01:38 18 Giugno 2018
Angela Merkel

L’Europa è della Germania, tutti gli altri zitti e mosca

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Mario Sommossa
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Il Presidente del Consiglio Renzi, nella conferenza stampa seguita all’incontro dei vertici europei di pochi giorni fa ha dichiarato di non aver affatto attaccato la Germania e che mai si sognerebbe di farlo.

In realtà, lo ha fatto e ha così compiuto qualcosa che la maggior parte degli altri Primi Ministri europei avrebbe desiderato fare, senza però averne il coraggio. 

Quando i tedeschi contribuirono a creare la CEE, il retro-pensiero di tutti, e anche il loro, era quella di una Germania "europea". Al contrario, ciò cui stiamo assistendo da qualche anno a questa parte, è l'Europa "tedesca". La consapevolezza di questa situazione crea una crescente insofferenza nella maggior parte degli Stati membri, sentimento aggravato da organi europei puramente burocratici e pronti ai voleri di Berlino.

Non è da escludere che Renzi abbia voluto mostrare questo scatto di orgoglio per distrarre l'opinione pubblica italiana dai problemi interni e dalla debolezza che lui stesso e il suo partito stanno vivendo: sollecitare un qualche nazionalismo assecondando il pensiero condiviso dalla maggior parte dei cittadini, può tornare utile a tutti i governi. Comunque sia, bisogna ammettere che quel che Renzi ha detto non è per nulla peregrino. Anzi.

La Germania è il Paese che ha imposto a tutti la linea economica dei pareggi di bilancio proprio nel momento in cui l'economia era entrata in crisi, con la conseguenza che la disoccupazione resta altissima, i consumi stagnano e le industrie europee, qualcuna più altre meno, non riescono a rilanciare le loro produzioni. La stessa linea intransigente è stata adottata nei confronti della Grecia che ha, certamente, gravi responsabilità per la sua dissennata politica di spesa ma che, con la ricetta impostale, non sarà mai in condizione né di risollevarsi né di pagare i propri debiti. Forse non a caso, quei debiti, inizialmente nella quasi totalità verso banche tedesche e francesi, ora sono stati riconvertiti verso gli altri Stati europei. L'Italia, che in un primo momento non ne era coinvolta, ora vanta un teorico credito di oltre cinquanta miliardi.  Non paga di aver internazionalizzato i propri crediti inesigibili, Berlino ha concesso il proprio via libera all'ultima importante tranche di aiuti ad Atene proprio contemporaneamente (per coincidenza?) all'acquisizione da parte di una società tedesca di tutti gli aeroporti turistici, e quindi remunerativi, delle isole elleniche.

E' ancora la Germania, abile giocatrice su due tavoli, che ha guidato l'Europa verso l'applicazione delle sanzioni contro la Russia. Mentre gli altri Paesi ubbidivano e le loro aziende soffrivano, ha consentito però alle proprie grandi industrie, Siemens in testa, di partecipare a importanti investimenti nelle ferrovie russe il cui presidente era, pur tuttavia, inserito nella lista dei personaggi russi cui non era concesso il visto d'ingresso in Europa. Perfino nella bocciatura del progetto South Stream che avrebbe visto, oltre all'Eni, l'impegno in prima fila della nostra Saipem c'è lo zampino di Berlino. Peccato che, mentre la maggiore motivazione con cui Bruxelles boicottava il progetto e cioè la duplice necessità di ridurre le forniture di gas dalla Russia e di non circuitare l'Ucraina, il Governo tedesco procedeva con il progetto del raddoppio di North Stream. In pratica la stessa operazione, salvo che fatta nel Mar Baltico anziché nel Mar Nero e che la maggior parte delle aziende coinvolte, invece che italiane, saranno tedesche.

Il risultato di questa "germanizzazione" dell'Europa s'incontra con la crisi migratoria (ove le "sparate" della Cancelliera Merkel han contribuito ad aggravare la situazione), con l'avanzare del terrorismo e con l'ormai cronica mancanza di visione politica delle classi dirigenti europee.

