01:31 10 Maggio 2021
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La cooperativa agricola Il Forteto, scenario per 38 lunghi anni di abusi sessuali e maltrattamenti, è tuttora aperta. Rimane un mistero come mai questa setta abbia ricevuto finanziamenti pubblici e abbia sempre operato indisturbata.

Il Forteto è una cooperativa prospera con tanto di sito internet, visite guidate e formaggio venduto in giro per il mondo. Nel frattempo i carnefici sono a piede libero, compreso il capo della struttura, Rodolfo Fiesoli detto "il profeta", condannato in primo grado a 17 anni di reclusione.

Che cosa significa vivere in una struttura chiusa dal resto del mondo e subire maltrattamenti? Come ricominciare a vivere dopo un'esperienza simile? Sputnik Italia ne ha parlato direttamente con una vittima della setta, Sergio Pietracito, presidente dell'Associazione vittime del Forteto, entrato nella struttura nel '78 all'età di 18 anni.

— Sergio, tu hai vissuto 12 anni nel Forteto. Come puoi definire questa struttura? È una vera setta?

Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione vittime del Forteto
© Foto : fornita da Sergio Pietracito
Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione vittime del Forteto

— Sì, io la definisco setta, una delle peggiori, è una setta distruttiva. Avendoci vissuto ho visto che si trattava di una fortezza. Dopo 12 anni sono scappato e mi sono fatto una vita, ho raccolto anche tante storie delle persone che come me hanno vissuto nel Forteto. Tutte queste persone hanno confermato il mio pensiero, che è un dato di fatto: lì ci sono tutte le caratteristiche tipiche di una setta distruttiva, intendo l'allontanamento dalla famiglia di origine, la rottura con il mondo esterno e gli amici. Bisognava rinnegare la propria famiglia, ripudiarla e metterla alla gogna.

Come prova di fedeltà tutti i giorni bisognava ripudiare le proprie origini e i propri affetti, i sentimenti. Era un modo per creare dei fanatici, tutti arrivavamo a dire della propria madre che era "un mostro". Alla fine si diventava dei soggetti pronti a fare qualsiasi cosa per il gruppo.

— Le persone affidate alla struttura, compresi i bambini, non avevano alcun contatto con il mondo esterno. Si finiva rinchiusi quindi in un'altra realtà, in un incubo?

— Era una struttura totalmente chiusa fino a quando non arriva la sentenza di Strasburgo nel 2000. C'è stato prima un processo concluso nel '85 con una condanna definitiva del Fiesoli e del Goffredi. Poi è arrivata una sentenza da parte della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo, del tutto ignorata dai media italiani. Ad una madre infatti era stato infatti impedito di vedere i propri figli e lei dopo aver fatto tutti i percorsi nei tribunali italiani si dovette rivolgere alla Corte europea e ha avuto ragione. Lo Stato italiano è stato condannato a risarcire questa madre. Di questa cosa se ne è parlato pochissimo. In Belgio invece si era mosso addirittura il ministro degli esteri. Questo scandalo finì sul primo canale belga.

Prima di questa sentenza, le persone non potevano uscire al di fuori della struttura, dopo il 2000 per paura della setta di avere gli occhi europei puntati addosso, inizia una nuova strategia, che non era una vera apertura. A volte con le ultime generazioni di bambini si facevano delle uscite fuori porta. In realtà non cambiava nulla. Si trattava comunque di una setta che si adattava per sopravvivere.

— Tu personalmente in questi 12 anni hai subito dei maltrattamenti nella struttura?

— Il primo maltrattamento è stato l'allontanamento dalle persone a cui volevo bene, cioè la famiglia e la mia fidanzata. Avevo 18 anni quando sono entrato al Forteto, la mia fidanzata era una francese di Strasburgo, che era venuta più volte a trovarmi ma era stata cacciata con gli epiteti di troia e di puttana. Per me questa era già stata una violenza. Al Forteto le violenze erano anche sottili, come per esempio quando bisognava dare un segnale di fedeltà al gruppo, le chiamate al telefono venivano fatte con il vivavoce davanti a tutti. Se facevi trapelare un sentimento di attaccamento al passato venivi processato e messo alla gogna.

