15:30 16 Luglio 2020
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Non sappiamo fino a che punto potrà spingersi né quanto e se durerà l’accordo della Turchia con la Russia, l’Iran e il governo di Damasco. Ciò che, invece, appare chiaro è che chi potrà rimetterci saranno, ben presto, i curdi di Siria.

Ai russi non creerebbero alcun problema e avevano perfino favorito che aprissero un loro ufficio di rappresentanza a Mosca: anche loro, come gli americani, avevano contato sui Peshmerga siriani per la guerra contro gli integralisti dell'ISIS.  Non li vedono però allo stesso modo tutti gli altri tre soggetti.

I turchi, già da tempo, hanno identificato le Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), cioè le forze combattenti del partito curdo-siriano PYD, come una emanazione del PKK e quindi li considerano un gruppo terrorista. Anche recentemente hanno bombardato con l'artiglieria uno dei loro villaggi in territorio siriano perché' guardano con sospetto ogni successo militare e ogni nuova conquista di territorio. Ciò che Ankara teme è che l'avanzata dell'YPG e il suo installarsi nelle zone conquistate sia la premessa per la futura rivendicazione di una nuova Regione Autonoma curda o, addirittura, di uno staterello indipendente. Dal loro punto di vista, tale ipotesi è giudicata particolarmente pericolosa perché una seconda entità curda ai propri confini non potrebbe che aumentare le rivendicazioni dei curdi di Turchia, fino ad incoraggiarli verso una possibile secessione. Non a caso, il supporto americano con aiuti in armi e logistica alle forze curde costituisce oggi la principale ragione del dissidio tra Turchia e Stati Uniti. Almeno quanto lo è la questione dell'estradizione di Fetullah Gulen. Il cambio dell'atteggiamento russo verso i curdi, anche se niente a tale proposito è stato ufficialmente comunicato dopo l'incontro di Erdogan con Putin a San Pietroburgo, è certamente stato una delle condizioni richieste da Ankara per la finalizzazione dell'accordo tra i due Paesi.

L'Iran ha lo stesso timore nei confronti del successo dei curdi sui campi di battaglia perché, soprattutto considerando il riavvampare della guerriglia curda nel nord dell'Iran, la nascita di una realtà curda in Siria che si aggiungerebbe a quella già esistente in Iraq complicherebbe di molto il rapporto di Teheran con questa sua minoranza etnica.

Il governo di Damasco si trova in una posizione ancora più complessa. Sin dagli albori della guerra civile, i curdi han tenuto verso il governo centrale un atteggiamento di semi neutralità e davanti all'avanzata dell'ISIS o d'altri gruppi confessionali vi si sono opposti creando una loro milizia che ben presto è passata all'offensiva. Ciò aveva consentito alle forze lealiste di disimpegnare uomini e mezzi dalle aree curde per concentrarle in azioni mirate contro tutte le altre bande ribelli. Da Kobane in poi, l'avanzata dell'YPG verso ovest e la loro conquista di numerosi villaggi occupati precedentemente dall'ISIS è stata vista con favore dal governo di Assad, almeno fino a quando l'aiuto dell'aviazione russa e la conseguente prospettiva della sconfitta dello Stato Islamico ha obbligato a far pensare al dopo. L'eliminazione dell'ISIS e l'evidente ridimensionamento di al Nusra e delle altre forze ribelli lascia intravedere un futuro che confermi il permanere al potere dell'attuale oligarchia alawita (che Assad personalmente resti o no e, se sì, per quanto tempo, è fattore secondario), e l'accordo di Ankara con Mosca e Teheran lo rende praticamente una certezza.  

È però evidente che, anche una volta sconfitti gli insorti, i curdi non hanno alcuna intenzione di ritirarsi dalle zone conquistate e questo significherebbe il venir meno della totale sovranità di Damasco su tutto il suo territorio. È proprio per questo motivo, cioè per fermare l'avanzata curda, che i Turchi sono intervenuti direttamente con la loro aviazione su Jarabulus e i siriani hanno mandato la propria contro la provincia di Al Hasaka, già occupata dall'YPG. L'obiettivo di entrambi, in questo caso, non era più lo sconfiggere i fanatici islamici ma impedire l'espandersi del controllo curdo. Il problema di Damasco, tuttavia, è che, almeno per ora, una totale rottura con i Peshmerga nuocerebbe alla possibile riconquista di Aleppo da parte dei lealisti. Dopo la conquista di Mani, i curdi sono avanzati verso Aleppo e la loro presenza in quella zona è attualmente indispensabile per impegnare le forze dello Stato Islamico distraendone una parte dalla battaglia principale. Se il sostegno curdo venisse meno troppo presto, tutto diventerebbe molto più complicato per l'esito della guerra. Attorno ad Aleppo, per la sua importanza strategica e simbolica, si è scatenata la battaglia delle battaglie ed il contributo curdo in questo confronto è ritenuto indispensabile sia dai russi che dalle truppe di al Assad.

Anche gli americani, dal canto loro, continuano ad usare le forze curde come fossero la loro forza di terra ma anch'essi, considerata la situazione attuale nel medio oriente, non potranno certo favorire le future rivendicazioni autonomiste.

L'ultimo soggetto maggiormente coinvolto nella complicatissima situazione è il Governo Regionale Curdo di Erbil, oggi dominato dal PDK di Barzani.  Prima dello scoppio del conflitto questa Regione ha avuto uno sviluppo economico e sociale formidabile e ciò è stato possibile anche dalla lungimiranza dei suoi politici che hanno visto nella Turchia una sponda per contrastare l'invadenza di Baghdad e un canale di transito, l'unico possibile, per le merci (tra cui gas e petrolio) in entrata e in uscita. Barzani si è recato in questi giorni a Ankara per incontrare Erdogan, il Primo Ministro e il Ministro degli esteri e non vi è certo andato per perorare la causa dei curdi di Siria. I curdo-iracheni han troppo bisogno, oggi, della Turchia per mettersela contro e non c'è da aspettarsi che PYD e YPG possano contare su un loro sostegno. Occorre aggiungere che, per motivi politici interni, Barzani ha annunciato un referendum consultivo sull'indipendenza da Baghdad e ha bisogno di tranquillizzare i turchi mostrando la sua disponibilità a collaborare.

Il risultato di tutti questi intrecci è che i conflitti non finiranno anche qualora l'ISIS fosse definitivamente sconfitto. Immediatamente, se non addirittura prima, si aprirà il problema di cosa fare con i curdi di Siria e non è detto che sarà possibile trovare una soluzione pacifica.

Una volta di più, dovremo convincerci che in Medio oriente nulla è dato una volta per tutte e che perfino la differenza tra amici e nemici resta sempre confusa ed aleatoria.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
curdi, crisi in Siria, YPG, Siria, Turchia
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