16:28 09 Maggio 2021
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Il presidente Joe Biden ha annunciato che il primo maggio gli USA cominceranno a ritirare o loro 2.500 soldati dall’Afghanistan e che spera che l’operazione sia conclusa entro l’11 settembre, ossia in occasione del ventesimo anniversario degli attacchi del 2001. Anche le truppe della NATO lasceranno l’Afghanistan il mese prossimo.

Il 14 aprile il presidente Joe Biden ha annunciato il ritiro delle truppe americane: “Non possiamo continuare ad estendere o espandere la nostra presenza militare in Afghanistan sperando di creare le condizioni ideali per il ritiro, prefigurandoci un altro esito”.

Biden ha riferito che in totale 2.488 cittadini statunitensi hanno perso la vita in Afghanistan e 20.722 sono rimasti feriti. Si confrontino questi numeri con i 15.051 militari sovietici che furono uccisi in Afghanistan tra il 1979 e il 1989. Quando l’Armata Rossa arrivò in Afghanistan nel dicembre del 1979 e fece in modo che Babrak Karmal diventasse il presidente e il nuovo leader della Repubblica democratica comunista di Afghanistan, la Guerra fredda era al suo culmine.

Gli USA scendono a patti con i mujahideen

Quella mossa fu contrastata dagli USA i quali temevano che l’Afghanistan diventasse la pedina di un domino che avrebbe colpito il Pakistan garantendo così ai sovietici un accesso importante sull’Oceano Indiano.

Ignorando il sempre crescente consenso guadagnato dal fondamentalismo islamico (alcuni studenti iraniani avevano occupato l’ambasciata statunitense e dichiarato l’America il “grande Satana), gli USA sostennero i mujahideen basandosi sul principio “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Nel suo libro Afgantsy: The Russians In Afghanistan Rodric Braithwaite scrisse che il supporto che gli americani prestarono ai mujahideen fu inizialmente esiguo.

Braithwaite, ex ambasciatore britannico a Mosca, scriveva: “Il presidente Reagan è succeduto a Carter e il nuovo direttore della CIA, William Casey, un uomo religioso, credeva che il Cristianesimo e l’Islam potessero unirsi contro gli atei sovietici”.

Il membro del Congresso Charlie Wilson si guadagnò il consenso dei mujahideen dicendo: “Morirono 58.000 soldati in Vietnam, abbiamo un conto in sospeso con i russi”.

Il democratico, interpretato da Tom Hanks nel film La guerra di Charlie Wilson, spinse il Congresso ad allocare 9 miliardi di dollari di spese militari per il decennio successivo finalizzate, tra l’altro, all’acquisto di missili terra-aria Stinger, capaci di distruggere gli elicotteri sovietici che al tempo dominavano i cieli dell’Afghanistan.

Il fondamentalismo islamico senza controllo

I mujahideen e i combattenti stranieri islamici come Osama bin Laden accettarono le armi americane, ma molti di loro continuarono a disprezzare gli USA.

Nel suo libro Braithwaite scrive che gli americani erano “ciechi di fronte alla natura delle forze che avevano aiutato a scatenare”.

Quando l’Unione Sovietica ritirò le sue ultime truppe dall’Afghanistan nel febbraio del 1989, il presidente statunitense George H. W. Bush disse: “Sosteniamo gli sforzi profusi dall’Afghanistan nell’intento di formare un governo stabile e di ampia rappresentanza che riesca a soddisfare le esigenze del popolo afghano”.

Ma i mujahideen supportati dagli USA non volevano un “governo di ampia rappresentanza” che includesse donne, socialisti o liberali. Volevano un regime basato sui precetti dell’Islam.

Nel 1992 il presidente Mohammad Najibullah, sostenuto dai sovietici, perse la sua influenza e quattro anni dopo fu catturato dai talebani che lo picchiarono, torturarono e castrarono prima di dargli il colpo di grazia e di impiccarlo a un palo della luce in un incrocio nel centro di Kabul.

La volta dei talebani

I talebani fecero la loro comparsa nella metà degli anni ’90 e presto presero il controllo del Paese tenendo puntato anche l’Occidente.
Erano ben organizzati, non ammettevano la corruzione e portarono la stabilità in Afghanistan dopo 4 anni di conflitti tra diverse fazioni di mujahideen.

Ma i talebani misero al bando la musica e lo sport, ordinarono alle donne (che durante il governo di Najibullah erano invece state incoraggiate a studiare) di stare a casa e di coprire interamente il loro corpo con il burqa.

Nel 2001 gli USA e gli alleati della NATO invasero l’Afghanistan per deporre i talebani e i loro alleati, al-Qaeda, che erano tra i responsabili dell’attentato dell’11 settembre.

Tra il 2001 e il 2009 gli USA spesero 38 miliardi di dollari nella missione in Afghanistan.

