione di stare insieme e l'unica identità collettiva che han saputo trovare è stata quella di essere contro di lui e l'anti-berlusconismo l'unica loro proposta politica. Il risultato fu che passarono venti anni in cui tutta la politica italiana girò soltanto attorno a lui: o si era con Silvio o si era contro, Tertium non datur.

    Oggi, a ottanta anni compiuti il 29 settembre, il leone è ancora in pista e, pur se disarcionato dal non potersi presentare in prima persona, amici e nemici continuano a guardare verso di lui per sapere cosa intende fare e quali ordini darà ai suoi seguaci. Si sa, gli anni passano per tutti e, per quanto in forma fisica accettabile, non puo' più essere quello  pronto a ricominciare a lavorare anche quando gli altri erano gia' distrutti dalla stanchezza.

    Chi ha perso la speranza che l'Italia con lui sarebbe veramente rinata si guarda intorno spaesato e in gran parte si rifugia nel non voto. Chi ancora gli crede incolpa coloro che l'hanno dapprima ostacolato e poi azzoppato politicamente e continua ad attendere le istruzioni sul cosa fare. Chi sta peggio di tutti però sono i suoi avversari: se Silvio si facesse veramente da parte, quale altro collante potrebbero inventare? Quale nuova parola d'ordine? Quali nuove idee per trovare un'identità'se non c'e' un Berlusconi da accusare per ogni male?

    Per fortuna di tutti, amici e nemici, Silvio è ancora lì e il suo protagonismo un po' egocentrico continua a non permettere, di là di "delfini" annunciati e poi bruciati, che qualcuno possa prescindere da lui.

    Nel bene e nel male, fa gia' parte della storia di questo Paese e ancora tutti ci chiediamo con quali nuove trovate ci sorprenderà.

    Buon compleanno, dottor Berlusconi!

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

    Tags:
    politica, compleanno, Silvio Berlusconi, Italia
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