Questo mix di concause e il prolungarsi della crisi economica stanno oggi mettendo in grave rischio di sopravvivenza tutto il disegno europeo nato negli anni cinquanta. Non solo è già venuta meno la speranza di politici con il coraggio di pensare in termini sovrannazionali perché guardano al futuro, anche la domanda di protezionismo che comincia ad affacciarsi subdolamente, mette in discussione la libertà di circolazione intracomunitaria e il mercato comune delle merci.

Avevamo già sostenuto, in altre occasioni, che nemmeno un Paese solido e ricco come la Germania, se resterà sola, potrà contare qualche cosa nel mondo globalizzato e continuiamo a ritenere che l'unione politica dell'Europa sia indispensabile per poterci garantire un ruolo e uno status nel mondo almeno pari a quelli avuti sinora. Se uniti, saremo una forte economia mondiale e un'imprescindibile voce politica, disuniti, ciascun Paese europeo conterà sempre di meno in ogni angolo del pianeta.

Purtroppo le due principali colonne del continente e cioè Francia e Germania mancano oggi di quella spinta propulsiva verso l'unità di cui, anche con la nostra collaborazione, erano state alfieri.  La Germania, guidata da una Merkel incapace di vera leadership sulla propria opinione pubblica (quanto rimpiangiamo Schmidt e Kohl!) sta scavandosi la terra sotto i piedi per inseguire un egoismo nazionale di corto respiro.  La Francia, con il suo deludente Hollande e, prima di lui, con il tronfio quanto vuoto Sarkozy, non si è ancora resa conto che in un mondo diventato villaggio la sua solitaria "grandeur" assume solo gli aspetti di una "petite connerie".

Di par loro, i Commissari di Bruxelles, diventati stolidi burocrati, pensano ancora di poter dettare legge minacciando multe e sanzioni in conformità a pseudo decisioni o regolamenti che riescono a imporre solo ai Paesi più deboli o ai governi più instabili. L'ultimo esempio di burocrazia ipocrita è l'accusa all'Italia di infrazione per non aver ancora creato gli hot spot destinati all'identificazione dei migranti in arrivo e per non aver registrato la maggior parte di quelli già entrati. Sono accuse che suonano ridicole quando gli stessi che le lanciano chiudono gli occhi davanti alla mancata accoglienza perfino da parte di quei Paesi che si erano pubblicamente impegnati a ospitarne una parte. Parlano di respingimenti dovuti a chi non ne ha diritto, fingendo di non sapere che, in caso di richiedenti asilo (e sono la maggior parte), le procedure per la verifica richiedono da un anno e mezzo in su, periodo durante il quale i richiedenti dovrebbero rimanere ospiti nel Paese di arrivo. Ugualmente dimenticano che per eseguire i rimpatri occorrerebbero accordi con tutti i Paesi di provenienza e, soprattutto, i giusti finanziamenti comunitari per organizzare i relativi viaggi.

La verità è che l'allargamento a ventotto fatto prima di un vero "approfondimento" delle organizzazioni sovranazionali fu un errore voluto proprio da chi non desiderava che l'Europa diventasse davvero una Unione. Anche la maggior parte degli ultimi Stati diventati membri non han mai cercato in aggiunta ai generosi fondi elargiti loro una vera integrazione politica e, per alcuni, il punto di riferimento è sempre stato e resta Washington molto più di Bruxelles.

Che fare dunque? Assodato che il crollo dell'Unione Europea comporterebbe un'ulteriore regressione di status politico ed economico e poiché ad alcuni degli attuali Paesi membri il livello sovrannazionale fin qui raggiunto sembra perfino eccessivo, non resta che puntare sull'unica strada percorribile che ci resta: una nuova Europa, composta da un minore numero di Stati, purché tutti concordi nel superare la gretta, e perdente, visione nazionalista e pronti a realizzare una vera Federazione.    

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geopolitica, Angela Merkel, Matteo Renzi, Germania, UE
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