16:56 17 Novembre 2019
Timofey Sergeytsev, filosofo, metodologo, membro del club Zinoviev MIA “Rossiya Segodnya”

La dinamica del rublo

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La dinamica del rublo è uno strumento di gestione e non un indicatore di "successo" o "insuccesso" della strategia economica, ritiene Timofey Sergeytsev, membro del Club Zinoviev dell'agenzia russa di stampa internazionale "Rossiya Segodnya".

Abbiamo bisogno di una nostra valuta nominale e del suo futuro progettuale: se avverrà, non avremo nulla a che fare con il "tasso di cambio del dollaro" di oggi, considerato come la temperatura corporea di un malato. Guardiamo il termometro tre volte al giorno, osservando con orrore che cosa succederà dopo. E qual è il grado più "letale"? Nel mio "college missilistico", come chiamavano l'Istituto di fisica e tecnologia di Mosca nel Paese del "presunto nemico", si faceva questo scherzo. Se qualcuno era malato, nella porta della sua stanza i compagni appendevano un grafico con la temperatura oraria, estrapolavano la sua crescita fino a 42° e l'ora della "presunta morte". Che non arrivava mai. Lo stesso si può dire per la "febbre economica." Per essa non si muore, checchè lo sostengano strenuamente i "professori", come è morta l'Unione Sovietica. Le società muoiono per la mancanza di voglia di vivere, che si esprime esclusivamente nei fenomeni politici, anche se l'economia è di "grande aiuto". L'economia della Seconda Guerra Mondiale non ha contribuito ad incrementare i consumi. Contemporaneamente la questione della disgregazione del Paese non stava in piedi. Oggi persino il quotidiano popolare più diffuso, cercando di rispondere ai sentimenti più patriottici, che di fatto ci sono, con forza alimenta la paura sul tema "che cosa accadrà al tasso di cambio." Sottintende: che cosa accadrà al consumo di importazione? Cosa succederà alla nostra emigrazione economica nel mondo delle merci straniere?

Quanto prima i "guru dell'economia" liberali, privati di influenza politica diretta, andranno in onda per parlare della "catastrofe" imminente, incitando il consumatore russo alla disobbedienza civile, "Ecco! Vi abbiamo avvertito!". E' curioso che sul crollo dell'economia globale, su uno sviluppo nazionale diseguale, ma sostenibile (terminologia delle Nazioni Unite), su una dipendenza globale sull'import-export, sui debiti americani illimitati in tutto il mondo (non garantiti), su tutto questo, abbiano messo in guardia persone completamente diverse.

Ma "i guru dell'economia" hanno già creato e con successo hanno già legato su di noi tale linguaggio per descrivere i fenomeni economici per far breccia a qualsiasi eventuale realtà, piuttosto che capire l'invasione sovietica dell'Afghanistan in termini di "adempimento del debito internazionale", come ha schernito il filosofo Merab Mamardashvili.

Abbiamo veramente grandi problemi nazionali e nell'economia. Parzialmente sono inevitabili, storici e legati al nostro essere, dove siamo e da dove proveniamo. Parzialmente derivati dai nostri errori e da quello che si sarebbe potuto evitare e che sarebbe potuto essere corretto. Parzialmente (e in larga parte) volutamente imposti su di noi dall'esterno, dai nostri avversari per l'allocazione globale dei benefici economici e di business. Questi tre tipi di problemi non sono apparsi ieri. Ma l'economia è soprattutto una prova di buon senso. Senza il buon senso, ci lasceremo banalmente imbrogliare. Non bisogna dimenticare che la prima (e principale) economia è il commercio. Crediamo ai mercanti "onesti"? Se sì, allora è meglio chiudere bottega perché faremo affari al buio. Mentre i commercianti tra di loro ci chiameranno giustamente con una nostra parola non molto letteraria  "lokhì" (fessi) con l'accento alla francese sull'ultima sillaba. Lo sanno già.

Tempi della Perestroika, periodo transitorio dell'economia e politica russa
© Foto : Courtesy Multimedia Art Museum, Moscow
Tempi della Perestroika, periodo transitorio dell'economia e politica russa

Tutta la concezione economica, presa dai noi a prestito dai "guru" americani e dai loro rappresentanti locali, doveva durare 25 anni e consisteva nel dividersi tra ricchi e poveri. Di cosa è proprio economicamente "efficiente" questa organizzazione sociale. Perché gli Stati Uniti. I poveri saranno costretti a lavorare e non a distrarsi sul posto di lavoro. Sarà la "desiderabile" coercizione economica al lavoro. Perchè del "non economico", "dell'amministrativo" e "del politico" (questo quando processavano per parassitismo) il popolo "è stanco", mentre il nuovo flagello è salutato con gioia, come l'iPhone 6 dopo l'iPhone 5. I ricchi saranno inevitabilmente i più intelligenti e di successo, anche se litigano tra di loro, e per qualche ragione creeranno nuove industrie che l'Urss non era in grado di sviluppare.

