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    Il discorso di Barack Obama all'Assemblea Generale ONU

    Grazie a Obama, ormai all'ONU si potrà dire tutto e il contrario di tutto

    © REUTERS/ Kevin Lamarque
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    Marco Fontana
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    Constatiamo con amarezza che all'assemblea delle Nazioni Unite si possa ormai affermare, nell'indifferenza generale, tutto e il contrario di tutto.

    Nessuno si solleva sdegnato per invitare l'oratore a moderarsi e a tornare nel "recinto ideale" della verità, o almeno della verosimiglianza storica. Chi la chiama democrazia, chi libertà di parola, e invece è solo la legge del più forte. È proprio questa la fotografia del recente show di Obama di fronte ai membri dell'ONU. A sentire il Presidente americano, soltanto gli Stati Uniti hanno a cuore il bene del mondo, per cui è a loro che spetta l'infallibilità delle intenzioni e pure quella delle azioni.

    In apertura di discorso, Obama dice che "l'integrazione della nostra economia globale ha reso la vita migliore per miliardi di uomini, donne e bambini e che  l'anno scorso la povertà negli Stati Uniti è scesa al tasso più veloce in quasi 50 anni".

    Sarà pur vero, ma l'Urban Institute ha realizzato in 10 comunità povere, anche in grandi città come Chicago, Los Angeles e Washington, uno studio in cui dimostra l'esatto opposto: è sempre più diffusa la tendenza degli adolescenti a prostituirsi, rubare e spacciare droga per poter mangiare. Sul fronte della salute, poi, un'altra ricerca certifica che 6,8 milioni di ragazzi tra 10 e 17 anni vivono in famiglie in condizioni di insicurezza alimentare, mentre paradossalmente l'obesità è aumentata dal 32% al 38%.

    Ma non importa, perché Obama ha detto che "una persona nata oggi è più probabile che sia in buona salute, a vivere più a lungo, e di avere accesso alle opportunità che in qualsiasi momento nella storia umana".

    Sul fronte economico, poi, l'ottimismo del Presidente pare assai fragile: il progressivo impoverimento della società americana è una realtà sempre più evidente. Obama farebbe bene a cambiare il suo slogan da "I can" a "I could"…

    Ma a prescindere dalle menzogne che racconta ai giovani e agli ingenui — una questione prettamente interna che potranno regolare gli elettori statunitensi alle prossime elezioni — sono le sue parole sul mondo esterno che ci spaventano e ci ripugnano.

    "Se la Russia continua a interferire negli affari dei suoi vicini, potrà essere popolare in patria, potrà alimentare il fervore nazionalista per un certo tempo, ma a lungo andare finirà per indebolire il suo status e rendere i suoi confini meno sicuri". Non si può leggere questa affermazione se non in collegamento a quanto detto dallo stesso Obama nel discorso all'ONU del 2014, in cui parlando dell'Ucraina ha dichiarato di essere contrario ad "una visione del mondo in cui il potere è diritto, un mondo in cui i confini di una nazione possono essere ridisegnati da un altro e i civili non sono autorizzati a recuperare i resti dei lori cari a causa della verità che potrebbe essere rivelata".

    E' desolante constatare come l'ingerenza in affari altrui e l'occultamento delle prove siano in verità il vizio di zio Sam e di alcuni suoi alleati. Basterebbe soltanto citare come Obama abbia provato a ridisegnare il Medioriente con le Primavere Arabe pilotate o ragionare sulla tragedia del volo Metrojet caduto in Egitto: per quanto tempo sono stati secretati i dati dell'aereo? E ancora oggi non si sono chiarite le ragioni dell'incidente anche per le reticenze di quel Paese alleato di Obama. In un contesto del genere, le accuse mosse dal Nobel per la Pace hanno l'odore marcio della propaganda e si accartocciano nella spirale del doppiopesismo. Il Presidente uscente ha bisogno di un altro nemico da affibbiare al suo popolo e pensa di averlo trovato nella Russia: ne ha bisogno per coprire i fallimenti della sua politica interna ed estera.

    Altra perla di ipocrisia: "è ovvio che l'integrazione globale abbia portato a una collisione di culture; commercio, migrazione, Internet, tutte queste cose possono sfidare e destabilizzare le nostre identità più care".

    Ma chi, se non il modello americano, ha portato la globalizzazione e la nichilizzazione delle comunità e dell'animo umano? Pronunciata da un Presidente USA, esce stonata anche questa affermazione:

    "credo che l'America sia stata una superpotenza rara nella storia umana nella misura in cui è stata disposto a pensare al di là del suo mero interesse".

    E chi più degli Stati Uniti ha portato la guerra in tutto il mondo per curare i suoi guadagni economici e geopolitici? Da quale pulpito si pensa di essere gli unici portatori ed estensori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e della libertà? Quale superiorità morale può avere uno Stato che nei confronti dei suoi stessi alleati ne spia i politici, suggerisce ai loro popoli cosa votare a un referendum e incrementa sui loro territori la presenza militare? Infine, è superfluo citare nel  discorso di Obama le velate minacce verso la Russia, rea di non volersi allineare alla visione del mondo dettata da Washington. Ormai con la sua ultima performance all'ONU, Obama ha creato un precedente pericoloso: domani chiunque potrà alzarsi e affermare qualunque sciocchezza o qualunque parola intimidatoria, senza aver paura di essere biasimato.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

    Tags:
    Economia, Assemblea generale delle Nazioni Unite, ONU, Barack Obama, USA
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