09:00 08 Dicembre 2016
    In memoriam di Boris Nemtzov ucciso a Mosca la notte dal 27 al 28 febbraio

    Buon senso

    © Sputnik. Iliya Pitalev
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    Giulietto Chiesa
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    Io non so chi ha ucciso Boris Nemtsov. Ma, poiché se ne deve parlare, essendo evidente l’eccezionale importanza del delitto, avvenuto a poche centinaia di metri dal Cremlino, non resta che affidarsi a un freddo uso del normale buon senso.

    E il normale buon senso dice che Vladimir Putin è stato il bersaglio di questo attentato, insieme alla Russia che egli sta guidando in questo periglioso frangente. Ed, essendo il bersaglio, è ben difficile che egli ne sia stato autore, o ispiratore.

       Lo dimostra proprio — a posteriori — l'ondata di accuse che sta dilagando su tutti i mass media occidentali. Angelo Panebianco, in un editoriale del Corriere della Sera, è arrivato addirittura a paragonare Putin a Mussolini, e l'assassinio di Boris Nemtsov a quello di Matteotti. Evidentemente Panebianco ha già concluso l'indagine, non si sa con quali elementi. Di certo non con l'uso del buon senso. E, per quanto concerne le analogie, sarebbe utile usarle cum grano salis.

        Bisognerebbe supporre, per seguire Panebianco nel suo ragionamento, che Boris Nemtsov costituisse un serio pericolo per Vladimir Putin. Ma così non era da parecchio tempo. Nemtsov era molto distante dall'apice di popolarità di cui godette quando Eltsin lo nominò primo vice premier del suo governo. Poi fondò il Partito "Unione delle forze di destra" (SPS) e entrò nella Duma, già come oppositore di Putin. Ma alla tornata successiva il suo SPS non raggiunse il quorum elettorale e rimase fuori dal parlamento. Da allora, negli ultimi anni, il declino della sua figura è stato costante. In uno degli ultimi sondaggi d'opinione Nemtsov non era nei primi sei posti tra le personalità di rilievo della politica russa.

       Certo era noto, e non poco. Un bell'uomo, di grande fascino, amato dal pubblico femminile, dall'oratoria sciolta ed efficace. Ma non era attorno a lui che, da tempo, si riunivano le frastagliate e divise opposizioni extraparlamentari al governo di Putin. Questo spiega, ad esempio, perché Nemtsov decise di rilanciarsi recandosi in Ucraina e diventando, per un certo periodo, consigliere dell'allora presidente "arancione" Viktor Jushenko. Fallita la rivoluzione arancione, Nemtsov tornò a Mosca, restando in ombra, per riemergere solo l'anno scorso schierandosi contro la politica del Cremlino nella crisi ucraina.  Su questa interpretazione — mio malgrado — mi trovo d'accordo con Edward Luttwak: non può essere stato Putin a inscenare questo assassinio, poiché Nemtsov "era sì una delle voci più critiche della politica di espansione di Putin in Ucraina, ma la sua protesta non era assolutamente in grado di minare la popolarità del presidente".

        E fin qui basta il  buonsenso. Ma la macchina comunicativa occidentale è in grado di annullare anche quello, e su larga scala. Così si spiega la rapidissima reazione  dello stesso Putin, a poche ore dall'assassinio: una dichiarazione centrata su due pilastri. L'assassinio "è stato commissionato", e "si configura inequivocabilmente come una provocazione". Commissionato da chi? Putin non lo dice, per ora. Provocazione per  cosa? La risposta l'ha data Mikhail Gorbaciov: "Per destabilizzare la situazione interna della Russia".

       Qui s'innesta la seconda interpretazione che è corsa anch'essa, in lungo e in largo, su molti media, seconda solo all'affermazione perentoria sulla colpevolezza di Putin. Interpretazione che potrebbe essere sintetizzata in questo modo: gli assassini sono da ricercare in Russia, tra gli ultra-nazionalisti russi; oppure tra i russi che volevano che Putin intervenisse militarmente in Ucraina, a difesa del Donbass; oppure in settori dei servizi segreti russi, anch'essi scontenti per la "debolezza" di Putin di fronte all'Occidente. In realtà sono  varianti della stessa cosa. Che serve a un doppio scopo: concentrare l'attenzione "sull'interno", affermando l'esistenza di un'altra frattura della società russa; e  allontanando perfino l'idea che possa trattarsi di qualcosa che è venuto dall'esterno".  

        Tutto è naturalmente possibile, ma dovrebbe essere suffragato da qualche elemento di prova o, quanto meno, di analisi. Ora ciò che è visibile è, al contrario, un consistente appoggio a Putin proprio dei settori nazionalisti, di tutti i settori nazionalisti russi. Non si è vista traccia, in tutti questi mesi di durissimo scontro tra l'Occidente e la Russia, di un'opposizione a Putin da parte di settori dell'esercito e delle cosiddette "strutture della forza". L'ipotesi è dunque peregrina, anche se a sostenerla sono in molti, insieme a Edward Luttwak.

        E non è a questa ipotesi che pensa Vladimir Putin. Lo sappiamo perché proprio lui aveva avanzato quella di un intervento "dall'esterno". Lo fece, in pubblico, il 28 febbraio del 2012: "Queste tattiche le conosco da tempo — disse — soprattutto quelle di chi sta all'esterno (…) Lo so: cercano una vittima sacrificale tra qualcuna delle personalità più in vista, per poi mettere sotto accusa i poteri dello stato. Sono capaci di tutto. E lo dico senza alcuna esagerazione". Ed era — si noti — il 2012, quando la crisi in Ucraina era ancora di là da venire. Putin ragionava  però sulla base delle esperienze del decennio appena trascorso: agli Stati Uniti facevano capo una serie di "guerre", più o meno civili, in Libia, in Siria, in Irak. Mancavano ancora all'appello l'Ucraina e la stessa Russia: l'obiettivo, il trofeo decisivo. Insomma Putin si aspettava che qualcuno, dall'esterno, tentasse di aprire  un "fronte interno" per destabilizzare la Russia. Ecco cosa intende dire oggi Mikhail Gorbaciov.

         Ed è strano che, a differenza dei commentatori russi, in Occidente nessuno abbia avanzato l'ipotesi di inquadrare questo assassinio nella strategia americana che punta proprio alla demolizione di Vladimir Putin. Strano davvero. I commentatori "complottisti" di tutti i giornali occidentali manifestano qui una singola distrazione, o carenza d'immaginazione.

         E c'è, infine, l'inquietante circostanza dell'intervista che Boris Nemtsov rilasciò al giornale online Sobesednik il 2 marzo del 2014,  nella quale egli affidava alla preoccupazione della madre, la sua propria: di essere ucciso proprio da Putin.  All'intervistatore, che lo incalzava, rispose che sì, anche lui "un poco" temeva questa eventualità. Quasi un tremendo, involontario suggerimento a chi — non sappiamo sotto quale meridiano — stava appunto cercando una "personalità in vista" da trasformare in "vittima sacrificale".

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    funerali, Boris Nemtsov, Vladimir Putin, Russia
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