Creare ricchi in un breve lasso di tempo era possibile solo cedendo i beni dello Stato. Ciò che è stato fatto. Chi distribuiva, naturalmente, vendeva a sé stesso, a sè stesso e ancora a sé stesso. È logico che con questo metodo di arricchimento creare qualcosa di nuovo non solo è inutile, ma anche dannoso ai fini dello stesso arricchimento. Con questo metodo di arricchimento si disturba pesantemente molto di ciò che già c'è, ma migliorare e riorganizzare l'esistente è una perdita di tempo e un inutile mal di testa. Più facile liquidare. E così è stato, di conseguenza la Russia è uscita da molti mercati esteri, ed ha liberato molte nicchie interne. Cosa che ha molto soddisfatto i "commercianti onesti". Si erano sforzati per questo. Eppure è la concorrenza. La famigerata "capitalizzazione" (prima si erano evoluti non tutti i privatizzatori) è stata quella di svalutare beni dello Stato attraverso il sistema premeditato e consapevolmente organizzato della crisi economica del Paese, che ha indotto "riforme economiche" che poi hanno legittimato la vendita di "capitale" all'Occidente. Dove partire col denaro. Questo è infatti tutto. Cosa che ha completamente soddisfatto i maestri occidentali, dal momento che hanno ottenuto influenza politica e controllo esterno sulla Russia. Abbiamo osservato la seconda serie dello stesso scenario durante il mandato presidenziale 2008-2012, in qualità di privatizzazione non dei beni dello Stato (sebbene non siano ancora finiti), ma dei flussi finanziari di spesa. Lasciate che lo Stato paghi per le cure e non gli ospedali, ma noi, tramite la nostra compagnia di assicurazione, prenderemo enormi profitti, ciò che rimane lo lasciamo ai medici. Tutto il resto con lo stesso modo.

rublo russo
© Fotolia / Alexandr Blinov

Ma in un tale sistema di coercizione economica di ciò che in realtà non c'è (perché nessuna nuova comunità di business si preparava a creare una nuova economia non sapendo persino come), mentre l'utilizzo del capitale non era un problema dei poveri (cioè la massa della popolazione), ma era diventato l'assurdità della loro inutilità. In realtà nel campo dell'espropriazione della proprietà la popolazione non è necessaria. Serve ridurla. Quelli che lo Stato ha fatto crescere ed educato con successo in precedenza devono essere trasferiti all'estero, mentre in qualche modo gli altri si lasciano morire gradualmente. Ma dopo di tutto i poveri rimasti votano: è l'inevitabile carenza del sistema "democratico". Dunque serve dare loro qualcosa. Pertanto i liberali "condottieri del business" alla fine hanno deciso che una parte dei ricavi delle risorse naturali dovrà essere accantonata per l'importazione, per l'utile e l'inutile, per assolversi dalla gente. Ovviamente lo farà lo Stato, in quanto essi stessi non muoveranno un dito per condividere nulla. E' così nata un'intesa tattica tra il mondo del "business" e il potere. Istituzionalmente è stato progettato con la posizione dominante di "Russia Unita". Khodorkovsky, tra l'altro, era stato condannato al suo destino da parte degli stessi "della comunità di business" della Russia, dal momento che non riconosceva questa idea di "accordo sociale". Voleva prendersi tutto. La privatizzazione di Gazprom non è avvenuta. La Russia non si è disgregata, l'industria petrolifera è stata deprivatizzata. Ed eccoci qui alla "Khoper", come diceva l'eroe di una famosa pubblicità di una piramide finanziaria.

Questa situazione può essere solo un periodo storico. In realtà tutto questo è accaduto alla fine dell'Unione Sovietica. Noi tutti, sia come popolo che governo, abbiamo iniziato ad aver paura di creare nuove attività. Perché ci sono costi, rischi e problemi, sia politici che economici. Le ideologie politiche reali di comunismo e capitalismo combattevano quindi l'una con l'altra fino alla fine, entrambe sfruttavano rigorosamente lo stesso mito economico dell'abbondanza, che darà (deve dare) all'uomo il potere scientifico sulla natura ("tecnologia"). Si è così voluto questa abbondanza e largo consumo in cambio non di lavoro e problemi, ma a seguito dei vari "miracoli" economici. Anche se in termini di ordine economico in Unione Sovietica si aveva il proprio capitalismo di stato, il massimo di monopolio (a cui aspira il capitalismo), con la gestione della concorrenza-competizione delle grandi imprese, quindi il più efficace nella lotta economica con gli Stati Uniti, nonostante le risorse molto più piccole.

