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    Un miliziano nel Donbass

    Surkov – Nuland: come porre Fine alla crisi nel Donbass?

    © AP Photo/ Mstyslav Chernov
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    Venerdì sera, nella regione di Kaliningrad, si sono incontrati Victoria Nuland, inviato del Dipartimento di Stato americano per gli affari europei ed eurasiatici e Vladislav Surkov, consigliere per l’Ucraina del presidente russo.

    L'eccessiva copertura mediatica della riunione, senza che venisse nulla della sostanza, suggerisce che un ulteriore punto di svolta nel processo di risoluzione delle crisi ucraina è in atto. Ma come e a che prezzo rimane tutto da scoprire.

    Durante la loro conversazione telefonica del 13 gennaio, i presidenti russo e americano hanno deciso di riunire i loro rappresentanti a Kaliningrad per cercare di trovare delle convergenze ed appianare gli ostacoli sulla crisi ucraina.

    Convoglio militare ucraino nel Donbass
    © AP Photo/ Evgeniy Maloletka

    La riunione, svoltasi il seguente venerdì sera, è durata sei ore. Nessun giornalista, nessuna conferenza stampa al termine: solo una dichiarazione che la conversazione era stata costruttiva ed aveva suggerito molte idee che avrebbero potuto essere discusse nel corso della riunione del gruppo di lavoro sul Donbass (al quale, formalmente, gli Stati Uniti non partecipano).

    Immediatamente, come ovvio, vi sono state due reazioni. La prima, la più comune, è che il Cremlino stia preparandosi a sbarazzarsi del Donbass, che stia negoziando perché la crisi finanziaria è troppo costosa senza alcun ricavo politico e, sul piano mediatico, l'impegno in Siria permette una distrazione dell'opinione pubblica.

    La seconda è che gli Stati Uniti e la Russia si incontrano per fare pressione sull'Ucraina affinché, infine, esegua gli accordi di Minsk, in quanto già da qualche tempo gli Stati Uniti avrebbero insistito in questo senso con il presidente ucraino. Ciò riguarderebbe principalmente, inizialmente, l'arresto totale dei bombardamenti e l'adozione della riforma costituzionale, che prevede uno statuto speciale permanente per il Donbass.

    Danni dei bombardamenti ucraini nel Donbass (foto d'archivio)
    © Sputnik. Ilya Pitalev
    Danni dei bombardamenti ucraini nel Donbass

    È interessante notare che, come rileva l'analista politico Sokolov, le interpretazioni della politica del Cremlino si urtano sempre a due scogli. Che si tratti da un lato dell'arresto di Khodorkovsky, seguito immediatamente dalla promessa della fine del regno degli oligarchi (i quali stanno sempre meravigliosamente bene e ci incaricano di porgervi i loro più sentiti ringraziamenti), e da un altro dell'annuncio che il regime avrebbe rimesso in discussione la proprietà privata (che ovviamente non è stata toccata). Allo stesso modo con la Crimea: alcuni si sono messi a sognare l'estensione dei confini verso la Novorossia ed il recupero di territori ucraini, altri gridavano all'invasione nazista come nel 1938. In entrambi i casi, la verità é da ricercare altrove, nella difesa degli interessi russi. L' autorità si rifiuta di intervenire fino a quando il punto di allerta non è raggiunto. Khodorkovsky lo raggiunse sottraendo la propria attività alla giurisdizione nazionale russa, e l'Ucraina con il lancio di un governo rivoluzionario anti-russo che rimetteva in discussione la presenza russa in Crimea e nella base militare di Sebastopoli. Essendo stati colpiti interessi vitali, la risposta fu immediata, forte e vincolante. Ma la Russia non ha cambiato la sua politica nei confronti degli altri paesi europei dell'est. Non è prevista o in preparazione nessuna invasione, fatta eccezione nell'immaginazione di alcuni leader politici che ne hanno bisogno per giustificare le loro scelte politiche nazionali, ma questo è un altro problema che non dipende dalla Russia.

