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08:01 16 Settembre 2019
Centrale nucleare di Chernobyl

Chernobyl, testimonianza diretta di un liquidatore

© Sputnik . Alexei Furman
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Di Tatiana Santi
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Il 26 aprile 1986 l’esplosione alla centrale sovietica di Chernobyl segnò la storia, diventando l’incidente nucleare più grave di tutti i tempi. Sono passati trent’anni da allora, ma la lezione di Chernobyl non va dimenticata, come il lavoro dei liquidatori.

Allora le radiazioni dovute all'esplosione dell'unità 4 della centrale hanno contaminato tutta la terra, l'acqua e l'aria nelle zone circostanti, conseguenze destinate a durare millenni. Inoltre il nuovo sarcofago sul reattore, che andrà a sostituire il primo in fase di disfacimento, è ancora in costruzione.

Maggiore Andrej Shpilevskij, chimico militare russo, liquidatore del disastro di Chernobyl
© Foto : fornita da Andrej Shpilevskij
Maggiore Andrej Shpilevskij, chimico militare russo, liquidatore del disastro di Chernobyl
I primi a recarsi sul luogo della catastrofe trent'anni fa furono i "liquidatori": soldati, pompieri, operai provenienti da varie repubbliche dell'ex Unione Sovietica. Molti di loro persero la vita eliminando le disastrose conseguenze dell'esplosione radioattiva. In che cosa consisteva il lavoro dei liquidatori? Sputnik Italia ha raggiunto per una testimonianza diretta proprio uno dei liquidatori che parteciparono alla missione i primissimi giorni dopo l'esplosione: il maggiore Andrej Shpilevskij, chimico militare russo.

— Andrej, come è capitato a Chernobyl?

— Ho terminato l'Accademia militare della Difesa chimica di Saratov. Svolgevo il servizio militare in un'organizzazione di ricerca. Sono stato mandato assieme ai miei compagni a Chernobyl quando avevo 26 anni. Il 26 aprile, quando è successa la catastrofe, io non ne sapevo nulla. Tornando all'unità militare dopo le festività di maggio, ho visto che stavano formando i gruppi di ufficiali da inviare in Ucraina.

Avevamo una brigata specializzata nella liquidazione delle conseguenze da esplosioni radioattive. Questi ragazzi furono mandati per primi a Chernobyl. Io invece fui convocato dai miei dirigenti dopo le festività di maggio, mi dissero che c'era una trasferta importante, io ero un ragazzo responsabile e non potevo dire di no. Prima ci hanno mandato in una città chiamata Chernigov, il giorno dopo in elicottero MI 6 siamo arrivati a Chernobyl. Appena arrivati presso la centrale il commando ha assegnato a tutti dei compiti.

— In che cosa consistevano questi compiti? Lei che cosa doveva fare concretamente alla stazione di Chernobyl?

— Un mio compagno, Serghei, fu mandato con i ragazzi del KGB nel bosco rosso, chiamato così perché a causa delle radiazioni gli alberi hanno cambiato colore e sono morti. Questi ragazzi dovevano recuperare un camion che si trovava fra la stazione e il bosco rosso. Serghei ricevette anche una medaglia per il suo lavoro.

Io invece dovevo costruire un deposito nella zona dove erano crollate le pareti del reattore. Guardando dall'alto la centrale, io mi trovavo dalla parte dove c'erano due macchine dei vigili del fuoco, che sono state seppellite dai materiali crollati. Dovevo togliere la terra infetta e poi ricoprire il suolo con la sabbia, dopo di cio ricoprire il tutto con una pellicola di polietilene. Alla fine dovevo posizionare sopra il calcestruzzo e annaffiare tutto con l'acqua. Il mio compito era creare una piazzetta, delinearla con un perimetro, 100 metri per 100, innalzare un muretto lungo il perimetro con dei blocchi di cemento. Questa piazzetta sarebbe diventata il deposito per i contenitori in ferro, dove avrebbero sistemato tutti gli oggetti radioattivi volati fuori con l'esplosione.

— Si trovava proprio nella centrale, vicinissimo al reattore? Non aveva paura?

— Sì, mi trovavo praticamente dentro la centrale, attaccato al reattore. No, non avevo paura, ero più che altro curioso. Le radiazioni sono infide proprio per questo, perché non le senti e non vedi subito le conseguenze. C'era il sole, cantavano gli uccellini. Non c'erano odori strani, ma nel frattempo ricevevi le radiazioni. Ogni giorno venivamo controllati con un dosimetro per calcolare le radiazioni ricevute.

