01:39 08 Maggio 2021
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Il presidente statunitense Joe Biden ha discusso con i rappresentanti delle società tech leader del settore il problema del deficit dei microchip, nonché le prospettive di un ritorno degli USA al ruolo di leader globale nella produzione di semiconduttori.

Come si legge nel comunicato stampa diramato dalla Casa Bianca, durante l’incontro è stato preso in esame, tra l’altro, il progetto di Biden per gli investimenti infrastrutturali. Gli USA si sono detti pronti ad allocare risorse in tecnologia e, in particolare, nella produzione di chip dal momento che la Cina e gli altri concorrenti non se ne stanno con le mani in mano. L’America, dunque, dovrà recuperare il suo ruolo di leader nel settore.

L’incontro si è tenuto da remoto. Oltre al presidente, per il governo USA hanno partecipato la segretaria al Commercio Gina Raimondo, il consigliere del presidente alla sicurezza nazionale Jake Sullivan, il direttore del Consiglio economico nazionale Brian Deese. Lato industria, invece, hanno partecipato figure manageriali di General Motors, Alphabet, Intel, TSMC e diverse altre società tech. L’incontro è stato voluto dalle case automobilistiche americane che continuano a soffrire della carenza di chip sul mercato. Le aziende hanno sottolineato che, se la situazione non cambierà, potrebbero ridurre la produzione di auto di 1,28 milioni di unità.

Biden, come si addice a un presidente americano, ha pronunciato un altisonante discorso: “Abbiamo trainato il mondo intero alla metà del XX secolo. Lo abbiamo fatto alla fine del secolo e lo rifaremo ancora”. Tuttavia, come dichiarato dalla portavoce della Casa Bianca Jennifer Psaki, non è stata proposta o prevista alcuna soluzione. L’obiettivo dell’incontro era intavolare un dialogo aperto con i leader del settore e, secondo Psaki, quest’obiettivo è stato raggiunto.

Nel comunicato stampa ufficiale della Casa Bianca vi sono pochi dati concreti. Si legge che le parti hanno sottolineato l’importanza di rendere più trasparenti le attuali catene di distribuzione del comparto dei semiconduttori in modo da evitare future carenze di questi prodotti. Oggetto di discussione è stato altresì il progetto di Biden per gli investimenti in infrastrutture che, secondo quanto riportato, dovrebbe migliorare la sicurezza nazionale, la durabilità delle catene di distribuzione e le infrastrutture del futuro.

Dietro a queste parole si nasconde una realtà molto chiara. Gli USA hanno perso la loro leadership nella produzione di semiconduttori. Mentre nel 1990 gli USA ne producevano il 37% a livello mondiale, ora solo il 12%. Inoltre, alcuni giganti tech americani come Intel stanno gradualmente perdendo i loro vantaggi competitivi. Le CPU di Intel non sono più le più veloci al mondo. Le aziende tech stanno cominciando a perdere terreno. Intel solo l’anno scorso ha avviato la produzione di semiconduttori a 10 nanometri, mentre la taiwanese TSMC è già riuscita ad avviare la produzione di quelli a 5 nanometri. Sembra un dettaglio, ma in microelettronica è in realtà un’enorme differenza. Infine, Intel l’anno scorso ha allocato per la produzione di chip risorse per 14,3 miliardi di dollari e Samsung il doppio. TSMC, leader per volume di mercato acquisito e per livello dei suoi prodotti, prevede quest’anno di aumentare il capitale allocato a 28 miliardi di dollari.

Dunque l’industria americana di semiconduttori al momento è rimasta indietro rispetto al resto del mondo. Il presidente statunitense Joe Biden ha elaborato un piano di ampio respiro per l’allocazione di 2.250 miliardi di dollari in investimenti infrastrutturali, il cosiddetto American Jobs Plan. Nello specifico, ai semiconduttori si prevede di destinare 50 miliardi di dollari. Tali risorse dovranno servire per la ricerca e lo sviluppo, nonché per la creazione di impianti produttivi nel Paese. Secondo il progetto di Biden, questo dovrebbe anzitutto contribuire alla creazione di nuovi posti di lavoro e, successivamente, a garantire all’America di riacquistare il suo primato. Inoltre, gli USA così metteranno in sicurezza le attuali catene di distribuzione da eventuali carenze o interruzioni.

In linea di massima il presidente USA ha semplicemente voluto promuovere il suo piano di investimenti per mettersi al riparo da eventuali critiche mosse dai repubblicani, sostiene Chen Fengying, collaboratore del Centro studi sulle relazioni internazionali.

