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    Dilma Rousseff el'allora vice presidente Michel Temer nel 2014

    Dilma è defenestrata. Il Brasile allo sbando

    © REUTERS/ Ueslei Marcelino
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    Giulietto Chiesa
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    Dopo 13 anni il Partito dei Lavoratori viene estromesso dal potere in Brasile. Dilma Rousseff è defenestrata con una schiacciante maggioranza di 61 contro venti voti.

    Dopo 13 anni il Partito dei Lavoratori viene estromesso dal potere in Brasile. Dilma Rousseff è defenestrata con una schiacciante maggioranza di 61 contro venti voti. La democrazia brasiliana è nuovamente allo sbando. Si può dirlo senza tema di smentita, poiché chi sostituisce Dilma nei prossimi quasi due anni, il vice presidente Michel Temer, non solo non è in nessun senso un "uomo nuovo", ma è arnese della corruzione profonda che attanaglia il paese.

    Che succederà ora è difficile da prevedere. I governi Lula e Rousseff  - per quanto tutt'altro che immuni dalla piaga della corruzione —hanno tuttavia realizzato un gigantesco flusso del reddito nazionale verso gli strati più poveri della popolazione.  E il loro seguito  di elettori rimane.  E probabilmente non si arrenderà. E si tratta di decine di milioni di cittadini che sono stati portati fuori dalla fame e dalla miseria, in termini di istruzione, di sanità, di abitazione e di lavoro: questo è l'immenso esercito che portò alla rielezione di Dilma. 

    Lo sviluppo economico impetuoso di questi anni, che ha portato il paese alla ribalta mondiale, e lo ha fatto entrare nel vertice del BRICS (Brasile, Russia, Indica, Cina, Sud Africa), ha fatto crescere, non meno impetuosamente, un ceto medio prima inesistente. Le esigenze dei poveri e dei nuovi benestanti potevano essere soddisfatte solo a condizione di una crescita economica e sociale duratura. Il crollo dei mercati di materie prime, conseguente al drastico rallentamento della crescita cinese, ha posto fine a  questa crescita, ovvero l'ha seccamente ridimensionata. Ma non ha ridotto le pretese dei nuovi benestanti, né la spinta dal basso verso la giustizia sociale. Le une e l'altra sono entrate in collisione. La torta petrolifera si è improvvisamente rivelata troppo piccola per soddisfarle entrambe.


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    Tanto più che il petrolio, sotto le vesti dell'azienda nazionale principale, Petrobras, veniva trattato dalle classi dirigenti, incluso il partito di Roussef e Lula,  come una mucca da mungere a più non posso.  Mentre le istituzioni democratiche poco sperimentate si sono rivelate incapaci di reggere il peso del conflitto. Il grande vicino nord-americano, rimasto appisolato per un quindicennio, si è risvegliato (o è stato costretto a risvegliarsi) quando il Brasile ha scelto il nascente blocco economico alternativo al "consenso washingtoniano". E l'offensiva interna della nuova e famelica borghesia ha trovato alleati e voci d'incoraggiamento a Washington.

    Così si è arrivati al secondo "cambio a destra" latino-americano, dopo quello di Buenos Aires, con l'uscita di scena della dinastia dei Kirchner. La responsabilità della leadership del Partito dei lavoratori è evidente, ed è una delle componenti del disastro in corso. Inoltre, sia Lula che Dilma, timorosi di essere accusati di voler limitare le libertà civili, non hanno fatto nulla, in sostanza, per modificare il mercato dell'informazione e della comunicazione interna. Tutti i maggiori media brasiliani  si sono configurati come una possente macchina di opposizione al governo. La cui voce  è rimasta  legata al sostegno delle classi povere, ma mute. Si è riproposta in Brasile, su scala ancora maggiore, la situazione che ha messo alle strette Maduro in Venezuela e la Kirchner in Argentina.

    Ora per il Grande Fratello di nord, riportare il proprio ordine in America Latina sarà più facile. Ma senza sviluppo neanche Washington potrà esercitare in pieno la propria egemonia. L'unico risultato tangibile per l'America sarà l'uscita del Brasile dal BRICS, che non tarderà a verificarsi.  


     

     

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    Impeachment contro Dilma Rousseff, Brasile
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