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    Tayyip Erdogan

    Ci sono ancora giudici ad Ankara?

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    Mario Sommossa
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    Sembrerebbe di sì a giudicare dalla sentenza di assoluzione piena che la Corte d’Appello turca, la Yargitay, ha emesso pochi giorni fa nel processo che vedeva i maggiori vertici militari accusati di aver preparato un colpo di stato contro il Governo di Recep Tayyp Erdogan.

    Ben 274 militari di alto grado, politici, giornalisti e scrittori erano stati arrestati con gran clamore e la stampa europea si era lanciata in urla di apprezzamenti verso il "sultano" per aver sventato quello che sembrava essere un ennesimo golpe dei militari turchi contro un Governo legittimamente e democraticamente eletto.

    Il caso passò sotto il nome di Ergenekon e, dopo gli arresti effettuati, il vuoto creatosi negli alti comandi consentì a Erdogan di sostituire ufficiali, presumibilmente laici, con uomini a lui fedeli e di sicura affiliazione al partito islamico AKP.

    A qualcuno, in realtà, venne il sospetto che si trattasse di una manovra voluta proprio dall'allora Primo Ministro per fare "pulizia"  tra gli oppositori e occupare tutti i posti di potere. In quel momento, però, Erdogan appariva ancora come un islamico moderato agli occhi dei più e nessuno dette più di tanto importanza al fatto che, contemporaneamente, procedesse alla delegittimazione, con relativa sostituzione, di molti magistrati giudicati non affidabili.

    I partiti laici turchi cercarono di ribellarsi, ma nessuno in Europa dette loro ascolto perché ciò che Bruxelles voleva vedere era solo la fine dell'ingerenza dei militari nella vita civile del Paese. Era una delle condizioni che gli "acquis communautaires" domandavano per preparare l'ingresso della Turchia in Europa e, soprattutto, serviva a giustificare i milioni di euro che si stavano elargendo per favorire le "riforme".

    Turchia assomiglia sempre più la monarchia del Golfo Persico
    © Sputnik. Vitaly Podvitsky
    Turchia assomiglia sempre più la monarchia del Golfo Persico

    Ci son voluti nove anni di processi e di carcerazioni, ma finalmente la Corte ha stabilito che le accuse erano totalmente infondate. Poco conta oramai, salvo per chi esce dalla galera, perché, nel frattempo e grazie a quei processi, i rapporti di forza interni al Paese sono cambiati e le mani di Erdogan si sono estese su tutti i punti chiave della società. I pochi che ancora resistono sono neutralizzati con nuove accuse e processi, che magari potrebbero anch'essi rivelarsi infondati tra qualche anno. I giornali chiusi e i giornalisti arrestati sono cronaca di questi giorni.

    Che la Turchia sia sempre meno un sistema laico e democratico e che il Presidente non sopporti alcuna forma di dissidenza è sotto gli occhi di tutti. Ciononostante, la sua fame di potere incontrastato non è ancora sazia: in vista c'e' un referendum costituzionale che potrebbe attribuirgli poteri esecutivi ancora più pervasivi degli attuali.

    Avendo perso la possibilità di avere i voti dei curdi, riversatisi sul loro leader carismatico Demirtas, ha rilanciato la guerra contro questa minoranza per cercare di recuperare, in cambio, il sostegno degli elettori più nazionalisti. Non pago e timoroso che il suo vecchio alleato, l'imam Fethullan Gulen, possa contare ancora su vasti consensi tra i fedeli islamici, parla oggi di uno "stato parallelo" costituito da costoro e vi ha scatenato contro i magistrati a lui più obbedienti. Poiché l'esercito è ormai inoffensivo, è passato ad accusare i gulenisti del tentativo di realizzare un nuovo colpo di stato.

    In questo quadro, non certo edificante e ancora meno in linea con gli standard europei, fa specie che si rilancino i negoziati per l'ingresso in Europa e, ancor più, indigna che lo si voglia "premiare" consentendogli di vantare presso la sua popolazione l'ottenimento dell'eliminazione dei visti d'ingresso verso il Vecchio Continente.

    E' evidente che la Cancelliera Merkel, con le sue affermazioni avventate a favore dell'ingresso dei profughi siriani in Germania, ha commesso un autogol con ricadute negative per tutta l'Europa ed è comprensibile che stia cercando di porvi rimedio. Che, tuttavia, questo debba avvenire tramite l'accettazione di un evidente ricatto da parte di un despota assetato di potere ci sembra un po' troppo.    

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    Tags:
    Laicismo, politica interna, Golpe, Recep Erdogan, Turchia
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