“Biden ha necessità di promuovere il piano di investimenti che mira a ridare vita all’economia, alla scienza e alla tecnologia americane. Pertanto, ne sta parlando il più possibile. Deve attirare l’attenzione popolare su questo programma cosicché i repubblicani abbiano meno margine per attaccarlo. Al momento Biden ha proposto un piano di investimenti infrastrutturali di 2.000 miliardi di dollari. L’obiettivo principale del progetto è creare occupazione. A mio avviso, è un obiettivo conseguibile poiché in molti comparti la disoccupazione è aumentata per via della pandemia, soprattutto nel settore dei servizi. Ma i semiconduttori sono un problema a parte. Si tratta, infatti, di prodotti ad alto valore tecnologico e non tutti sono in grado di lavorare in questo settore. Non è affatto semplice riacquisire la leadership in questo settore, ma è possibile attuare una strategia di alleanze ad esempio sovvenzionando i produttori di chip in altri Paesi amici quali Corea del Sud o India. In questi Paesi, tra l’altro, la manodopera ha anche un costo inferiore rispetto agli USA”.

Chiaramente, i progetti del governo USA di investire 50 miliardi di dollari nello sviluppo dell’industria dei semiconduttori hanno incoraggiato i rappresentanti delle aziende. Peter Cleveland, vicepresidente di TSMC, ha dichiarato che le riflessioni del presidente americano confermano l’impegno degli USA di prendere provvedimenti decisi che arrechino beneficio a tutti gli attori del mercato globale e che, pertanto, TSMC plaude agli sforzi di entrambi i partiti del Paese e a quelli del presidente. TSMC intende costruire uno stabilimento per la produzione di chip del valore di 12 miliardi di dollari in Arizona. E si prevede che buona parte di queste risorse verrà erogata dalle autorità governative statunitensi.

Chiaramente, se Washington attirerà produttori globali di chip con fondi e sovvenzioni, una certa quota dei loro ricavi finirà negli USA. Ma a tal proposito si presentano alcune questioni. Quanto saranno produttive queste imprese? Come si coniugano queste sovvenzioni governative alle imprese con il principio di economia di mercato? E, aspetto più importante, chi pagherà? Dopotutto, gli USA con queste incredibili misure di supporto all’economia si stanno scavando una fossa sempre più grande, osserva l’esperto.

“A mio avviso si tratta di una mossa delicata del governo americano. In sostanza per riacquistare la loro supremazia, gli USA stanno tentando di impedire che la Cina li superi in nessun settore produttivo. Sappiamo che il deficit di bilancio degli USA ha raggiunto valori da record nel 2020. Ora Biden ha annunciato un nuovo pacchetto di ristori economici dal valore di 2.250 miliardi di dollari. Se a questi aggiungiamo i ristori precedenti per 1.900 miliardi, otteniamo una cifra da capogiro. Biden nel frattempo sta tentando di riformare il sistema fiscale, chiedendo più tasse alle imprese e ai più abbienti. Ma le risorse che si potrebbero attrarre in questo modo sono comunque molto limitate. Dunque, gli USA stanno realmente affossando la loro economia. Hanno aperto i rubinetti e affogato l’economia con i ristori. Questo potrebbe essere foriero di gravi problemi strutturali, fra cui anche difficoltà nella fornitura di chip”.

Il problema comunque non consiste soltanto nel fatto che la manodopera negli USA ha un costo elevato, ma anche nel fatto che non è vantaggioso produrre chip nel Paese. Non a caso il baricentro in questo settore avanzato si è spostato in Oriente: Corea del Sud, Giappone, Taiwan. Nemmeno in quest’area il costo della manodopera è basso. Ma la produzione di chip geograficamente si trova nelle immediate vicinanze del principale mercato per la commercializzazione di questi prodotti, ossia la Cina continentale. La Cina è il maggior consumatore di chip al mondo. Ogni anno il Paese esporta questi prodotti per un valore di 300 miliardi di dollari (più del petrolio). È chiaro che esportare i chip dagli USA sia estremamente più complesso e costoso rispetto a dislocare gli impianti produttivi direttamente nei pressi delle catene di distribuzione più importanti.

In parte l’attuale carenza di chip è stata causata proprio dagli USA. Washington ha più volte esteso l’elenco delle società cinesi sottoposte a restrizioni sulla fornitura di chip e altri componenti. Non sorprende, dunque, che molte società, anzitutto cinesi, per via dell’imprevedibilità del governo americano abbiano preso dei provvedimenti per evitare di perdere rapidamente tutto per colpa della Casa Bianca. Di conseguenza, i ricavi di produttori come TSMC sono aumentati anche del 50%. E i loro vantaggi competitivi si sono consolidati anche grazie alle sanzioni americani: non essendo una società americana, TSMC è più a suo agio a collaborare con la Cina che con i concorrenti statunitensi.

Pertanto, anche se i produttori mondiali cederanno alla tentazione dei ristori e delle sovvenzioni, non rinunceranno certo al mercato cinese. Gli investimenti statunitensi non li aiuteranno a riacquistare il primato nella produzione dei chip, ma anzi creeranno una frammentazione del mercato. A sviluppare competenze saranno quindi società di Paesi terzi che lavoreranno sia per gli USA sia per la Cina. Quest’ultima, si noti, è intenzionata a sviluppare il comparto allocando risorse importanti nel prossimo quinquennio.

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