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06:55 18 Agosto 2019
Il Presidente turco Erdogan

La Turchia dopo il voto: Erdogan ha 45 giorni per cercare il compromesso coi curdi

© AFP 2019 / Yuri Cortez
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Mario Sommossa
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Il presidente turco Erdogan è stato spesso, nel suo Paese, oggetto di critiche per la sua "leggerezza" nell'uso di soldi pubblici a fini privati ma, nonostante gli attacchi, ha continuato, e continua, imperterrito nei suoi discutibili comportamenti.

Circa sei mesi fa, un giornale dell'opposizione pubblicò la notizia che, pensando alle prossime elezioni, aveva speso più di 380.000 dollari del pubblico bilancio per l'acquisto di una Mercedes S500 destinata al Presidente degli affari religiosi, l'imam Mehmet  Gormez. Appena la notizia divenne pubblica il religioso si precipitò a dire che, a titolo di esempio, egli avrebbe immediatamente restituito l'automobile. Al contrario, Erdogan volle giocare d'attacco e annunciò che non solo quell'auto ma anche un aereo privato sarebbe stato donato al religioso.

"Il Papa ha un aereo privato, auto private e veicoli blindati. Volete che il nostro leader religioso gli sia da meno e viaggi su aerei di linea?" — Recep Erdogan.

Il fatto che ciò fosse falso (il Papa viaggia con aerei Alitalia affittati all'occasione e, per spostarsi attorno al Vaticano, usa una Ford Focus) non cambiava nulla nell'intenzione di Erdogan perché ciò che gli interessava erano due cose: mostrare ai fedeli la propria devozione religiosa e proporre un'immagine-guida dell'Islam sunnita turco mettendo Ankara sullo stesso piano di quel che Roma è per il mondo cattolico.

Può essere che tutto ciò gli abbia confermato qualche consenso tra chi lo aveva votato nel passato, ma, di certo, il suo atteggiamento arrogante (qualcuno sostiene che lo sia perfino più dell'ex presidente francese Sarkozy — cosa, invero, non facile) e le intercettazioni che dimostravano la vastità della corruzione che coinvolgeva lui, la sua famiglia e il suo cerchio ristretto, molti di coloro che lo avevano scelto lo hanno oggi abbandonato. Senza contare che il suo disegno di islamizzare la Turchia ha innescato una polarizzazione sempre più profonda nell'elettorato.

In Italia la protesta contro inefficienze e corruzioni favorisce l'astensione. In Turchia, invece, la percentuale dei votanti è addirittura aumentata rispetto alle ultime votazioni e l'intento di molti elettori, delusi o altrimenti convinti, è stato proprio quello di fermare Erdogan e la sua corsa verso un presidenzialismo spinto. Sull'onda della sconfitta che non gli consentirà più una maggioranza assoluta, lo stesso partito AKP corre adesso il rischio di una resa dei conti interna e qualche scaramuccia è già cominciata.

Per ora gli scontri rimangono pressoché sotterranei ma, poiché per governare servirà trovare una maggioranza facendo una coalizione con altri partiti, la debolezza del governo che potrebbe uscirne aumenterà i conflitti tra Erdogan e i suoi oppositori interni.

Anche un governo di coalizione è difficile da ipotizzarsi in quanto, proprio viste le difficoltà dell'AKP, nessuno degli altri tre partiti entrati in parlamento ha un vero interesse a sposare Erdogan.