Giovane Andrej Shpilevskij
© Foto : fornita da Andrej Shpilevskij
Giovane Andrej Shpilevskij

— Quanti giorni ha passato alla centrale di Chernobyl?

— Dal 12 al 24 maggio circa. Il commando ci dava dei compiti e dovevi eseguirli come potevi, con le tue forze. Uno dei compiti che mi era stato assegnato era di trasportare dei blocchi nel deposito di cui parlavo prima, ma non avevo la macchina con cui trasportare il materiale. Mi era stato detto che potevo trovare da solo una macchina, allora in un campo dove c'erano tanti mezzi abbandonati ho preso un camion della Kraz e l'ho guidato per tutto un giorno trasportando i blocchi.

— Sono passati 30 anni dalla catastrofe di Chernobyl, ma il sarcofago di cemento armato costruito sopra alla centrale non è ancora terminato. È tuttora una zona pericolosa quindi?

— Oggi come oggi è difficile avere dei dati oggettivi. Da quello che so, è stato costruito un primo sarcofago, che ha iniziato a sgretolarsi. Ora dovrebbero costruire un'ulteriore copertura. Per quanto mi riguarda, io penso che il tema della minaccia atomica nel mondo sia un po'esagerato. Probabilmente sono cinico o il fatto è che sono chimico di professione, ma secondo me queste minacce sono sopravalutate.

A mio avviso ora la centrale non rappresenta un grande pericolo e da chimico ritengo un peccato che per il mondo venga diminuita la produzione di energia elettrica nelle centrali atomiche. C'è tanta paura, soprattutto dopo Fukushima. 

Credo che il futuro al contrario sia l'energia atomica. Il gas, il petrolio e il carbone sono fonti esauribili, che dureranno solo per i prossimi 50 anni.

Costruzione del nuovo arco protettivo per la centrale di Chernobyl
© AFP 2019 / VOLODYMYR SHUVAYEV
Costruzione del nuovo arco protettivo per la centrale di Chernobyl

— Le stazioni nucleari servono, ma che lezione dovremmo trarre dalle catastrofi di Chernobyl e Fukushima?

— A mio avviso i giapponesi hanno progettato male la dislocazione della centrale, che è stata colpita da uno tsunami. Il Giappone ha subito due bombardamenti nucleari, hanno giustamente il terrore del nucleare.

Vanno perfezionate le misure di sicurezza, ma rinunciare all'energia nucleare mi sembra irragionevole. In Russia secondo le statistiche più di 30 mila persone muoiono negli incidenti stradali ogni anno, questo non significa che dobbiamo rinunciare alle automobili. Le automobili vanno perfezionate, vengono rese più sicure. Per le centrali è la stessa cosa.

— Quei terribili giorni nella primavera 1986 sono entrati nella storia. Lei si trovava lì, che cosa l'ha impressionato di più?

— Sono capitato nei giorni più caldi a Chernobyl, ho assunto una dose di 25 Roentgen, equivalenti a 250 milliSievert, dopodiché sono stato subito rimandato a casa. Di ritorno la mia dirigenza mi ha sgridato per la sovraesposizione che ho subito. Sono stato anche fortunato, ho passato a Chernobyl solo 10 giorni.

La centrale nucleare di Chernobyl dopo il disastro
© Sputnik . Igor Kostin
La centrale nucleare di Chernobyl dopo il disastro

Mi ricordo che i primi giorni ci davano da mangiare in un ristorante, c'erano delle cameriere che ci servivano. Dopo sono sparite, e ci servivano dei soldati, dei ragazzi. Alla fine non c'erano nemmeno loro e ci dovevamo servire da soli! La città era vuota, tutte le persone erano state evacuate. A Chernobyl c'erano case a pochi piani, non c'era un'anima viva in giro e faceva un effetto strano vedere gli animali abbandonati, i gatti e i cani scioccati per strada rimasti senza padroni.

Oggi come oggi la zona della centrale di Chernobyl, così come anche la città fantasma Prypjat, sono mete di escursioni per turisti, i quali possono avvicinarsi addirittura al fatidico reattore numero 4. Ciononostante è importante ricordare quel 26 aprile. Vanno ricordate tutte le vittime e l'impegno di tutti i liquidatori.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Sicurezza nucleare, energia nucleare, nucleare, Disastro nucleare Chernobyl
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