Ci sono stati anche abusi sessuali, il sesso era permesso solo con persone dello stesso sesso. Pur essendo questa una cosa gravissima, la violenza principale era essere stati privati della vita a tutto tondo. Siamo stati privati dei valori di un mondo normale e di una vita semplice. Non potevamo avere una famiglia o un amico. Eri solo un soldato al servizio del regno del Fiesoli. Non sapevi come uscirne.

— Molte persone decidevano di scappare come hai fatto anche tu. Come hai trovate le forze per fare questo passo e come sei scappato?

— Sono scappato nel momento in cui ho realizzato che mi mancavano quelle cose che conoscevo prima di entrare al Forteto. Io facevo delle cose buone come tanti altri all'interno della struttura, lavoravo, ma queste cose servivano al regno del male. Non rimpiango le cose buone che ho fatto lì, anzi sono arrabbiato con me stesso di non aver capito che tutto ciò serviva a rafforzare quel male, quell'inferno. Quando l'azienda fatturava già 6 miliardi di lire e le cose andavano bene, mi accorgo del burattino che ero stato fino a quel momento.

Copertina del libro Setta di stato
© Foto : fornita da Duccio Tronci
Copertina del libro "Setta di stato"

Ad un certo punto ci sono stati dei tentativi di approccio sessuale da parte del Fiesoli e da parte di altri membri vicini al Fiesoli, io allora ho detto che erano tutti matti. Non sono più andato a partecipare alle riunioni serali obbligatorie, anche le persone malate andavano al sermone serale, un appuntamento che aveva luogo tutti i 365 giorni l'anno per controllare le menti. Mi sono ritirato in camera e dopo 2-3 giorni di nascosto prendo e parto, però è stato come un salto nel vuoto. Avevo rotto con la famiglia, provavo la vergogna di tornare.

— Quando uno scappa dal Forteto non è finita, è solo l'inizio. Uscire dopo tanti anni dalla setta non era come spegnere un interruttore. Come si fa a introdursi nel mondo e iniziare una vita vera?

— L'ultima cosa che volevo fare era chiamare la mia famiglia, perché provavo vergogna. Ho iniziato a pensare agli amici che avevo. Sono andato a Bologna a prendere un seminapatate, era la scusa per poter scappare. Da Bologna dove non conoscevo nessuno, sono tornato a Firenze. Poi però mi rubarono i soldi in un autobus. Non tornai però dalla famiglia, ci sono andato per gradi. Quando esci dal Forteto non hai la consapevolezza: sai quello che devi fare, ma non sei convinto sia la cosa giusta. Senti un desiderio di libertà e allo stesso tempo ti senti uno che va a cercare la materia, e come ci veniva detto al Forteto, il mondo fuori era caratterizzato dall'egoismo.

Il Forteto lascia il segno, a me sono voluti diversi mesi per metabolizzare. Io sono andato molto lontano da lì e da quella gente, questo mi ha aiutato. Io sono ripartito da zero, sono partito per l'Olanda, avevo paura di queste persone. Ho deciso di ritrovare la mia fidanzata, che era venuta più volte al Forteto e cacciata con l'epiteto della puttana. Io non ne sapevo nulla, una volta ritrovata le chiesi scusa per non averla potuta difendere.

Sono finito in Olanda dove non conoscevo niente, nemmeno una sillaba, ma andava bene così. Nel giro di due anni mi sono fatto una famiglia e ho avuto due figli. Vivere nel Forteto significava essere uno schiavo a 360 gradi, il nostro lavoro non veniva pagato. Quando esci da lì è come fare un salto nel vuoto.

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I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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setta, Vittime, Setta Forteto, Italia
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