Il problema dell'Unione Sovietica, che non è stato mai rimosso fino ad oggi, è stato e rimane la gestione, che consisteva (consiste) nel fatto che al popolo veniva promesso un sistema economico giusto, come promettono oggi. La cosa sbagliata è che nessun sistema economico può essere giusto dal momento che la sua natura tende alla concentrazione della ricchezza, non importa esattamente in quali mani. La giustizia è un compito esclusivo dello Stato, come dimostrato da Platone. La gestione dell'economia e il controllo della giustizia devono essere divisi. Ma in Urss la remunerazione del lavoro era sistematicamente coincidente con la sicurezza sociale, cosa comunemente definita "livellamento". Entrambe venivano assicurate nei luoghi di lavoro e nei collettivi. Di conseguenza era impossibile controllare le garanzia e il lavoro. Perché il socialismo non significa uguaglianza, ma solidarietà, che è possibile solo se un ordine politico è giusto e c'è la distribuzione. La distribuzione egualitaria non era giusta.

Le privazioni già sperimentate dal popolo per un quarto di secolo (e inevitabilmente le future rinunce) saranno giustificate solo se cominciamo a sfruttare finalmente il solo, ma vero successo della "nuova" Russia: la divisione della remunerazione del lavoro (sia commerciale che di gestione, escludendo i super-profitti dello Stato, ma non tramite le tasse, ovviamente) e delle garanzie sociali effettive. Tuttavia oggi le garanzie sociali sono offerte dalle autorità "sottobanco" in termini ideologici, in quanto l'ideologia economica, resta del tutto liberale, e vieta quindi tali garanzie. Di che meravigliarsi, che la nostra gente sogna come prima l'Europa. Nessuno aveva vietato là il socialismo. Pertanto in Russia inevitabilmente le garanzie sociali sono offerte dal potere nei formati o della monetizzazione ("sussidio di maternità", "mutui scontati") o dell'inevitabile espansione dei consumi. Dopo tutto il consumatore si aspetta proprio questo dalle garanzie sociali. Tuttavia il consumo non è garantire la riproduzione della vita, è disarmonico come qualsiasi desiderio, liberato nella volontà e istigato dal marketing sull'astratta crescita economica. Le garanzie sociali nella parte non monetizzata (quella monetizzata è inevitabilmente scarsa) non dovrebbero espandere il consumo (sarebbe molto desiderato da quelli che fanno affari su un bilancio, ovvero la maggioranza della comunità imprenditoriale), ma armonizzare la riproduzione di persone abili, colte e sane. La nostra economia non ne ha abbastanza. Già iniziamo ad assumere i piloti dall'estero. Ma il consumatore acquisterà meglio una terza TV e il decimo i-phone piuttosto che curare malattie croniche ed imparare nuove discipline (non comprerà la laurea fasulla in legge ed economia).

Il business "raggiungerà la terraferma" solo quando il fare super-profitti cesserà di essere il suo unico scopo, quando questo obbiettivo scomparirà. Questo vale per tutte le dimensioni del business: piccolo, medio e grande. Solo allora potremo sollevare la questione della produttività e dell'efficienza economica dell'attività imprenditoriale. Solo allora non avrà senso rubare nè per i funzionari né per i banditi. Per questo business c'è bisogno di una vera e propria tutela dello Stato, sia giuridica sia economica. In breve, il business deve lavorare e non "guadagnare". Questo è quello che ci serve, non la mitica "lotta alla corruzione", combattere con sè stessi è del tutto impossibile.

