22:04 18 Settembre 2020
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Secondo una recentissima rilevazione dell'Istat, il fatturato dell'industria italiana ha segnato a marzo una riduzione del 3,6% rispetto ai dati dell'anno precedente. Alla faccia dei tanti predicatori di ottimismo presenti nel governo Renzi, si tratta del peggior calo tendenziale a partire dall'agosto 2013.

Questa brutta notizia fa il paio coi dati resi noti dall'Inps pochi giorni fa, che fotografano un calo del 33,4% da inizio 2016 dei contratti a tempo indeterminato, una contrazione del 31,4% delle trasformazioni di altri contratti a tempo determinato e dell'1,7% dei contratti a tempo determinato. Insomma, in entrambi i casi quel Jobs Act (che orribile inglesismo!) sbandierato come la "riforma delle riforme", venduto come panacea di tutti i mali e spacciato come bacchetta magica contro la disoccupazione, andrebbe già riformato a poco più di un anno dalla sua entrata in vigore. Assistiamo a un vero e proprio fallimento su tutta la linea, che dovrebbe far preoccupare i cittadini italiani visti i sacrifici ai quali sono stati chiamati in questi anni dai tre governi tecnici o tecnico-politici, quelli che prima non sono passati dall'approvazione delle urne: Monti e Letta che provengono dai club sovranazionali e Renzi che è salito grazie alla raccolta indifferenziata di avanzi elettorali.

In un contesto del genere proviamo sconcerto di fronte alle dichiarazioni del Premier, rilasciate in un videoforum organizzato da Repubblica TV.

Rispondendo alla domanda di una lettrice del quotidiano che voleva un suo giudizio sul Jobs Act, il presidente del Consiglio si è autoelogiato affermando che si tratta della più grande operazione di lotta al precariato mai fatta dalla sinistra. Semplifica le forme di contratto atipico e ha avuto come risultato un aumento delle assunzioni a tempo indeterminato. È la cosa più di sinistra mai fatta da un governo. 

Peccato che i dati smascherino la debolezza della riforma varata dal suo governo: finiti gli incentivi a tempo, i posti di lavoro si squagliano come neve al sole. Peraltro con un'aggravante: in Italia il contratto a tempo indeterminato esiste solo più come definizione, ma nella sostanza è un contratto privo di garanzie. E a raccontarlo, con buona pace degli ottimisti di maniera che affollano il Parlamento, sono proprio i dati forniti dall'Inps, che vedono contrarsi le assunzioni, aumentare le ore di cassa integrazione e iniziare a scorgere i primi licenziamenti effettuati proprio con gli incentivi del Jobs Act. La realtà è che qualsiasi riforma sul lavoro che voglia avere gambe non solo per un anno ma per qualche decennio non può basarsi su dazioni una tantum, ma deve fondarsi su un taglio duraturo della pressione fiscale sui costi del lavoro — che da noi sono i più alti al mondo, come più volte denunciato non dalle destre, ma da un certo Romano Prodi, padre costituente dell'avo del PD, cioè l'Ulivo, e che tentò senza successo di ridurre il cuneo fiscale durante il proprio mandato.

Resta il fatto che in Italia non si vede la luce fuori dal tunnel, è buio pesto. Tutti i parlamentari procedono a fari spenti senza capire che stanno condannando intere generazioni alla povertà. Perchè deve essere chiaro che i buchi contributivi che oggi stanno accumulando quel 36,7% di giovani senza lavoro creerà nel futuro — complice la riforma Fornero — una marea di pensionati poveri (se riusciranno a mai a raggiungere i requisiti richiesti, che sono sempre più rigorosi). E' evidente che solo la ricchezza accumulata dai loro genitori negli anni del boom economico sta fungendo da ammortizzatore sociale; ahimé, man mano che passano gli anni, anche questo paracadute si sgonfierà e gli anziani di domani saranno sempre più poveri di quelli di oggi. Altro che gli "indignados": tra qualche decennio si rischia il blackout sociale con reazioni violente dei cittadini.

Ma l'attuale governo, che sicuramente è in buona compagnia insieme a quelli passati (di ogni colore e fazione), fa finta che tutto va bene e non si appresta a corregge una volta per tutte le politiche che puntualmente vegono bocciate dai dati micro- e macroeconomici. Altro che lasciare un Paese migliore di quello che si è ricevuto… l'attuale classe dirigente italiana sta dilapidando tutto il lavoro fatto dal primo dopoguerra in poi e sta divorando pure l'eredità destinata alle generazioni future. Alla faccia della rottamazione! Gli unici a essere stati rottamati in questo inizio di Terza Repubblica sono stati i cittadini. E intanto continua l'evasione, permane la corruzione, largheggia il consociativismo tra poteri forti e governanti.

Se a questo si aggiunge un'Europa governata da burocrati cooptati invece che da statisti, si ha la misura di quanto diventi difficile pensare a un futuro positivo per la nostra Italia.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Lavoro, Economia, industria, ISTAT, Italia
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