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    L’odiata “buona scuola” diventa legge

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    Tatiana Santi
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    “Noi questo Paese lo cambiamo, piaccia o non piaccia”, è una frase che dice spesso il premier Renzi.

    La "buona scuola" diventa legge e a proposito pare che non piaccia proprio a nessuno. Insegnanti, sindacati e studenti scontenti. Nonostante mesi di scioperi e manifestazioni, il Presidente della Repubblica Mattarella ha firmato la legge di riforma tanto criticata.

    Cerchiamo di capire che cosa non va in questa legge, che ha scontentato quasi tutti tanto all'interno dell'istruzione quanto dello stesso Pd. In questo ci aiuterà Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti, che ha gentilmente rilasciato un'intervista a Sputnik Italia.

    Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti
    Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti

     La così detestata riforma della scuola diventa legge. La vostra battaglia finisce qui?

    — Noi continueremo a batterci perché questa legge venga abrogata, soprattutto in alcune sue parti, che riteniamo siano contro i principi della Costituzione. Mi riferisco in particolare alla scelta diretta da parte dei dirigenti scolastici degli insegnanti e al fatto che da adesso gli insegnanti saranno divisi in due categorie: quelli titolari di una sede e quelli titolari di un ambito che corrisponderà alla provincia, questi ultimi potranno essere spostati da una parte all'altra a discrezione del dirigente scolastico.

     I poteri che la legge da ai presidi fa molto discutere, perché è un problema?

    — Si tratta di comprendere la differenza tra ordinamento dello Stato e settore privato. La nostra costituzione prescrive con molta chiarezza che tutto ciò che riguarda la pubblica amministrazione deve essere improntato a criteri di imparzialità. Quando c'è un'assunzione l'imparzialità significa scegliere per criteri oggettivi e non perché una persona è più simpatica di un'altra. I criteri oggettivi si traducono in una graduatoria. Questa legge invece li stravolge, perché dice che il preside sceglie discrezionalmente.

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     I bandi di concorso pubblici non escono spesso, perché sarebbe un problema poter scegliere insegnanti per i loro meriti al di fuori dei concorsi?

    — Sono d'accordo con lo scegliere gli insegnanti per i meriti. Un insegnante con più lauree e corsi di aggiornamento è presumibilmente più bravo di uno che non ne ha ancora fatti. L'importante è che il merito vada misurato con dei parametri oggettivi.

     Che ne dice dei premi che daranno agli insegnanti "più bravi"?

    — Questa è tutta propaganda. Questa legge non introduce meritocrazia, si limita a dare in mano ai dirigenti scolastici circa 200 milioni, distribuiti per le 8500 scuole sarà una piccola cifra con la quale dovrebbero premiare. In realtà, essendo un vecchio insegnante, so perfettamente dove andranno a finire quei soldi. Serviranno per pagare i collaboratori che servono al dirigente scolastico.

    Se si volesse veramente individuare il merito e il demerito nella scuola si andrebbe a spendere di più!

     Ci sono molte polemiche sul fatto che la legge incentivi le scuole private. Qual è il suo punto di vista in merito?

    — Questa legge destina una parte delle risorse alle scuole private, fa delle detrazioni per chi va alle scuole private. Mentre il miliardo che va alla scuola pubblica in gran parte è ricavato con i tagli fatti dalla stessa scuola. È un gioco di prestigio.

     L'alternanza scuola-lavoro è uno dei punti fondamentali della legge. Che cosa cambia esattamente nella scuola per rapporto al mondo del lavoro?

    — Secondo me cambierà poco, perché nelle zone dove non ci sono industrie né produzione, questa legge resterà comunque lettera morta. La nostra preoccupazione è una sola: che l'alternanza scuola-lavoro, una cosa saggia se fatta bene, non diventi un'occasione di lavoro nero. L'importante è che ci sia un controllo della scuola su questo lavoro in azienda.

     Secondo lei quindi il problema della disoccupazione risiede solo nella mancanza di posti di lavoro? Forse la formazione scolastica in Italia non è sufficiente per concorrere con quella di altri Paesi?

    — Il problema è che non ci sono posti di lavoro. Abbiamo avuto per esempio sempre eccellenti istituti di formazione tecnica e la gente trovava subito lavoro dopo gli studi. Nel momento di crisi in cui chiudono le aziende diventa difficile per tutti, comprese le persone che finiscono gli studi.

    — Alla fine non è molto chiaro se la teoria gender verrà introdotta nella scuola o meno. Lei è riuscito a capirlo?

    — Non l'ho capito neanche io! Ci sono state smentite e contro smentite e io come tutti i cittadini non ci ho capito niente. Il ministro stesso ha smentito che ci sia l'insegnamento della teoria gender.

     Al di là del gender, a suo avviso, come insegnante ritiene che l'educazione sessuale vada affrontata anche a scuola o spetta solo alle famiglie?

    — Dipende dall'età dei bambini e dal modo in cui si insegna. Credo che anche la scuola possa intervenire ovviamente con le dovute cautele relative soprattutto all'età. Io ho insegnato alla scuola elementare e lì ci andrei più cauto. Un po' di più si può insegnare quando i ragazzi sono più grandi.    

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    politica, Legge, buona scuola, Italia
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