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    Migranti in Europa

    Basta migranti! Si può dire che non ne possiamo più?

    © REUTERS/ Alkis Konstantinidis
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    Mario Sommossa
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    Non so come ciascuno di voi mi giudicherà, ma devo fare una confessione pubblica: non ne posso più di tutti quei “buoni” che continuano a ripeterci che i migranti che arrivano nei nostri Paesi sono una risorsa.

    Non sopporto più tutti quelli che ci dicono che le centinaia di migliaia di stranieri che entrano illegalmente in Italia risolveranno il disavanzo delle nostre pensioni e della denatalità'. Ancora meno riesco a trattenere la mia insofferenza quando qualcuno, ancora più "buono" degli altri, ci dice che costoro non sono nemmeno un problema, ma costituiscono per noi addirittura un "dono".

    Parliamoci chiaro: il fenomeno dei flussi migratori non è qualcosa che possa essere risolto con una bacchetta magica o con l'idea geniale di qualche demagogo. L'ONU stima che i migranti, a qualunque titolo, nel mondo sono almeno 240 milioni e gli sfollati, i rifugiati o richiedenti asilo arrivano a sessanta milioni. Non dobbiamo nemmeno illuderci di essere, noi europei, il luogo di destinazione maggiormente desiderato da tutti costoro. Folle che si sono spostate da una parte all'altra del mondo, qualunque fosse il motivo, ci sono sempre state e anche oggi ci sono centinaia di migliaia di persone che, soprattutto per ragioni economiche, emigrano, ad esempio, dall'Indonesia verso la Malesia, dal Mozambico al Sudafrica, dalla Somalia al Kenia, dalla Birmania alla Tailandia o alla Malesia, dall'America centrale agli Stati Uniti e chi più ne ha più ne metta.

    Basta ricordare i quasi tre milioni di vietnamiti che, alla caduta di Saigon, fuggirono dal loro Paese per una destinazione qualunque. Molti di loro lo fecero con barconi instabili e qualche centinaia di migliaia non arrivò mai a destinazione. Distinguere tra "perseguitati", "profughi" e "migranti economici", cosa che qualche analista e qualche politico si ritengono obbligati a fare per fingere di controllare il fenomeno, è fuorviante: salvo rarissime eccezioni, si tratta sempre di persone che, comprensibilmente, sperano soltanto di trovare altrove per se e per i propri figli una vita più meritevole di essere vissuta.

    Oggettivamente, l'Europa è toccata in misura ridotta da questo fenomeno, anche se l'impatto psicologico e l'apparenza danno un'altra impressione. Solo per limitarci alla nostra zona del mondo, chi negli ultimi tre anni ha avuto un flusso d'immigrazioni incontrollate più alto sono: la Turchia con 1,84 milioni, il Pakistan con 1,5, il Libano con 1,2.  Se consideriamo anche le migrazioni interne, il record spetta all'Iraq con più di tre milioni, di cui solo nella regione curda l'insieme di sfollati e rifugiati, arriva a ben due milioni su una popolazione autoctona di soli 5 milioni circa. Se ci limitiamo a considerare il rapporto tra popolazione autoctona e "ospiti" stranieri il record spetta, oltre che al Kurdistan, al Libano e alla Giordania.

    Di conseguenza, noi Europei, con poco meno di due milioni sui più di 500 milioni di abitanti, siamo, in realtà molto marginali in questo fenomeno recente. Non bisogna però sottovalutare la cosa. I residenti non UE già presenti sul nostro continente sono circa diciotto milioni cui vanno aggiunti i migranti interni all'Unione (almeno 16 milioni). In Italia, secondo l'Istat, gli stranieri non comunitari presenti nel 2014 erano circa quattro milioni di cui 2 milioni e 294.000 formalmente occupati e circa 500.000 ufficialmente disoccupati. Qualcuno continua a ripeterci che i migranti sono una risorsa economica ma, pur senza contare tutti i presenti non censiti e cioè clandestini, costoro dovrebbero spiegarci come sia possibile avere un saldo economico positivo quando quelli che pagano tasse e contributi sono 2.294.000 (ma all'Inps risultano ancora meno gli iscritti) e i residenti ufficiali (UE ed extra UE) sono 5.014.000, quindi più del doppio.

    Solamente se si calcola quanto costa all'Italia il fenomeno degli immigrati che sono salvati nel Mediterraneo, si arriva a una cifra di più di 6 miliardi di euro nel triennio 2014 — 2016. Il budget di soli di vitto e alloggio per il 2016 è di tre miliardi e 700 milioni cui vanno aggiunti i costi del pattugliamento e recupero di naufraghi da parte dei militari, le spese sanitarie che riguardano i nuovi arrivi e i vari costi amministrativi.  In più occorrerebbe calcolare i costi della sanità generale a carico del Sistema Sanitario Nazionale per le famiglie di chi ufficialmente è già stato accolto. Anche considerando che chi lavora stia pagando i contributi come un qualunque cittadino italiano, il ridotto numero di anni che deriva dalla loro recente presenza, fa sì che alla fine rappresentino un puro deficit.

