00:54 18 Giugno 2019
Una bottiglia di vino

Montezemolo a Sputnik Italia, “Via le sanzioni e la Russia tornerà a bere vino italiano”

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Mario Sommossa
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“Via le sanzioni e la Russia tornerà a bere vino italiano”.

Al recente Vinitaly di Verona, manifestazione vinicola di grande successo che si tiene ogni anno nella città di Romeo e Giulietta, ho incontrato il Prof. Stefano Cordero di Montezemolo, docente universitario in Atenei italiani e stranieri, Presidente di AIMBA (l'Associazione professionale dei Master di direzione aziendale) ed esperto di economia d'impresa, strategia e analisi economica e finanziaria. Poiché conosce profondamente anche il settore della produzione vinicola, ne ho approfittato per una breve intervista per Sputnik Italia.

— Oltre alla sua nota attività accademica, Lei è anche consulente strategico per molte aziende vitivinicole italiane. Che cosa può dirci dell'industria italiana del vino oggi?

— Occorre premettere che il settore italiano del vino, assieme a quello francese, è il più rilevante nel mondo sia in termini quantitativi sia qualitativi. Dopo una crisi che affrontammo all'inizio degli anni ottanta, crisi che aveva causato una flessione delle nostre esportazioni, il nostro mercato produttivo ha avuto uno sviluppo molto importante che ha portato a un significativo miglioramento della qualità del nostro prodotto. Anche nel marketing abbiamo saputo eguagliare la capacità fino allora dimostrata dai francesi. Oggi, possiamo affermare di essere divenuti il numero uno nel mondo nel settore dei vini di qualità medio alta.  Tutto ciò grazie alla capacità quantitativa della produzione e, soprattutto all'eccezionale varietà che non ha eguali in nessun altro Paese nel mondo. L'unico limite del nostro mondo vitivinicolo è l'estrema frammentazione delle imprese che va di pari passo con una dimensione aziendale piuttosto contenuta e una ridotta capacità finanziaria.  Considerato che il mercato oggi è globale, l'approccio è ancora troppo più attento al processo produttivo che alle strategie di commercializzazione.

— Qual è l'attuale situazione delle esportazioni italiane e quali sono i nostri più importanti mercati esteri?

— La crescita di tutto il settore è trainata dall'export. Dalla fine degli anni novanta, la domanda interna subisce una contrazione dovuta sia alla crisi economica sia all'esaurimento di alcuni canali distributivi quali le enoteche. Si stima che circa il cinquanta percento dell'attuale produzione sia destinata a mercati esteri e che il totale del vino che lascia il nostro Paese pesi sulla nostra bilancia commerciale per cinque miliardi e trecento milioni di euro circa.

Per dare un paragone, le nostre importazioni di vino, soprattutto champagne francese, ci costano soltanto circa 300 milioni e sono in diminuzione, visto il successo crescente dei nostri spumanti sia sul mercato interno che internazionale. Il nostro vino fermo esportato vale circa quattro miliardi di euro e gli spumanti, principalmente Prosecco e Trento DOC, circa un miliardo. Il resto è costituito da vino sfuso. L'aumento maggiore delle nostre vendite vede in testa gli Stati Uniti che costituiscono oramai il nostro mercato principale con vendite che toccano un miliardo e cinquantanove milioni. Seguono Germania, Canada e Svizzera. E' invece crollata la Russia che, prima dell'attuale situazione, rappresentava il 6/7 percento di tutte le nostre esportazioni di vino.

— La Russia oggi importa meno vino italiano. Quali altri Paesi produttori ci stanno sostituendo su quel mercato?

— Prima della crisi economica e soprattutto prima delle sanzioni si stava creando uno stretto e virtuoso rapporto tra la produzione italiana di vino e il mercato russo. Alcuni investitori russi avevano acquisito la Gancia e altri avevano dato vita una collaborazione con la nostra Frescobaldi, solo per citarne alcuni.  Pur davanti a una diminuzione complessiva della domanda del consumatore russo, la nostra quota di mercato viene sostituta da produttori dell'Europa orientale che, oggettivamente, stanno cercando di migliorare le loro produzioni, sia in senso quantitativo sia qualitativo. Penso a Macedonia, Bulgaria, Romania, Ungheria. Occorre anche aggiungere che la stessa Russia, nella zona di Sochi vanta una propria produzione di vino frizzante e c'e' una società russa specializzata in questa produzione. Tutti costoro, nonostante la qualità italiana resterà insuperabile, potrebbero diventare nostri concorrenti importanti.

— In quanto consiste la perdita della nostra bilancia commerciale causata dalla diminuzione delle vendite in Russia?

— La Russia è tra i primi dieci Paesi al mondo nel consumo di vino e si stima consumare attorno ai 9,5 milioni di ettolitri. E' tuttavia ancora lontana dai grandi consumatori quali Italia, Francia o Spagna.

Tra il 2014 e il 2015, il consumo in Russia è calato di più del sei  percento avendo raggiunto in precedenza anche più dei dodici milioni di ettolitri. E' un fenomeno che ha toccato anche altri mercati poiché, in periodi di crisi, i primi a essere colpiti sono normalmente i generi voluttuari. Dopo una prima crisi nel 2007 c'era già stato un calo delle nostre vendite, ma dal 2010 fino all'introduzione delle sanzioni e dalla diminuzione del prezzo del petrolio la nostra quota di mercato era risalita da 277 milioni di dollari a 344. Nel frattempo il vino francese era calato da 260 milioni a 241. Di certo, nonostante la crisi, se cadessero le barriere attualmente imposte da scelte politiche, la Russia potrebbe tornare a essere per noi un buon mercato.

— A fine Luglio 2016 scadono le sanzioni europee contro la Russia ma potrebbero essere prorogate. Che cosa fanno le aziende vinicole italiane e cosa farà secondo lei il nostro Governo per cercare di evitare la perdita che continuerà a subire il nostro Paese?

Russian cities. Yalta
© Sputnik . Konstantin Chalabov

— Tutto l'agroalimentare italiano ne gioverebbe, se le sanzioni fossero rimosse. Purtroppo le nostre aziende avrebbero bisogno di un maggior supporto dalle nostre istituzioni, così come fanno altri Paesi.

Non è mia facoltà dare valutazioni politiche su queste sanzioni ed è compito del Governo valutare se esistono soluzioni. Di certo la frammentazione delle nostre imprese non consente loro un'azione forte di lobby, cosa che società di grandi dimensioni, vantando maggior potere negoziale, potrebbero invece permettersi. Quel che posso dire è che a me sembra che queste sanzioni siano più dovute a ragioni ideologiche che a motivi d'interesse generale.

Quel Paese è di certo una parte integrante della nostra cultura. Chi le ha decise dimostra una scarsa conoscenza dei legami culturali ed economici che legano la Russia e l'Europa, o non se ne cura. Ho partecipato a molte riunioni "istituzionali" e posso confermare che il mondo delle imprese italiane chiede che queste sanzioni siano superate. Non parlo solo del settore vitivinicolo: anche altri settori di beni di consumo quali l'arredamento, la moda, la gastronomia e molti altri. Per l'economia italiana la nuova Russia, caduto il sistema sovietico, rappresenta una grande opportunità e, d'altra parte, gli scambi commerciali sono sempre stati un volano per avvicinare i Paesi e ridurre le tensioni.

Non sono ottimista ma credo che il nostro Governo debba fare tutto il possibile, anche in Europa, per essere più autorevole e affermare i nostri interessi, così come già fa la Germania, oggi più vicina alla Turchia che alla Russia a causa della questione migratoria.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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