    Che cosa significa dunque questo incontro Surkov-Nuland? Una cosa è certa: la Russia non ha mai ha avuto l'intenzione di integrare il Donbass, il quale deve fare parte di una federazione ucraina. Il suo interesse qui è evidente: dobbiamo aiutare popolazioni che (per solidarietà umana) non possiamo lasciare siano massacrate o muoiano di fame e di freddo. Ma ciò non implica l'integrazione nella Federazione di tutti i popoli che vogliono fare secessione. Politicamente, la Russia ha bisogno che il Donbass resti in Ucraina come zona tampone pro-russa al suo confine, in mode che il governo ucraino non possa sviluppare una politica totalmente anti-russa, dannosa per la sicurezza nazionale. Senza il Donbass, Kiev ha le mani libere per una radicalizzazione (in quanto possibile) della sua politica e del suo nazionalismo anti-russo stile anni '30.

    Tuttavia, la Russia non può negoziare con leggerezza ed i sottintesi del giornale economico russo-americano Vedomosti sono significativi. Certo, la riunione è stata considerata efficace e Washington ha notato che la Russia ha fatto seri sforzi per trovare una via d'uscita dalla crisi Ucraina. Ciò potrebbe portare a una revoca delle sanzioni nel 2016.

    Ed è qui che dobbiamo stare molto attenti. Negoziare il Donbass contro la revoca delle sanzioni sarebbe un errore fondamentale per la Russia. In primo luogo perché si deve trovare un modo per farlo accettato dalla popolazione del Donbass, sempre sottoposta al bombardamento dalle forze militari ucraine e refrattaria all'ideologia ultra nazionalista che si diffonde come un veleno nella politica del paese. Poi, e può sembrare strano, non è affatto nell'interesse della Russia che le sanzioni siano tolte in questo contesto geo-economico, interamente nell'interesse degli Stati Uniti.

    Il dollaro è debole, il prezzo del greggio in caduta libera, le casse dello stato lottano per fare il pieno e il rublo è in immersione rapida. Di fronte a tutto ciò le sanzioni svolgono un ruolo protettivo per il mercato russo, dandogli modo di crescere e svilupparsi, a differenza degli anni '90, quando l'apertura brutale alle importazioni occidentali con una moneta debole ed un prezzo del barile ancora più basso di oggi avevano totalmente ucciso il mercato russo. Il paese ha bisogno di re industrializzazione ed in queste condizioni può farlo solo con sanzioni che lo proteggono, obbligando i suoi responsabili a concentrare gli sforzi sulla produzione nazionale e non sull'acquisto di beni di consumo importati e destinati alla rivendita.

    Se gli USA ritirassero le sanzioni oggi, la Russia dovrebbe fare la stessa cosa, mettendo il mercato interno in pericolo per i produttori nazionali nell'impossibilità di sostenere una concorrenza insostenibile. È ancora troppo presto.

    In altre parole, se la Russia (come anche gli Stati Uniti) ha bisogno di uscire fuori dal conflitto nel Donbass, non potendo permettersi di lasciare un conflitto aperto che escluderebbe di fatto ogni sua influenza, è imperativo per la Russia contribuire attivamente alla sua risoluzione, e ciò non dipende solo dalla situazione nel Donbass, ma anche dal panorama politico a Kiev. Gli Stati Uniti possono fare affidamento sulla U.E., che dovrebbe "recuperare" l'Ucraina per poi arrangiarsi con lei per la ricostruzione. Non è certo che l'Unione Europea ne abbia i mezzi o il desiderio, tutte le sue scelte politica essendo decise altrove. La Russia al contrario, per il Donbass non può delegare nessuno, e l'O.S.C.E. non è una soluzione.

    A breve i ministri degli esteri russo e americano si incontreranno, vedremo allora che via di uscita dalla crisi avranno previsto.

    Originariamente pubblicato sul sito controinformazione.info

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    Tags:
    Crisi in Ucraina, Incontro, Vittoria Nuland, Vladislav Surkov, Donbass
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