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    Frattini: il silenzio degli imam "moderati" mi preoccupa

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    “Dopo gli attentati di Parigi sono mancate dichiarazioni forti e impegnative del cosiddetto islam moderato. Non ho visto grandi imam delle dottrine sciita e sunnita prendere la parola pubblicamente e dire, come invece ha fatto Papa Francesco, che uccidere in nome della religione è una bestemmia”.

    A sottolinearlo è Franco Frattini, ex ministro degli Esteri ed ex Commissario Ue per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza, e oggi presidente della SIOI, che sottolinea come uno tra i pochi imam a intervenire sia stato Ahmed Al-Tayyeb, rettore dell'Università di Al-Azhar al Cairo, la massima autorità religiosa sunnita. L'imam egiziano ha espresso "profonda condanna degli assurdi attacchi terroristici a Parigi a nome dell'islam che è innocente sul terrorismo". Al-Tayyeb ha rivolto inoltre un appello alla "cooperazione internazionale contro il terrorismo, mostro maniaco".

    Partiamo dal G20 di Antalya. Dopo il vertice cambia qualcosa nelle relazioni tra Usa e Russia?

    Per troppo tempo si è lavorato per aumentare le distanze tra Usa e Russia. Avrei voluto vedere molto prima di ieri la foto di Obama che parla con Putin al G20. Finalmente si è capito che occorre un'alleanza tra gli attori globali e regionali per affrontare la sfida del terrorismo. Se Usa e Russia cominciano a collaborare contro Daesh e per la stabilizzazione della Siria, questa è la soluzione.

    Per Putin però "restano differenze tattiche" che impediscono un accordo completo…

    L'incontro tra Putin e Obama è stato positivo. Sembrerebbe quindi che queste divisioni siano tra gli Usa e alcuni dei Paesi europei. Siccome si sono fatti tanti summit di emergenza più o meno inutili, sarebbe utile farne uno per definire la linea dell'Unione Europea relativamente alla lotta al terrorismo e al futuro della Siria. Se questa ci fosse si supererebbero le divisioni e l'Europa conterebbe di più. Se Putin chiede la dimostrazione di una maggiore unità da parte degli alleati occidentali, credo che sia giusto farlo.

    Ritiene che i bombardamenti francesi su Raqqa siano una reazione razionale?

    I bombardamenti hanno mostrato che la vulnerabilità di Daesh è superiore a quella degli Stati democratici. E' stata dunque una reazione giusta, perché impedisce che Daesh tragga dagli attacchi di Parigi i benefici del proselitismo. Dopo quelle della capitale francese, oggi abbiamo delle altre immagini: il santuario di Raqqa è messo a ferro e fuoco. Da domani però ci vuole una visione corale: non si possono fare semplicemente dei bombardamenti per colpire di qua e di là. E' giusto che dal vertice del G20 esca una coalizione che comprenda Usa, Russia, Turchia, Arabia Saudita e Iran.

    Assad non si ricandiderà alle prossime elezioni. A chi giova questo fatto?

    E' sicuramente una notizia importante, perché consente la transizione di cui abbiamo parlato verso un post-Assad, cioè verso un governo della Siria che non abbia più Assad come presidente. Questa intesa giova a tutti, in primo luogo all'Ue che aveva detto che occorre una transizione ma che era impossibile fare fuori Assad dal giorno alla notte.

    Ora i fatti sembrano dare ragione a questa prospettiva. Bisogna d'altra parte dare atto che Putin ha lavorato dietro le quinte per arrivare a questo importante risultato.

    Perché Obama ha insistito tanto per la rimozione di Assad?

    Solo due anni fa Obama voleva bombardare Assad e non c'è riuscito perché è stato lasciato solo dai suoi alleati. Non si poteva pretendere che si trasformasse nel suo sostenitore. D'altra parte se noi creiamo un governo transitorio di unità nazionale e dall'1 gennaio iniziano i colloqui tra Assad e i ribelli, ciò implica che il presidente sia parte della transizione. La cacciata di Assad non può essere una precondizione, ma la sua sostituzione deve essere uno degli elementi che si verificheranno durante la transizione stessa.

    Il presidente siriano Bashar al-Assad
    © AFP 2017/ SANA
    Il presidente siriano Bashar al-Assad

    Come si giustifica il profilo molto basso della Merkel dopo gli attentati?

    La Merkel finora ha cercato di agire soprattutto come portavoce di gruppi di Paesi. Con gli accordi di Minsk ha voluto dimostrare ai Paesi dell'Est che si poteva trattare con Putin sull'Ucraina. La Germania del resto ha sempre avuto una politica estera defilata in Medio Oriente. Gli incontri tra Merkel ed Erdogan si spiegano con il fatto che lavorare per fermare i flussi sulla rotta balcanica è un interesse tedesco: quei rifugiati vanno a finire quasi tutti in Germania. La Merkel si è mossa sempre seguendo il suo interesse nazionale, in alcuni casi compiendo gesti molto utili per la comunità internazionale.

    Quali sono i pericoli per il nostro Paese?

    L'Italia è sempre inserita nei proclami minacciosi di Daesh. Certamente il nostro Paese deve avere quella preoccupazione che le nostre forze di polizia e la nostra intelligence hanno ben presente. Ho molto apprezzato i programmi che hanno portato all'innalzamento ad "Allerta 2", che in precedenza era stata raggiunta solo dopo l'11 settembre.

    Che cosa dobbiamo fare per scongiurare un attentato?

    Occorre un monitoraggio persona per persona di tutti i sospetti, che è proprio quello che belgi e francesi hanno fatto assai poco. Ai sospettati non va data la possibilità di riunirsi o parlarsi al telefono senza che la nostra intelligence lo sappia. Per preparare gli attentati di Parigi ci sono stati certamente incontri e telefonate. Se un sospetto terrorista che ha avuto otto condanne, come Abdeslam Salah, noleggia un'auto i servizi di intelligence lo dovrebbero sapere immediatamente.

    Come valuta le reazioni del mondo musulmano a quanto è avvenuto in Francia?

    Un tassello che manca è la presenza di dichiarazioni forti e impegnative del cosiddetto "islam moderato". In queste ore è veramente un punto debole. Al di là delle dichiarazioni di ragazzi musulmani che dicono "Not in my name", non ho visto grandi imam delle dottrine sciita e sunnita prendere la parola pubblicamente e dire, come invece ha fatto Papa Francesco, che "uccidere in nome della religione è una bestemmia". L'unica eccezione è stata quella dell'imam di Al-Azhar.

    Lei che cosa si sarebbe aspettato?

    Vorrei sentire qualcuno dei leader musulmani che dica: "Chi uccide in nome del Profeta è blasfemo". Se non c'è questo tipo di reazione, l'opinione pubblica comincia a farsi delle domande sul fatto che in realtà le autorità religiose dell'islam non vogliono, non possono, non riescono a dire quelle parole chiare di condanna che noi ci aspetteremmo dall'islam europeo.

    Intervista a "Il Sussidiario".

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