14:50 11 Dicembre 2016
    Il presidente degli USA Barack Obama seguito dal primo ministro italiano Matteo Renzi al G7.

    Renzi va a Mosca con un pacchetto misterioso

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    Giulietto Chiesa
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    Il viaggio di Matteo Renzi a Mosca – previsto per il prossimo 5 marzo - annuncia contorni piuttosto confusi.

    In una intervista a un canale tv italiano il premier ha prima di tutto ribadito che Mosca deve smetterla  di appoggiare la secessione del Donbass e "tornare al tavolo negoziale". Apparentemente dimenticandosi che il tavolo negoziale a Minsk già esiste e, anzi, ha già prodotto una tregua e una serie di accordi, ai quali la Russia ha preso parte attiva. Ma non è stata una dimenticanza. Probabilmente, a fini mediatici, Renzi non intende dare un significato particolarmente distensivo al suo viaggio a Mosca, e preferisce presentarsi all'incontro con Putin piuttosto come esponente "di mezzo" tra l'ala "negoziante" e quella "intransigente" dello schieramento europeo. Lo segnalano due mosse della vigilia: la prima l'annuncio della sosta a Kiev (ancora non fissata però) prima della destinazione di Mosca. La seconda una lunga telefonata con il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, polacco (esponente dell'ala che insiste per riarmare Kiev, sull'onda dei suggerimenti americani).

    In questo contesto si colloca lo "strano dialogo" che Renzi tenterebbe di instaurare con il Cremlino: una specie di alleanza con la Russia nella lotta per fermare l'avanzata dell'ISIS in Libia. Qui l'incertezza è totale. Intanto lo è sul fronte italiano, dove l'idea di un'Italia alla guida di una imprecisata coalizione che dovrebbe fermare il Califfato in Libia è assai contrastata. Romano Prodi ha messo in guardia: "un'azione militare sarebbe assai pericolosa". E nessuno, nemmeno nella coalizione di Renzi, ha una grande voglia di menare le mani. Cosa può chiedere dunque Renzi a Putin? All'Onu la partita è, per il momento chiusa. La posizione russa, già espressa, è per un sostegno alle forze governative libiche. Del resto in linea con le mosse del Cairo.

    Ma Mosca non andrà oltre un'azione diplomatica discreta, che è poi quella che già sta esercitando su tutta l'area del conflitto che è stato scatenato da Arabia Saudita, Quatar e Israele. Ed è ben noto che Mosca difende il diritto sovrano della Siria di Bashar al Assad proprio contro l'offensiva dell'ISIS. Non è dunque chiaro come l'Italia di Renzi possa produrre qualche iniziativa — e quale — che appaia convincente a Mosca. A meno che la faccia corrucciata del giovane Renzi in tema di Ucraina non serva a coprire qualche scambio di favori con Mosca sul fronte libico. Magari niente di più di un qualche titolo di "mediazione" per un'Italia rimasta ai margini dello scontro di Kiev, da strappare a Vladimir Putin in cambio di qualche buona parola in tema di riduzione delle sanzioni.

    Di più non sembra il caso di sperare. Non emerge nessuna visione d'insieme della politica estera italiana. Lo spazio ci sarebbe, perfino in Libia. Sicuramente ci sarebbe in Ucraina, purché Renzi decidesse sul tema cardine del momento: si o no alle armi per Kiev. Ma qui si balbetta soltanto attraverso la voce di Paolo Gentiloni che, come ministro degli esteri, non appare comunque un leone. Il tutto mentre i misteriosi siti della jihad — puntualmente scoperti dall'attivismo di Rita Katz — spaventano il pubblico  invadendo il mainstream con la minaccia di un Mediterraneo sporco di sangue italiano.  Naturalmente in caso di un qualche tentativo di infilare nuovamente l'Italia nel disastro libico (cui l'Italia, com'è noto,  ha contribuito, seppure contro voglia).

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    visita, Matteo Renzi, Vladimir Putin, Italia, Ucraina, Russia
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