Rubli russi
© Sputnik . Ria Novosti
Rubli russi

Dobbiamo sbarazzarci ancora di un mito economico, affinchè il rublo non porti paure, ma faccia riflettere. Ci impongono l'idea che dobbiamo trovare un posto nel "sistema della divisione mondiale del lavoro." Vogliono farci accettare il principio che l'occupazione di questo posto sia inevitabile. E per noi lo sceglieranno e risulterà che "abbiamo occupato ciò che possiamo." La nostra "natura limitata sulle risorse", con cui si relaziona l'ideologia economica liberale, è l'implementazione di questa idea. Non dobbiamo produrre armi, aerei e in generale tutte le cose complicate. Persino il tentativo ingenuo russo di comprare la "Opel" in crisi non ha avuto successo. Non ci hanno mai venduto nulla ad eccezione di merci non nuove. Senza alcuna sanzione. Dobbiamo ricordare che contro la divisione mondiale del lavoro in quanto tale (anche quella regionale) si è schierato decisamente P. Kropotkin. Se non vogliamo creare un altro potere su di noi, bisogna ascoltare le idee economiche dell'anarchismo. Per l'economia globale è completamente inaccettabile. Nessuno nel mondo di oggi vende merci per l'esportazione senza l'obbiettivo di gonfiare i super-profitti e creare una dipendenza nell'importatore (altrimenti si può ritorcere contro l'esportatore, come nel caso delle nostre sanzioni di risposta). E' inevitabile nel sistema attuale basato sull'eccessiva emissione di moneta. Così l'export è il diritto di imporre i propri prodotti alle proprie condizioni, un marketing aggressivo e pubblicità e un incentivo politico dell'import dei Paesi dipendenti. Quindi abbiamo bisogno di ricordare che la vera economia della riproduzione della vita e del business non coinvolge la specializzazione, ma al contrario l'espansione delle attività e la produzione dei propri prodotti, quando al limite produciamo noi stessi quello che ci serve.

Abbiamo bisogno di produrre da soli la tecnologia. O effettivamente "prenderla in prestito". Non c'è nulla di cui vergognarsi. La Cina dopo tutto non esita a farlo. Il mito delle "economie emergenti" ha ribaltato la verità secondo cui la diffusione della conoscenza e della tecnologia sia il principale obbiettivo politico dei Paesi che le possiedono. Questi Paesi (che noi conosciamo bene) tendono a "collettivizzare" (ovvero a fare proprie) non solo le risorse di conoscenza e tecnologia (che a parole richiede il mito dell'abbondanza sopracitato), ma anche quelle naturali, senza cui non può farne a meno nessuna "società dell'informazione", in quanto spostarsi su Facebook fisicamente è impossibile. Senza una socializzazione globale della scienza non c'è un'umanità globale in termini economici in linea di principio. Così ora ognuno per sé.

La rinuncia dell'importazione delle materie prime e dell'emigrazione dei consumatori è dolorosa. Ma è inevitabile. Serve rivedere le abitudini. Ma è meglio privarsi di esse che della propria vita. Tutta la mitologia economica impostaci, che dovrebbe incuterci paura incontrollata, terrore, panico e isteria, tratta il mondo economico come un processo naturale. Tutto accade in esso. Non serve "interferire". Abbiamo solo bisogno di garantire la "libertà". Non è vero. I processi naturali della realtà economica sono una risposta ad una componente artificiale, le azioni dei soggetti. Individuali o collettivi, come ad esempio le società e lo Stato. Gli ultimi in generale esistono per la ricchezza dei popoli, senza gli Stati non ci sarebbero nè ricchezza nè popoli. Per Adam Smith era evidente ed è partito da questo. I suoi narratori ideologici distorcono il suo pensiero pratico in luoghi comuni e parlano della "mano invisibile del mercato", nella convinzione che dopo il crollo moderno del modello, nessuno leggerà Adam, e se lo farà non capirà nulla. Ma la cosa principale è che c'è ancora una mano, anche se invisibile. Il mercato è uno strumento per il controllo dello Stato dell'economia, ha scritto il filosofo.

Il tasso di cambio del rublo, così come l'economia, è un fenomeno artificiale e naturale. Nella misura in cui si regola da solo, si tratta di una reazione difensiva del nostro organismo economico nazionale ad un eccesso di merci che arrivano dall'estero. Nella parte artificiale abbiamo bisogno di indebolirlo, in quanto si configura come un divieto generale di importazione beni dall'estero, oltre che a prodotti specifici dell'industria alimentare e dell'agricoltura. Entrambi i vettori coincidono. Dunque è tutto corretto. Tutto questo è la vecchia e buona questione del libero commercio, contro cui si è sempre schierata l'Europa e che l'Inghilterra ha sempre imposto. Ci siamo arricchiti tramite le risorse naturali, abbiamo oziato, abbiamo consumato tutte le cianfrusaglie, ma ora basta, dobbiamo lavorare. Serve cambiare i consumi. E ripristinare il potenziale umano. Il rublo è uno strumento di gestione e non un indicatore di "successo" o di "fallimento" della strategia economica. E' passeggero, per il ripristino della sovranità economica e finanziaria ci vorranno anni. L'isteria e il panico non aiutano. Ci devono ostacolare. Non abbiamo altra strada. Chi pensa altrimenti, basta che guardi intorno.    

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Rublo, Storia, Economia, Club Zinoviev, Timofey Sergeytsev, Russia
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