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    Basta silenzio, voce alle vittime del Forteto

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    Tatiana Santi
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    La terribile vicenda del Forteto è tutt’altro che conclusa e lascia aperte tante domande: quali sono gli interessi politici dietro la setta del Fiesoli, perché i carnefici sono tuttora in libertà e i media italiani non parlano del caso?

    Una cosa è certa, la setta agricola nel Mugello in Toscana, dove i minori affidati alla comunità di Rodolfo Fiesoli subivano abusi sessuali e maltrattamenti, ha agito indisturbata per 38 anni ricevendo finanziamenti pubblici. La comunità ha segnato la vita a più di mille persone, molte vittime della setta sono prescritte per via dei lunghissimi tempi della giustizia italiana. A fare male oggi è soprattutto il silenzio assurdo della stampa e del governo su un caso eclatante come il Forteto, cooperativa tuttora aperta che fattura milioni di euro.

    Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione vittime del Forteto
    © Foto: fornita da Sergio Pietracito
    Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione vittime del Forteto
    La battaglia delle vittime, molte delle quali prescritte, continua a prescindere dai risarcimenti. Mentre il capo della setta Rodolfo Fiesoli è in libertà assieme agli altri carnefici, oggi è importante più che mai rompere il muro di silenzio e dare voce alle vittime del Forteto. Sputnik Italia ha raccolto la testimonianza di Sergio Pietracito, presidente dell'Associazione Vittime del Forteto.

    — La struttura è tuttora aperta e continua ad essere finanziata con soldi pubblici. I colpevoli sono ancora a piede libero. Secondo il tuo punto di vista, com'è possibile tutto questo?

    — Io trovo assurdo che la politica non riesca a trovare una soluzione. Se si parla di finanziamenti pubblici servono dei requisiti, qui stanno processando delle persone! La cooperativa ha avuto gli ultimi anni dei finanziamenti attraverso progetti leader europei, parliamo di diverse centinaia di migliaia di euro. Sui giornali locali di questo si parlava tutti i giorni. C'è stato il continuo tentativo di scindere la realtà lavorativa da quella delle mele marce.

    — In realtà la cooperativa e la comunità del Fiesoli erano la stessa struttura?

    — Sì, era la stessa cosa. È stata una setta per quasi 40 anni ed è giusto secondo me e l'Associazione delle vittime azzerare tutto. Non bisogna nemmeno pensarci due volte. Per quanto riguarda la storia dei posti di lavoro, un conto è se si trattasse di 300-400 posti, in realtà si scopre che sono solo 30 i dipendenti. Per carità, anche un solo posto di lavoro avrebbe valore, però se la politica volesse una soluzione la troverebbe. Se si usa la parola sacra "lavoro" in questi tempi di crisi è per intorbidare le acque. Lì va azzerato tutto, la struttura va data allo Stato che poi ci faccia un'azienda normale.

    — L'importante è che i colpevoli vadano in galera finalmente.

    — Questa è un'altra assurdità. Si tratta di condannati in primo grado, ma 17 anni sono 17 anni! Il Fiesoli invece può fare quello che gli pare.

    — Da parte tua e dell'Associazione Vittime del Forteto, che messaggio vorresti dare a tutti?

    — Lì deve essere chiuso tutto. La struttura deve essere presa in mano seriamente dalla politica. Non deve continuare ad esistere quella struttura industriale che da un po' di lavoro, ma non come viene descritto. Si deve chiudere tutto e cambiare nome, quel nome non può essere un investimento per il futuro! È una cosa assurda! La setta, la comunità va sciolta. Quelle persone vanno divise, insieme sono pericolose, lo si è visto per 40 anni. Hanno distrutto la vita di oltre mille persone, come è riportato anche nella sentenza.

    Vorrei aggiungere che vanno ricordate tutte le vittime, solo pochissime fra di loro, circa un 10% è riuscito a diventare parte civile durante il processo. Le vittime che fanno parte della nostra associazione sono tutte prescritte. La nostra battaglia infatti continua a prescindere dai risarcimenti.

    Solo per citare alcuni nomi: Iris, ha passato rinchiusa al Forteto 21 anni della sua vita, Lara 17 anni e Debora è entrata nella struttura quando era incinta e ci ha vissuto 7 anni. Debora partorì al Forteto ma venne fatto in modo che il padre biologico del suo bambino ufficialmente diventò il figlio di Fiesoli, Marco. Tutti sapevano che il padre biologico della donna era un altro uomo.

    Le storie delle vittime sono tante, nessuna va dimenticata.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    abusi, minorenne, setta, Testimone, Vittime, Setta Forteto, Italia
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