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10:06 19 Luglio 2019
Militare italiano

Difesa e guerra, in Italia è tabù

© AFP 2019 / JEAN CHRISTOPHE MAGNENET
Opinioni
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Tatiana Santi
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Un esercito europeo è un sogno di lunga data, ma dopo l’uscita dall’Ue della Gran Bretagna, la questione ritorna a galla. L’Italia propone infatti uno “schengen della Difesa”. Un progetto interessante e quanto mai attuale, vista la confusa missione in Libia e un’Italia dove la Difesa e la guerra sono dei tabù.

I ministri della Difesa e degli Esteri Pinotti e Gentiloni in un intervento al quotidiano francese Le Monde lanciano l'appello per la creazione di una sorta di "Unione per la Difesa" europea. In effetti, di fronte la minaccia di Daesh e ai dossier caldi come la Libia, dove ogni Paese fa un po'di testa sua, manca una strategia comune europea.

A proposito di strategie, la posizione dell'Italia nella questione libica è a dir poco confusa: dopo il rumoroso caso delle basi di Sigonella, ora circolano voci secondo cui sarebbero operative sul campo anche le forze speciali italiane. Com'è noto però in Italia meno si parla di Difesa e di guerra meglio è. Mentre nella missione libica, in teoria a guida italiana, regna la confusione, i politici possono tranquillamente andare in vacanza.

Uno "schengen della Difesa" sarebbe fattibile? E perché parlare di Difesa è così scomodo in Italia? Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Andrea Cucco, direttore di Difesa Online.

— Schengen della Difesa. Si parla da decenni di un possibile esercito europeo e progetti simili. Andrea, è realizzabile secondo te, che cosa ne pensi?

Andrea Cucco
© Foto : ffoto fornita da Andrea Cucco
Andrea Cucco

— Innanzitutto non è una novità al di là della notizia. Si sono fatti progetti su forze multinazionali europee da parecchi tempi. Una per esempio è la forza multinazionale italo-francese, resa operativa l'anno scorso, fra gli alpini della Taurinense e gli Chasseurs alpins francesi. Lo scopo del progetto è di avere diverse dimensioni di forze multinazionali operative nel continente.

Al di là dello slogan politico, non è una novità. Fino a poco tempo fa ero piuttosto scettico e contrario a certe iniziative perché non erano coerenti con la politica sul campo per i singoli Paesi. La Libia ne è un esempio. Per contro, ultimamente ho iniziato a realizzare che di fatto missioni come quelle di contrasto dei trafficanti di esseri umani al largo della Libia con i militari che vi partecipano, rappresentano un'unità che non c'è magari a livello politico. La forza militare così ha supplito divisioni politiche con un'unità di intenti sul campo. I militari rappresentano il collegamento fra pensiero ed azione che in politica non c'è.

— Una possibile "unione militare" potrebbe quindi a tuo avviso essere un passo verso un'Unione europea più politica?

— Sul campo in Europa è piuttosto complicato a partire dalla lingua. Ora nel caso della brigata italo-francese non hanno fatto torto a nessuno: gli italiani hanno imparato il francese e i francesi l'italiano. A livello NATO le lingue sono l'inglese e il francese. A livello tecnico è complicato mettere assieme forze diverse. Se si vuole partecipare a diverse missioni ogni Paese può dare le proprie forze in maniera indipendente.

— Uno "schengen militare" europeo potrebbe anche dare all'Europa più indipendenza dalla NATO?

— Bisogna vedere innanzitutto quali nazioni parteciperanno a quest'unione. Se si tratterà di Paesi facenti parte anche della NATO non sarà un problema mantenere una certa coerenza a livello NATO. C'è da dire che anche nella stessa NATO non c'è un'unità di visione nei confronti di molte politiche estere. L'Alleanza Atlantica sta vivendo una certa crisi, vedi il caso della Turchia. Dovrà essere rivista la NATO stessa probabilmente con un sano riassetto dei partecipanti.

— In questo periodo di minacce terroristiche e focolai di guerra vicini all'Italia, la Difesa dovrebbe essere un tema importantissimo. In Italia però è un tabù, come anche il tema delle armi e della guerra. Perché?

— Perché è un timore storico da parte della politica. Ho fondato 3 anni fa un giornale che si occupa di Difesa e geopolitica. Con mia enorme sorpresa ho scoperto che i lettori e gli appassionati sono stati molto più numerosi di quanto potessi immaginare. Le persone che seguono il giornale sono molto più aperte a conoscere temi militari di quanto molti si aspettano.

Il dramma in Italia è che si è sempre preferito evitare di parlare su questi temi per paura di trovarsi in piazza folle a manifestare contro. È un tabù superato dalla presa di coscienza della gente, che sicuramente è più avanti di quanto ci aspettiamo. Un altro aspetto importante è l'industria della Difesa e l'apporto economico che ha per il PIL del Paese. La nostra industria della Difesa potrebbe fare molto di più a differenza di altri Paesi che non hanno alcun problema a essere orgogliosi delle vendite delle proprie armi all'estero. Potrebbe essere il doppio l'apporto al PIL del Paese dato dall'industria della Difesa.

— A livello di strategie militari in Italia vi è molta confusione. Girano voci che in Libia operino forze speciali italiane, il governo tace. Perché l'Italia non prende una posizione chiara in merito?

— Perché in Italia è politicamente scomodo parlare di Difesa e militari. Nonostante la gente sia pronta a prendere coscienza di quello che succede sul terreno, ci sono politici e ricercatori di scandali professionisti che non vedono l'ora di attaccare qualsiasi governo sia in carica. Si preferisce non parlarne. Il fatto che ci siano forze speciali sul terreno è un segreto di pulcinella. Mi sorprenderebbe il contrario. In altre parti del mondo se ne parla in maniera scontata, da noi bisogna nasconderlo. Da noi i soldati che sono andati in Afghanistan e si sono beccati le pallottole dei talebani, hanno dovuto raccontare solo che aprivano scuole e inauguravano ospedali. La realtà sul campo non la vogliamo raccontare.

— Perché il governo non vuole parlarne a tuo avviso?

— Posso fare un esempio di un governo passato che si reggeva sul voto di pochi deputati. Durante un paio d'anni ci fu l'ordine di non mandare nessun giornalista nei teatri operativi di guerra, perché qualsiasi evento, scandalo e polemica avrebbe fatto cadere il governo.

Per esempio negli Stati Uniti l'appoggio dell'opinione pubblica sarebbe scontato nei confronti di una missione militare, per evitare di avere pugnalate alle spalle. Da noi è il contrario: nel momento in cui si decide di andare in una direzione, i primi da temere non sono i nemici che hai davanti, ma chi hai dietro le spalle. In questo siamo più o meno unici al mondo purtroppo.

Tornando al tema della Libia, lì è di fondamentale importanza una missione che unisca. Politicamente tutti i Paesi che fanno parte della missione stanno dalla parte di varie fazioni, chi con Haftar chi con al-Serraj. Con le varie forze speciali distribuite non c'è unità politica. In questo contesto, progetti come lo "schengen europeo" sarebbero fondamentali, perché rappresentano l'unico momento di unità. Il vero dramma sarà quando una volta sconfitto Daesh a Sirte, le fazioni, sostenute tutte da diversi Paesi europei, inizieranno a spararsi fra loro…

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Schengen della Difesa, Difesa, Italia
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