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    L’attentato di Tunisi rimescola le schegge impazzite del Medioriente

    © AP Photo/ Alessandro Fucarini
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    Mario Sommossa
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    Dopo l’attentato di Tunisi è aumentata, comprensibilmente, la paura che qualcosa di simile possa succedere anche in territorio europeo.

    Questo timore non è certo peregrino ed è bene che i governi cerchino di potenziare al massimo in tutto l'occidente la sorveglianza sui luoghi "sensibili". Pure i recenti attentati a danno di cristiani in varie aree del mondo sembrano confermare la sensazione che movimenti islamici estremisti, siano essi l'ISIS, Boko Haram o al Qaida, stiano perseguendo, come loro obiettivo principale, l'attacco al nostro mondo e alla religione con cui siamo genericamente identificati.

    In realtà, di là dalla retorica usata dai terroristi per cercare il consenso delle masse arabe e islamiche in cerca di una comune identità, ciò che sta avvenendo in Medio Oriente non è una minaccia precisamente diretta contro di noi bensì  una lotta tutta interna al mondo islamico. E' diverso il caso dell'Africa sub-sahariana, ove le motivazioni dello scontro sono puramente locali e la lotta contro il mondo "cristiano" è, come spesso succede, un alibi necessario a coprire conflitti interetnici o, addirittura, intertribali.

     In Siria, Yemen, Libia ecc., la vera lotta è invece quella per l'egemonia nell'area. Turchia, Arabia Saudita e Iran, ciascuno dotato di propri "satelliti", sono i contendenti, anche se la tradizionale complessità di questa zona fa si che, contemporaneamente, siano tra loro amici e nemici. Amici, probabilmente, lo resteranno solo per un periodo contingente legato alla comune lotta contro il sedicente Stato Islamico. 

    Infatti, ciascuno di questi tre Paesi ha motivi diversi per temere l'ISIS: i sauditi hanno paura che l'influenza di un movimento radicale di questo tipo possa destabilizzare il regno, a maggior ragione in un periodo di debolezza dovuto alla successione al trono e all'incertezza per la successione futura.  I turchi, che già si vedevano "patron" della futura Siria orfana di Assad, avevano dapprima sostenuto l'ascesa di questo e altri gruppi, essendo la loro possibile vittoria una condizione necessaria per liberarsi dell'ingombrante "supervisione" iraniana che, attraverso Iraq, Siria e Libano arrivava fino al Mediterraneo. Solo la travolgente avanzata dell'ISIS ha reso evidente ad Ankara come la sua vittoria fosse, in qualche modo, un cadere dalla padella nella brace. Anche per l'Iran l'ISIS è un grave pericolo perché il suo successo (e il suo sodalizio con molte tribù sunnite locali) costituirebbe la fine del potere di Teheran esercitato fino a quel momento.

    Il possibile accordo tra Stati Uniti e Iran rimescola però ulteriormente le carte. Sia Ankara che Riad guardano con sospetto e preoccupazione la possibilità che entro il 31 Marzo si pongano le basi per la riammissione dell'Iran a pieno titolo nella comunità internazionale. E' chiaro a tutti che tale accordo implicherebbe, di fatto, l'accettazione e il riconoscimento di un importante ruolo politico degli iraniani sull'area e riconfermerebbe formalmente la diarchia dei due Paesi sull'Iraq. Non solo, il venir meno delle sanzioni consentirebbe a Teheran di mettere a frutto le proprie enormi potenziali capacità in economia dando così ulteriore supporto al suo desiderio egemonico.

    E' proprio la paura della nuova politica americana, oltre alla minaccia dello Stato Islamico, che ha spinto Turchia, Arabia Saudita e Qatar a mettere momentaneamente da parte le loro rivalità. Riscoprendo come alibi la comune identità sunnita, si accentuano le manovre difensive preventive e, all'occasione, anche quelle offensive.  Nonostante sia stato l'ISIS a rivendicare l'attentato in una moschea di Sanaa che ha causato 143 morti e 300 feriti, non si può escludere a priori che Riad, troppo preoccupata della vicinanza del gruppo Houthi (sciita) all'Iran, non ne sapesse assolutamente nulla.  Non ci sono prove e forse nemmeno indizi che coinvolgano i sauditi ma è certo che costoro non amano la penetrazione iraniana nella penisola e un sanguinoso attentato che colpiva dei fedeli sciiti avrebbe potuto benissimo essere la risposta giudicata necessaria. D'altronde, non bisogna dimenticare che non sarebbe la prima volta che i wahabiti si fanno sponsor di atti terroristici. E non si limitano a quello: è evidente che il crollo del prezzo del petrolio sia un importante avvertimento sia per l'Iran sia per gli USA, impegnati, questi ultimi, a diventare il più grande produttore di petrolio grazie al fracking.

    La ritrovata solidarietà sunnita contro gli ayatollah sciiti si è manifestata in più modi ma, per ora, soprattutto con espressive mosse diplomatiche. Sono ripresi, infatti, i rapporti tra Ankara, Riad e Doha con il coinvolgimento del riluttante (verso la Turchia) Egitto di Al Sissi. Come se non bastasse, i sauditi hanno invitato a un incontro, avvenuto nella seconda settimana di marzo, il primo ministro pakistano Nawaz Sharif. Quest'ultimo ha da lungo tempo ottimi rapporti personali con i sauditi e va ricordato che nel 1979, durante l'ascesa al potere di Khomeini in Iran, truppe pakistane furono ospitate in funzione difensiva sul territorio saudita. L'Arabia è il Paese (a parte Israele) che più teme la svolta della politica americana e il fatto che il Pakistan sia una potenza nucleare di certo non li disturba. 

    Rientra nel quadro di rappacificazione sunnita anche il nuovo atteggiamento dei Saud nei confronti dei Fratelli Mussulmani.  Non si tratta ancora di un abbraccio ma, quanto meno, di cominciare a considerarli come interlocutori possibili. Una delle conseguenzenegative possibili, di cui potremo tra non molto valutare gli effetti, potrebbe riguardare l'Egitto poiché, se questa tendenza continuasse, il sostegno di Riad per Al Sissi non sarà più a 360 gradi come in precedenza.

    Mentre però si fanno passi in Medio Oriente verso un ricompattamento, in Africa settentrionale continua il confronto, come se si trattasse di un altro mondo: in Libia i gruppi sostenuti da Turchia e Qatar continuano a opporsi violentemente a quelli spalleggiati da Egitto e Arabia saudita. Tuttavia anche la ritrovata speranza di un accordo locale potrebbe rientrare nelle manovre in corso altrove.

    La situazione è dunque complessa ma non è detto che ciò disturbi più di tanto gli americani: non avendo più la volontà di esser direttamente coinvolti con propri militari, gli USA possono solo essere soddisfatti che in Medio Oriente si creino nuovi equilibri e che, nel caso di un loro eventuale accordo con gli iraniani, un altro potere altrettanto forte si contrapponga a questi ultimi. Ciò che conta è che nessuno sia, da solo, troppo potente da soverchiare gli altri e che tutti continuino a mantenere un qualche legame di dipendenza da Washington.

     

     

     

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    Tags:
    Al Qaeda, Petrolio, jihadisti, Boko Haram, ISIS, Al Sissi, Yemen, Iran, Libia, Siria, USA
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