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    Debalzevo

    Nel frattempo nel Donbass la guerra continua

    © Foto: di Eliseo Bertolasi
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    Tatiana Santi
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    Esistono conflitti di serie A e di serie B, vittime di cui vale la pena parlare, morti di cui la stampa tace. Non sarà di certo la scoperta del secolo o una novità, ma una triste regola che si riconferma. Perché alcune guerre vengono dimenticate?

    Oggi i media ne parlano, domani ci sarà un'altra storia, un'altra guerra da sbattere in prima pagina. Alcune guerre semplicemente "non fanno notizia" e le vittime di questi conflitti sembra non ci riguardino più. Tra i conflitti più ignorati dai media occidentali vi è senza dubbio la crisi nel sudest ucraino, che dallo scoppio della guerra nell'aprile 2014, ha provocato più di 8.000 vittime.

    Nel frattempo nel Donbass la guerra continua. Sputnik Italia ha raggiunto il reporter Eliseo Bertolasi, che direttamente sul campo ha fatto il punto della situazione.

    — Com'è la situazione nelle città del Donbass che hai visto?

    Eliseo Bertolasi a Donetsk
    © Foto: fornita da Eliseo Bertolasi
    Eliseo Bertolasi a Donetsk

    — A Donetsk, in centro, la vita sembra riprendere, certamente ancora in condizioni di guerra. Ogni notte si sentono in lontananza i boati dei bombardamenti, di notte vige ancora il coprifuoco. Fonti governative locali mi hanno riferito che solo a Donetsk, a causa dei bombardamenti, mediamente muoiono 4-5 persone al giorno. Lascio immaginare il bilancio complessivo delle vittime!

    Sono poi stato a Debalzevo, a Gorlovka per seguire la distribuzione di aiuti umanitari. In queste città i bombardamenti sono stati violentissimi, non solo sono state colpite le abitazioni civili, ma anche le infrastrutture cittadine. La gente rimasta vive negli scantinati delle proprie case distrutte. Le condizioni di vita sono durissime: il freddo inizia a farsi sentire, usano stufe a legna, spesso manca l'acqua corrente, mancano prodotti alimentari, medicinali. In questi scantinati ho visto tanti bambini, e nonostante la distribuzioni di doni e vestitini pesanti, non ne ho visto uno con lo sguardo sereno, ma sempre con gli occhi immancabilmente adombrati dal terrore. Alcune mamme mi hanno persino riferito che i propri figli, quando sentono le esplosioni, riconoscono se si tratta di un tiro di mortaio, artiglieria o missili grad. Petr Poroshenko, il presidente degli ucraini, almeno in questo caso ha mantenuto la parola, quando un anno fa promise che i bambini del Donbass sarebbero vissuti nei sotterranei.

    Da noi i bambini con i loro banali videogiochi a queste guerre ci giocano, qui bambini della stessa età, vittime innocenti di una guerra dimenticata, purtroppo,con la guerra ci convivono.

    Bambini a Gorlovka
    © Foto: di Eliseo Bertolasi
    Bambini a Gorlovka

    — Possiamo dire che la guerra continua quindi?

    — Con gli occhi ho visto la guerra, sono stato più di una volta al fronte. Nonostante la "tregua" formalmente in atto si continua a sparare con armi leggere e mortai. I soldati vivono in condizioni durissime, quando sono sulle posizioni in prima linea vivono in trincee scavate nel terreno, ricoperte da sacchi di terra e travi. Il freddo ora è pungente, il pericolo di essere colpiti dai cecchini è costante, come il pericolo d'essere centrati da una bomba di mortaio.

    Anche nei bunker ricavati negli scantinati delle case distrutte, dove i soldati si "riposano" ("dormire" sarebbe un eufemismo) quando smontano dai loro turni sulle posizioni, le condizioni di vita sono altrettanto rigide: freddo, mancanza d'igiene, spesso cibo in scatola. Ci sono anche ragazze, sono qui a combattere. È incredibile come delle donne possano vivere con continuità in condizioni così dure: sarà per il senso patriottico, per la forza d'animo, per la loro fede in Dio, per la speranza nella vittoria finale, o semplicemente per la forza di sopravvivenza, ma sono qua!

    Donetsk
    © Foto: di Eliseo Bertolasi
    Donetsk

    — Ora l'attenzione dei media è passata alla Siria, nessuno parla più del Donbass. Che ne pensi di questo silenzio mediatico?

    — Nonostante le dure condizioni di vita qui sono ottimisti sanno che alla fine vinceranno. Sono molto pragmatici, altre prospettive non ne vedono, o semplicemente non esistono. Con tanta sofferenza, con tanti morti, con tanta distruzione pensare che tutto finisca con un semplice accordo e si ritorni al sovietico "druzhba narodov" (amicizia dei popoli), o, come si usa in Italia "a vino e tarallucci", è pura utopia. Ma pur supponendo una resa: in concreto cosa li attenderebbe? Cosa farà Kiev su questi territori? Cosa faranno i battaglioni punitivi ultra nazionalisti che hanno posto i simboli nazisti sulle loro insegne, animati dalla più bieca russofobia  contro questa gente filorussa, che ha "osato" ribellarsi e che Kiev ritiene nemici e terroristi?

    Per ciò che concerne il silenzio mediatico non è una novità, in generale si è sempre parlato poco di questa guerra sul mainstream europeo, ora il silenzio è totale. Sappiamo che politica e media viaggiano in parallelo.

    — Che cosa ti ha colpito di più durante questo tuo viaggio?

    — Comprensibilmente toccando con mano situazioni tanto estreme, sono stati molti i momenti di intensa commozione: la prima linea, le visite negli orfanatrofi, la commozione della gente durante la distribuzione degli aiuti umanitari. Ma un momento realmente singolare è stato quando, sulle posizioni in prima linea sotto il crepitio delle armi leggere, ho incontrato un volontario italiano, il suo nome di combattimento è Spartak. Ha lasciato l'Italia per venire qui a combattere a fianco dei cosiddetti "filorussi".  Sa che in Italia, probabilmente, non vi tornerà più; qui tra questa gente, ha trovato un nuovo popolo, un nuovo Paese.

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    Crisi in Ucraina, Donbass
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