14:57 27 Aprile 2017
    Funerali Donbass guerra

    Donbass: un anno di guerra censurata dai media occidentali

    © Sputnik. Andrey Stenin
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    Tatiana Santi
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    In Italia c’è una vera e propria censura mediatica in merito alla guerra nel Donbass, un conflitto nel bel mezzo dell’Europa che compie oramai un anno. I media occidentali hanno parlato spesso e volentieri delle cosiddette aggressioni russe e dei carri armati che ogni giorno invaderebbero l’Ucraina Orientale.

    Ma si è parlato dei civili bombardati dall'esercito ucraino, della gente rimasta senza casa che ha trovato rifugio in Russia?

    Psicologa Sara Reginella
    © Foto: fornita da Sara Reginella
    Psicologa Sara Reginella
    Capire come aiutare i civili, mostrare loro che non sono stati abbandonati: questo è l'obiettivo della conferenza tenutasi a Rostov, dove ha partecipato la psicologa italiana Sara Reginella, che ha gentilmente rilasciato un'intervista a Sputnik Italia.

    - Ci parli della conferenza scientifica e pratica tenutasi a Rostov sulla questione del conflitto in Ucraina orientale.

    Eliseo Bertolasi, reporter dal Donbass
    © Foto: fornita da Eliseo Bertolasi
    Eliseo Bertolasi, reporter dal Donbass
    - Alla conferenza ha partecipato una delegazione di psicologi italiani che si sono confrontati con una delegazione di psicologi russi dell'università di Rostov, insieme a noi era presente anche il giornalista Eliseo Bertolasi, che è stato diverse volte nel Donbass. Il confronto è stato veramente proficuo, perché abbiamo potuto vedere che siamo uniti, l'Italia è insieme alla Russia, parliamo la stessa lingua. Abbiamo avuto l'opportunità di confrontarci anche con istituzioni della Federazione russa come la Croce rossa, i cosacchi e persone che si occupano delle emergenze. Ci siamo resi conto di quale macchina perfetta sia stata organizzata qui in Russia per aiutare la popolazione del Donbass dal punto di vista umanitario.

    È assolutamente vergognoso che noi in Italia non sappiano niente di quello che viene fatto da professionisti di altissimo livello. Abbiamo ascoltato tante testimonianze, visto fotografie di quello che accade per esempio nei campi profughi. Ci hanno raccontato come intervengono gli psicologi per aiutare le famiglie e i bambini.

    - Lei ha elaborato un approccio psicologico per studiare i conflitti internazionali paragonandoli a quelli all'interno di una famiglia. Di che cosa si tratta?

    - La mia idea di paragonare i conflitti internazionali alle relazioni famigliari è nata proprio da una necessità. In Italia questa guerra è stata censurata, abbiamo visto pochissime immagini e tutte le responsabilità sono cadute sulla Russia. A mio avviso è importante trovare un linguaggio per arrivare alla popolazione che non chiuda le persone. È chiaro che in un conflitto ognuno pensa di aver ragione, però è importante fare un passo indietro ed osservare il conflitto dall'esterno, spiegare alla gente quali sono le dinamiche che interessano questo conflitto. Bisogna far capire che poi ognuno ha le proprie ragioni, spesso c'è una parte che viene danneggiata, che non viene ascoltata.

    Io non voglio dare un messaggio politico, vorrei far capire che le guerre nascono da dei conflitti anche relazionali. Dobbiamo uscire da questo gioco di dire che la Russia è un aggressore e un nostro nemico. Cerco di dare il mio contributo facendo psicologia. Qui siamo davanti ad uno scontro simmetrico sempre più alto, dobbiamo informare la gente che stiamo correndo tutti un grandissimo pericolo. Non c'è ostilità della Russia nei nostri confronti, questa mattina l'abbiamo toccato con mano. C'è da dire che le persone si chiudono quando non sono informate: in Italia stiamo assistendo ad una vera e propria censura mediatica. La Russia viene assolutamente demonizzata, io sono venuta qui per parlare con i colleghi russi per dire che io non sono d'accordo.

    Conferenza a Rostov sul conflitto nel Donbass
    © Foto: fornita da Eliseo Bertolasi
    Conferenza a Rostov sul conflitto nel Donbass
    - Qual è il lato pratico della sua teoria? Lei con i suoi colleghi vorrebbe operare anche sul campo?

    - Sono venuta con delle mie colleghe, che si sono occupate di emergenze. Insieme a me c'è la dottoressa Daniela Silvestrelli, responsabile del consultorio famigliare di Ancona e la dottoressa Nicoletta Maggitti, specializzata in psicologia delle emergenze. Abbiamo visto che i nostri metodi di intervento sono simili a quelli dei nostri colleghi russi. Vorremmo cercare di capire come possiamo unire le forze, entreremo sempre più nel pratico, è importante anche dare un messaggio alla popolazione, far capire che noi non li stiamo abbandonando. 

    - Perché secondo Lei in Italia si è parlato così poco del lato umanitario del conflitto nel Donbass? Al di là dei colori politici, perché non si parla di vite umane e delle vittime?

    - Siamo di fronte ad un sistema di manipolazione mediatica: l'obiettivo è quello di dire che nel Donbass deve essere attuata un'operazione anti terrorismo. Secondo quello che viene detto in Occidente nell'Ucraina orientale ci sono dei terroristi, se poi fai passare il messaggio che la gente soffre, muore e fai vedere questi "terroristi", chiamati difensori dai civili, che aiutano a ricostruire le abitazioni distrutte sarebbe un messaggio incongruo. Poi la gente capirebbe che le cose non stanno come ci vengono raccontate, o quantomeno che il mondo non è diviso come tra il bianco e il nero.

    Adesso si deve dire che il Donbass è il "male", che è "cattivo". Se poi si dicesse che non tutto è così negativo si creerebbe un senso critico nelle persone. Chi lancia questi messaggi non vuole che la popolazione occidentale sviluppi questo senso critico. Siamo difronte ad una vera dittatura mediatica. 

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    Tags:
    Donbass, Italia, Russia
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