Il partito curdo HDP entra per la prima volta nel parlamento con un successo che lo porta a ben il 13% dei consensi (la soglia d'ingresso minima essendo il 10%). Il suo leader, Demirtas Selahattin, è un ottimo oratore che è riuscito, con un programma liberalsocialista, a raccogliere la fiducia dei curdi, sia laici sia confessionali, attirando voti anche da non-curdi. Il fatto, poi, di essere stato un bersaglio privilegiato da parte di Erdogan che sperava di riuscire a tenerlo di sotto della soglia dei 10 percento, lo ha trasformato in un emblema anche per molti di coloro che avevano manifestato a Gezi Park contro il regime. L'idillio Erdogan-curdi era comunque già finito quando, durante l'assedio di Kobane in Siria, il Presidente turco aveva impedito ai curdi di Turchia di passare la frontiera per dare una mano ai "fratelli" ivi minacciati di sterminio.  Con quella decisione, che mirava a impedire una congiunzione tra il PKK turco e i curdi di Siria per evitare la nascita di una nuova identità, Erdogan si giocò non solo le simpatie elettorali di gran parte di quella minoranza ma anche la possibilità di un sostegno nel referendum costituzionale destinato a trasformare la Turchia in una repubblica ancora più fortemente presidenzialista. Non a caso, tutta la campagna elettorale dell'HDP è stata svolta con la promessa che mai si sarebbe fatta alleanza con il partito di Erdogan. E' quindi molto improbabile che questo partito possa offrire i propri voti per la nascita di una maggioranza parlamentare.

Il partito kemalista CHP, classificandosi secondo con il 25% dei voti è l'avversario storico di Erdogan e con lui non ha mai condiviso né la forzata islamizzazione della società né la politica estera neo ottomana in Medio Oriente. Una sua alleanza con l'AKP non è tuttavia impossibile ma resta improbabile.

Il terzo partito, l'MHP, ha ottenuto poco più del 16% dei voti e i suoi 80 seggi sarebbero più che sufficienti, numericamente, per una coalizione di governo. Si tratta però di un partito ultranazionalista che ha sempre fortemente criticato il rais turco per le sue aperture verso la minoranza curda. Oggi è l'unico che potrebbe considerare l'ipotesi di un accordo, ma è evidente che una delle condizioni che sarebbero poste è proprio quella di dimenticare il dialogo con le minoranze e di tornare sulla strada dell'assimilazione forzata. Certamente, anche se un governo nascesse su queste basi che lo porterebbero ancora più lontano dall'Europa sarebbe molto debole e potrebbe cadere alla prima occasione di dissenso. 

Purtroppo, anche un'alleanza alternativa (aritmeticamente possibile) che spingesse solo l'AKP all'opposizione non può realizzarsi per la totale incompatibilità tra il partito curdo e i nazionalisti. Entrambi, infatti, trovano le loro rispettive identità proprio in questa contrapposizione. 

Nel frattempo, il partito di Erdogan ha reso pubbliche le tre condizioni base per una possibile coalizione che sono: continuare il processo di pace con i curdi, riconoscere la legittimità del presidente turco Recep Tayyip Erdogan  (intesa come una disponibilità al referendum costituzionale?) e una lotta dichiarata contro lo "stato parallelo" rappresentato dal movimento religioso (un qualcosa di simile al nostro Comunione e Liberazione) guidato dall'ex amico Fethullah Gulen.

Queste condizioni sembrerebbero essere studiate apposta per offrire un accomodamento al partito kemalista CHP ma mentre scriviamo non si conoscono ancora le reazioni di quest'ultimo. Di certo, sempre che ci si fidi l'uno dell'altro e gli impegni reciproci siano mantenuti anche dopo un possibile referendum costituzionale, una tale alleanza implicherebbe un importante freno a quell'islamizzazione della Turchia che Erdogan ha imposto in modo sempre più marcato fin dal momento della sua prima elezione.

Dallo scorso 7 Giugno ci sono quarantacinque giorni di tempo perché il Parlamento voti la fiducia al governo. Se ciò non avvenisse, Erdogan sarebbe obbligato, secondo Costituzione, a indire nuove elezioni che avrebbero luogo entro novanta giorni dal loro annuncio.

In un prossimo articolo parleremo delle conseguenze di questi scenari all'interno della Turchia e nei rapporti con il Kurdistan iracheno.

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elezioni, Recep Erdogan, Turchia
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