Nel maggio del 2003 l’allora segretario di Stato USA alla Difesa, Donald Rumsfeld, pose fine ai combattimenti e ridusse il numero di soldati americani a 8.000.

Alla fine del 2003 la NATO assunse il controllo delle operazioni in Afghanistan.

Ma i talebani non si arresero e il numero di attacchi kamikaze passò da 27 nel 2005 a 139 nel 2006.

In risposta il numero di solati NATO nel Paese passò da 5.000 a 65.000.

Per tutto quel periodo di tempo Bin Laden rimase la “primula rossa” di al-Qaeda nascondendosi lungo la frontiera afghano-pakistana e manifestandosi soltanto per deridere gli americani tramite video appositamente registrati.

Obama assorbito dall’Afghanistan

Nel febbraio del 2009 il nuovo presidente americano Barack Obama prese l’impegno di rimanere in Afghanistan e vi riportò 17.000 nuovi soldati.

Obama poi ordinò un ennesimo aumento del numero di soldati che all’inizio del 2010 arrivarono ad essere ben 98.000. Ma i talebani (così come i Viet Cong 40 anni prima) non furono sconfitti.

Nel maggio del 2011 Bin Laden fu localizzato in Pakistan dagli americani che lo assassinarono senza ottenere l’autorizzazione dal governo di Islamabad.

Il mese successivo Obama ordinò il ritiro di 33.000 soldati dall’Afghanistan entro il 2012 e annunciò che tutte le unità da combattimento sarebbero rientrate in patria entro il 2014.

Tuttavia, nel maggio del 2014 Obama prorogò ulteriormente il ritiro al 2016 poiché il governo sosteneva che l’ISIS avrebbe potuto diffondersi dalla Siria all’Afghanistan.

L’operazione Enduring Freedom, così chiamata dal governo Bush, fu sostituita dalla operazione Freedom’s Sentinel del governo Obama che aveva l’obiettivo di evitare gradualmente il conflitto armato instaurando un governo fantoccio di stampo americano che avrebbe dovuto tenere alla larga i talebani.

Gli USA non hanno imparato niente dal Vietnam?

La “nuova” strategia ricordava molto un altro conflitto: nel 1973 gli ultimi soldati statunitensi lasciarono il Vietnam dopo che il presidente Richard Nixon firmò gli accordi di pace di Parigi con il Vietnam del Nord.

Nixon introdusse la cosiddetta politica della vietnamizzazione secondo la quale essenzialmente gli abitanti del Vietnam del Sud si sarebbero sobbarcati l’onere del conflitto armato, cedutogli dagli americani.

Questo approccio non ebbe successo.

Nell’aprile del 1975 gli ultimi soldati dell’Esercito della Repubblica di Vietnam, supportato dagli americani, si dispersero e il Nord comunista prese Saigon cambiandole nome in Ho Chi Minh City.

I soldati americani in Afghanistan avevano un’arma che in Vietnam non c’era: i droni.

Nel 2015 emerse che Obama aveva ordinato 500 attacchi coi droni, molti dei quali in Afghanistan: 10 volte di più rispetto al suo predecessore.

Nel 2016 si svolge la campagna presidenziale ed entrambi i candidati, Donald Trump e Hillary Clinton, sostengono di voler lasciare l’Afghanistan.

Nell’agosto del 2017 Trump, ormai presidente, cambia però le sue intenzioni.

Disse che “il suo intento inizialmente era di ritirarsi”, ma poi si è reso conto che il ritiro delle truppe avrebbe creato un vuoto che i terroristi avrebbero potuto colmare.

Nel gennaio del 2018 i talebani cominciarono ad aumentare gli attacchi contro le forze governative afghane.

Al tavolo delle trattative coi talebani

Le lezioni tratte dai conflitti in Vietnam e in Afghanistan sono diverse ma in fin dei conti gli USA lasceranno agli afghani la possibilità di decidere il loro futuro, anche se si tratta di un futuro con i talebani che sostengono di essere cambiati e di voler partecipare alle elezioni.

Il mese scorso il presidente afghano Ashraf Ghani, eletto nel 2019 per un mandato quinquennale, disse: “Il passaggio di potere per via elettorale è un principio non negoziabile per noi. Siamo pronti a discutere dello svolgimento di elezioni libere, eque e inclusive sotto l’egida della comunità internazionale. Siamo altresì pronti a definire una data per lo svolgimento delle elezioni e a raggiungere un accordo”.

Gli USA oggi hanno preso atto del fatto che i talebani non possono essere sconfitti militarmente e sostengono di aver deciso di ritirare i loro rimanenti 2.500 soldati.

Ma si teme che rimangano comunque le forze speciali e che le unità di combattimento possano ritornare qualora i talebani conseguano importanti progressi durante l’inverno.

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