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    Brexit, ora l’Unione diventa europea

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    Tatiana Santi
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    Che Unione europea ci aspetta dopo Brexit? Se da una parte si teme l’effetto “domino”, dall’altra il divorzio con l’Inghilterra potrebbe rappresentare un’occasione per voltare pagina e mettere in campo un’Unione più europea di prima.

    Il 28 giugno ha preso il via la plenaria straordinaria del Parlamento europeo dalla quale si evince un messaggio molto chiaro: la Gran Bretagna se ne deve andare e anche in fretta. Per i più pessimisti l'uscita dell'Inghilterra potrebbe indebolire l'Europa e innescare una pericolosa reazione a catena.  

    Non tutti però condividono questo punto di vista.

    "È un'occasione per prendere delle iniziative europee che con la Gran Bretagna non sarebbero state possibili, cioè maggiore coordinamento fiscale, la creazione di un ministro dell'economia, di una frontiera comune per l'immigrazione dall'Africa e dal Levante",

    ha sottolineato in un'intervista a Sputnik Italia Sergio Romano, editorialista del "Corriere della Sera", scrittore e diplomatico, che dal 1985 al 1989 ha ricoperto il ruolo di Ambasciatore d'Italia a Mosca.

    — Ai negoziati a Berlino fra Merkel, Hollande e Renzi i leader erano d'accordo sul fatto di non effettuare questi negoziati senza la richiesta d'uscita ufficiale dall'Unione europea dell'Inghilterra. Ambasciatore Romano, è stato un incontro un po'inutile possiamo dire?

    Sergio Romano, ex Ambasciatore d'Italia a Mosca, editorialista del Corriere della Sera
    © Foto: fornita da Sergio Romano
    Sergio Romano, ex Ambasciatore d'Italia a Mosca, editorialista del "Corriere della Sera"

    — Innanzitutto sarebbe stato molto più utile se avessero parlato di iniziative e programmi europei per il futuro. Hanno parlato della Gran Bretagna perché quello era il tema più attuale. Credo che abbia prevalso la tesi della signora Merkel, cioè quella secondo cui non vale la pena e non è opportuno fare troppe pressioni sulla Gran Bretagna in questo momento. La signora Merkel pensa che sia giusto dare alla Gran Bretagna il tempo per risolvere i suoi problemi da sola. Può anche essere la soluzione più saggia.

    Il problema è che gli inglesi non sanno che cosa fare, si trovano in una situazione quasi caotica, perché non avevano assolutamente studiato tutte le ipotesi nell'eventualità di un'uscita dall'Unione Europea. Hanno affrontato questa scadenza con leggerezza e superficialità.

    — Dopo Brexit molti hanno espresso timori e pessimismo per il futuro dell'Unione europea, c'è chi ha parlato di una tragedia addirittura. Secondo lei come cambieranno le carte in tavola, che impulsi può dare Brexit?

    — Il pessimismo era fondato sulla convinzione che se la Gran Bretagna fosse uscita dall'Unione europea molti altri Paesi avrebbero chiesto almeno un referendum. Siamo davvero sicuri però che questo sia lo stato d'animo dei Paesi Bassi, della Danimarca e della Svezia per esempio? Dopo quello che è avvenuto in Gran Bretagna sono tutti molto più prudenti e consapevoli del fatto che in Unione europea è molto più difficile uscirci che entrarci.

    — Diversi analisti parlano del cosiddetto effetto domino. Lei ritiene poco probabile una reazione a catena in altri Stati dell'Unione?

    — Prima del referendum sapevo anche io che quello era un possibile rischio, ma dal momento in cui le cose stanno andando nel modo che vediamo, cioè con grande confusione all'interno della società politica britannica, dove non sanno che cosa fare, la situazione cambia. Sostituire il primo ministro porterà sicuramente ad una crisi nel partito conservatore e al tempo stesso esiste ormai un movimento popolare che conta più di 3 milioni di firme di persone che vorrebbero un nuovo referendum. Inoltre c'è il rischio Scozia e Irlanda del Nord. Credo che chi aveva l'intenzione di imitare la Gran Bretagna, oggi sa che potrebbe essere un rischio.

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    — C'è chi parla di disgregazione, di un'Unione europea indebolita dall'uscita della Gran Bretagna. Secondo lei è davvero così? Che Unione possiamo attenderci in futuro senza l'Inghilterra?

    — L'Inghilterra è certamente un Paese importante con la sua autorevolezza e la sua storia politica. La Gran Bretagna però è anche il Paese che è entrato in Unione europea soprattutto per evitare che l'Unione divenisse uno Stato federale. La grande preoccupazione degli inglesi era quella ovviamente di trarre il massimo vantaggio possibile dall'unità economica e dalla creazione di un grande mercato. Avevano soprattutto il grande desiderio di evitare che l'Europa diventasse uno Stato federale, vale a dire una grande potenza, perché questo avrebbe inevitabilmente rimpicciolito la Gran Bretagna.

    — Forse questa è l'occasione perché l'Unione diventi più europea di prima?

    — È l'occasione per prendere delle iniziative europee che con la Gran Bretagna non sarebbero state possibili, cioè maggiore coordinamento fiscale, la creazione di un ministro dell'economia, di una frontiera comune per l'immigrazione dall'Africa e dal Levante.

    Tutte queste cose oggi forse si possono fare un po'più facilmente di quanto si potessero fare quando la Gran Bretagna membro dell'Unione europea era a pieno titolo. In secondo luogo ho l'impressione che questa sia l'occasione per vedere un altro aspetto dell'Unione europea che si è dimostrato poco attraente: mi riferisco al numero di Paesi che ne fanno parte.

    L'allargamento dell'Unione ha trasformato un gruppo composto da una dozzina di Paesi prima degli anni '90 in 28 Paesi, che inevitabilmente non hanno gli stessi interessi né la stessa visione del futuro. Sono spesso attratti dai vantaggi dell'Unione europea, dal denaro che possono ricevere, dai sussidi e gli aiuti, ma non dalle finalità ideali di quest'unione. Forse è arrivato il momento di mettere in cantiere un'Europa a più velocità.

    — Dopo l'uscita della Gran Bretagna, l'Europa potrà cambiare approccio in merito alle sanzioni economiche e ai rapporti con Mosca secondo lei?

    — Qualcosa potrebbe cambiare in effetti. Se debbo dire la verità, credo che i cambiamenti potrebbero essere importanti nei confronti della Russia e dei rapporti italo-russi soltanto se questo movimento di maggiore unità europea, che più Paesi desiderano, investisse anche la NATO. In realtà il problema dei rapporti con la Russia riguarda più la NATO dell'Unione europea. Se quello che sta avvenendo in Europa avesse delle ripercussioni sulla NATO, forse potremmo intravedere un nuovo rapporto con la Russia.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    Unione Europea, Brexit, Angela Merkel, Sergio Romano, Gran Bretagna
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