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    Angela Merkel - Recep Tayyip Erdoğan

    Trentatrè motivi per lasciare la Turchia fuori dall'Europa

    © AFP 2017/ TOLGA BOZOĞLU
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    Mario Sommossa
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    Ogni Paese candidato a diventare membro dell'Unione Europea ha dovuto rispettare determinate condizioni per essere ammesso e in tutto sono trentatré i "capitoli" che vanno approfonditi e negoziati tra i Governi e i rappresentanti della Commissione.

    Tra questi, un'importanza basilare è sempre stata data alla libertà di stampa, all'indipendenza della magistratura e al rispetto delle minoranze.

    La Turchia è stata ammessa a questa "osservazione" nel 2005 e, da allora, solo 14 "capitoli" sono stati aperti ma solo uno è stato completato e cioè giudicato soddisfacente. Certamente, nessuno dei tre "acquis" sopra menzionati corrisponde a quanto l'Europa ritiene indispensabile. Al contrario, essi sono andati nettamente peggiorando e anche così si spiega la stasi in cui le negoziazioni sono piombate almeno dal 2013.

    Purtroppo, dopo la visita della Cancelliera Merkel, recatasi ad Ankara per implorare il Sultano affinché fermi l'afflusso in Europa dei profughi, l'Unione, sotto ricatto, è stata obbligata a far ripartire il processo di adesione.

    Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
    © AP Photo/ Basin Bulbul, Presidential Press Service Pool
    Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

    In realtà, i motivi per cui tutto si era fermato furono, contemporaneamente, l'ostilità di Francia e Germania e l'evidente cammino autoritario intrapreso da Erdogan e dal suo partito. Che oggi si torni a riaprire le procedure non significa tuttavia che esse possano portare a un qualunque risultato positivo anche perché non c'e' nessun segnale che Erdogan voglia sinceramente cambiare rotta.

    La magistratura turca è stata oggetto di un repulisti che ha portato all'eliminazione di molti giudici non "allineati", sostituiti con persone più disposte a ubbidire agli ordini del Governo che a rispettare i codici. Molti giornalisti sono stati incarcerati per "reati di opinione" e le minoranze sono sempre più emarginate e perfino perseguitate.

    Il rapporto con armeni e curdi non è mai stato facile per Ankara, anche se, fino alla passata estate, esisteva con questi ultimi un dialogo che sembrava incamminato sulla strada di una pacifica convivenza. Va ricordato che i curdi non sono mai stati riconosciuti come nazionalità distinta rispetto alla restante maggioranza turca: oltre a proibirne l'uso della lingua anche in privato, si negava la loro esistenza, definendoli semplicemente come "turchi di montagna". Sulla scia del dialogo giudicato finalmente possibile, perfino il PKK, movimento armato dichiarato terrorista, aveva dichiarato il "cessate il fuoco" e altri curdi avevano dato vita a un partito politico impegnato a ottenere democraticamente il giusto riconoscimento della propria cultura. Tuttavia, prima delle ultime elezioni e con il duplice intento di impedire un collegamento con i curdi di Siria e di ottenere la simpatia dagli elettori più nazionalisti, Erdogan ha rilanciato l'offensiva militare con bombardamenti e retate, riuscendo a obbligare il PKK a rompere la tregua e rispondere alla violenza con azioni armate. Oggi, come conseguenza, è lo stesso Direttorato Generale per la Sicurezza, ente ufficiale dello stato turco, a dichiarare che più di 100.000 curdi nel sud-est dell'Anatolia hanno dovuto lasciare le loro case e cercare rifugio altrove per fuggire i violenti scontri tra l'esercito e i guerriglieri.

    Per quanto riguarda la libertà di stampa è sufficiente ricordare che il direttore del giornale "Today's Zamam", Bulent Kenes, è stato arrestato semplicemente per aver criticato su Twitter la politica interna ed estera del Presidente. Anche il direttore e un giornalista di un altro quotidiano "Cumhuryet" sono stati arrestati per articoli non graditi. Così come la stessa sorte ha toccato decine di altri giornalisti. Tra loro, l'editore e il direttore del settimanale "Nokta" che, nel processo cui sono sottoposti, ufficialmente per aver "incitato alla guerra civile", rischiano una pena di vent'anni di carcere. Se condannati, andranno a unirsi agli altri settanta colleghi gia' custoditi nelle prigioni turche.

    Proteste in strada a Istanbul nel 2013
    Proteste in strada a Istanbul nel 2013

    Qualcuno, forse perché troppo popolare, non va in galera e non viene processato. E' il caso del noto giornalista televisivo indipendente Ahmet Hakan, picchiato a sangue davanti a casa. L'unico dei suoi assalitori che è stato arrestato è stato immediatamente rilasciato. Anche il quotidiano più diffuso in Turchia "Hurryet" deve stare molto attento a non criticare il presidente o il governo: la sua sede di Istanbul è stata assalita e semidistrutta. Da notare che tra gli assalitori c'era perfino un deputato in carica del partito di Erdogan. E' andata meglio ai giornalisti del quotidiano Sabah: è stato soltanto confiscato e orientato verso una direzione più "virtuosa" grazie al suo nuovo amministratore che, casualmente, è il genero del "Sultano". Detto per inciso, quel deputato/genero, Berath Albayrak, è oggi diventato Ministro dell'energia.

    Altre testate subiscono pressioni e intimidazioni più sottili: i potenziali inserzionisti sono diffidati dal comprarvi spazi pubblicitari e li si "convince" all'obbedienza facendo mancare i fondi per continuare a uscire nelle edicole. Ove ciò non bastasse, li si criminalizza pubblicamente con accuse e minacce lanciate attraverso i microfoni delle radio e delle televisioni pubbliche, anche da parte di Erdogan in persona.

    Ecco, questa è la Turchia odierna, nostra alleata nella NATO e potenziale candidata a entrare nell'Unione Europea. Quanto ci sia di rispondenza ai nostri valori e quanto ci faccia piacere sentirci "amici" di un siffatto Paese lo lasciamo giudicare a ogni singolo lettore.

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    Tags:
    Unione Europea, negoziati, Turchia
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