03:41 22 Ottobre 2020
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L'Italia non è immune ad attacchi terroristici. L'allerta è alta, almeno così si dice. Ma i fatti invece di che parlano? Dal 2004 fino ad oggi, nonostante l'Isis sotto il naso, il governo italiano ha effettuato continui tagli alla difesa.

"È giusto tagliare la duplicazione degli assetti, ma serve dire con chiarezza che sotto un certo limite non si può andare e che le risorse vanno date: abbiamo bisogno di più difesa".

Mirko Molteni, giornalista esperto di storia e argomenti militari
© Foto : fornita da Mirko Molteni
Mirko Molteni, giornalista esperto di storia e argomenti militari

Quando è lo stesso ministro della difesa ad ammetterlo, Roberta Pinotti, forse si tratta di un segnale, se non un allarme, ben importante.

Perché mentre l'Isis taglia le gole e minaccia il mondo intero, l'Italia continua a tagliare i fondi alla difesa? Si tratta forse di scelte politiche difficili da spiegare come l'esclusione della Russia da una lotta, quella contro il terrorismo, che dovrebbe essere comune. Sputnik Italia ha raggiunto per un'analisi Mirko Molteni, giornalista esperto di storia e argomenti militari, collaboratore di "Analisi Difesa" e del quotidiano "Libero".

 Nonostante la crescente minaccia dell'Isis, perché secondo lei l'Italia fa continui tagli alla difesa?

— Purtroppo questi tagli alla difesa non fanno bene alla sicurezza dell'Italia. Si tratta di un'eredità anche culturale in un certo senso: troppi governi italiani hanno trattato in passato e tuttora la difesa come un qualcosa da limitare. A questo proposito posso ricordare che oggi al 2015 siamo arrivati nelle spese italiane per la difesa all'1% del Pil, mentre la NATO ha sempre raccomandato ai suoi stati membri di tenere una proporzione equivalente almeno al 2% del Pil. L'Italia è scesa al di sotto del 2% già dal 2004. Da quell'anno c'è stata una diminuzione continua delle spese nella difesa in rapporto al Pil.

 Anche a maggio abbiamo visto nuovi tagli nonostante la minaccia dello Stato Islamico.

— Esatto, oramai siamo all'1% e  col piano triennale appena approvato che va dal 2015 al 2017, si arriverà probabilmente allo 0,75%.

 In che cosa consistono questi tagli: riguardano più i mezzi o il personale?

— Le spese per il personale continuano ad essere quelle prioritarie, perché coprono oltre il 70% del totale annuo di 13 miliardi di euro approvato attualmente. Soffrono le dotazioni: per esempio del famoso caccia F35, che poi sia più o meno valido è un altro discorso, di cui sono stati programmati 90 esemplari, per ora è sicura l'acquisizione di 38 esemplari fino al 2020. Il restanti 50 e oltre esemplari sono spalmati su un periodo di tempo molto più lungo e non si sa neanche quando potranno entrare in servizio. Sugli F35 c'è tutta una polemica particolare.

 Infatti, da una parte c'è la crisi e si vuole tagliare la difesa, ma dall'altra si è presa la decisione di acquistare questi benedetti F35!

— L'F35, criticato ovviamente da più parti, è tecnicamente molto complesso e ancora pieno di difetti. Per esempio è di questi giorni la notizia che non solo l'F35 sarebbe inferiore all'Eurofighter nel combattimento manovrato, ma sarebbe inferiore anche al vecchio F16 addirittura come agilità in combattimento aereo.

Il caccia USA F-35 Lightning II
Il caccia USA F-35 Lightning II

 Tornando all'Isis, che compie un anno questi giorni, secondo lei il terrorismo andrebbe solamente prevenuto o bisognerebbe condurre degli interventi militari per combatterlo?

— Secondo la mia opinione, innanzitutto è corretto l'approccio italiano di operare molto sulla prevenzione, quindi azioni di polizia e di servizi segreti. Sono operazioni che hanno successo, come abbiamo visto con gli arresti degli ultimi giorni di integralisti sul territorio italiano. Tanto è vero che da più parti si sottolinea che per quanto riguarda la prevenzione e l'agire degli 007, l'Italia sarebbe in molti casi migliore della Francia.

E'chiaro però che da sola quest'operazione di intelligence non basta. Certamente l'Isis è diffuso a macchie di leopardo in molte zone del mondo islamico, ma ha il suo centro principale si trova nel territorio del Califfato, che è ben noto e individuabile a cavallo tra la Siria e l'Iraq. Se dopo un anno, il Califfato continua ad esistere, nonostante gli attacchi aerei degli americani e dei loro alleati, evidentemente questi attacchi non sono sufficienti. Non è stata dispiegata una forza paragonabile a quella che anni fa era stata utilizzata per esempio contro Saddam Hussein nel 1991 e nel 2003 oppure contro la Serbia nel 1999.

Se veramente si tratta di un pericolo mortale per tutti, occorre sicuramente che a livello di alleanze internazionali la potenza dispiegata contro il Califfato venga moltiplicata.

 Gli Stati Uniti per esempio appoggiano militarmente Kiev nella guerra contro i  separatisti dell'Est ucraino. D'altra parte perché non armano i curdi, unica forza che combatte sul campo contro l'Isis?

— Questa guerra contro l'Isis potrebbe essere l'occasione perché gli Stati Uniti e più in generale la Nato e l'Italia, si riavvicinino alla Russia, studiando insieme delle azioni contro il territorio del Califfato. Per quanto riguarda Assad in Siria: è chiaramente un dittatore, però resta il fatto che comunque è un attore importante nella lotta contro l'Isis.

In questo momento è chiaramente l'Isis il nemico peggiore per tutti, parliamo della barbarie moltiplicata ai massimi livelli. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Difesa, Bilancio, Terrorismo, ISIS, Mirko Molteni, Siria, Italia
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