    Naturalmente, lo ripetiamo, tutte queste cifre riguardano le presenze e gli arrivi regolarmente registrati ma non vanno dimenticate le stimate due milioni di presenze abusive, una parte delle quali alimenta il lavoro nero o la delinquenza.

    Il fatto è che, davanti al fenomeno delle migrazioni di rilevanza mondiale, bisogna contemporaneamente essere umani e molto razionali.  Purtroppo quelli che sostengono che "i rifugiati sono una miniera d'oro" (Uri Dadush su L'Espresso del 6 giugno scorso) mentono, magari in buona fede. Sicuramente erano un vero profitto per i criminali di mafia capitale e per qualche "volontario" che lavorava per le ONG coinvolte.

    Detto ciò, accettiamo pure che, nel corso del tempo (quanto ci vorrà?), il risultato economico possa diventare positivo: a breve e medio termine l'impatto sulle nostre società non può che essere sociologicamente negativo. Decisioni che potrebbero avere un senso economicamente spesso non sono comunque opportune. La scrittrice turco-tedesca Necla Kelek con onestà intellettuale scrive:

    "… Siamo stati tutti così presi dalla cultura dell'accoglienza e della solidarietà che nessuno si è veramente posto la domanda chi stesse arrivando da noi e quali conseguenze ciò avrebbe comportato….". 

    A questo proposito, la doppiezza di molti politici è sconcertante: mentre la Cancelliera Merkel "apriva" le porte a tutti i siriani, il capo della CSU, partito suo alleato nella maggioranza, Horst Seehofer, ha invitato a Monaco con tutti gli onori il premier ungherese Victor Orban salutandolo come il "difensore delle norme europee" e delle frontiere di Shengen. Ma non era quello vituperato perché per primo aveva eretto i "muri" al confine? Utile gioco delle parti? Un colpo al cerchio e uno alla botte?

    Bandiera del Giappone
    © AFP 2017/ TOSHIFUMI KITAMURA
    In realtà, anche con le migliori intenzioni, l'ingresso in ogni comunità di un importante numero di "diversi" non può che causare uno shock culturale che, a sua volta, provocherà reazioni di rigetto via via crescenti con l'aumentare della percentuale degli "intrusi". E' evidente che l'ideale sarebbe una veloce integrazione ma questa è resa fisicamente possibile soltanto quando si realizzi un magico equilibrio tra numero degli arrivi — la distribuzione nel tempo degli stessi — la superficie e la densità di popolazione coinvolte nel luogo d'accoglienza.  Occorre aggiungere, senza alcuna intenzione discriminatoria, che prossimità o lontananza culturale hanno un ruolo fondamentale. Vissi personalmente, essendo cresciuto nel nord industriale dell'Italia, i fenomeni migratori interni degli anni cinquanta e sessanta e dovetti costatare lo squassamento culturale causato nella mia regione dall'enorme numero di arrivi dal sud d'Italia. Oggi, dopo cinquanta anni, quel problema è totalmente superato con una quasi perfetta integrazione ma, allora, si trattava di persone che arrivavano con un lavoro sicuro e con una diversità culturale in sostanza irrisoria in confronto a chi sbarca oggi sul nostro continente.

    Non si tratta solamente di differenze religiose, anche perché i cristiani in arrivo sono, complessivamente, più del 50%, i musulmani poco più del 30% e il resto è diviso tra varie altre tradizioni religiose.  Si tratta, piuttosto, di abitudini di vita, consuetudini sociali e familiari, legislazioni e tradizioni in varia misura ben diverse dalle nostre. Alcuni si sentono portatori di una cultura più forte e giudicano la nostra tolleranza un sintomo di debolezza e di decadenza. Senza contare che, secondo statistiche ufficiali, tra i nuovi arrivi in Italia, i tre maggiori Paesi di origine dei migranti sono il Gambia, il Senegal e la Nigeria. Tutti neri, quindi, e perciò non solo culturalmente, ma anche visibilmente, molto diversi e destinati a rimanere tali. Non mi si rompano le scatole con l'accusa di razzismo: se consideriamo cosa succede negli Stati Uniti dopo secoli di convivenza tra bianchi e afro-americani non c'è da essere troppo fiduciosi.

    In conclusione, pur con la consapevolezza della sua valenza mondiale e dell'enorme difficoltà a controllare il fenomeno migratorio, spero che la si smetta di fare soltanto i "buoni" e sottovalutare le conseguenze sociali dirompenti di quanto accade. Soprattutto spero che non si continui a dire che "tutto va bene, madama la Marchesa!".

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione. 

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    Tags:
    Profughi, Crisi dei migranti, Migranti, Europa
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