23:37 11 Aprile 2021
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Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha promesso a gennaio che avrebbe inteso promuovere un nuovo referendum sull'indipendenza dal Regno Unito in caso di vittoria alle elezioni scozzesi di maggio. Ma Boris Johnson e il Governo si oppongono drasticamente a un altro voto di secessione.

Secondo quanto riferito da The Telegraph, Boris Johnson rivolgendosi domenica scorsa alla conferenza del Partito conservatore scozzese, avrebbe espresso la sua severa opposizione all’idea di un secondo voto scozzese per l’indipendenza, definendolo una mossa sconsiderata, soprattutto in questo momento di pandemia e sforzo comune.

“Assolutamente questo non è il momento per uno sconsiderato referendum sull'indipendenza. Dobbiamo combattere tutti insieme”, avrebbe detto il Primo ministro britannico.

Perché un nuovo referendum

A gennaio, la leader scozzese Nicola Sturgeon, aveva dichiarato che avrebbe inteso tenere un "referendum legale" sull'indipendenza dal Regno Unito in caso di vittoria alle prossime elezioni, sostenendo che il fattore Brexit avrebbe cambiato le carte in tavolo rispetto al primo referendum.

Agli elettori scozzesi era stato chiesto la prima volta se volessero che la Scozia diventasse un paese indipendente nel referendum del settembre 2014. Il 55% degli elettori scelse di rimanere nel Regno Unito.

La Brexit tuttavia innescò successivamente nuove preoccupazioni e fornì nuova linfa alle ambizioni degli indipendentisti.

Nel giugno del 2016 infatti, la Scozia, al contrario del resto della Gran Bretagna, aveva votato al 62% per rimanere nell’Unione Europea e la Primo ministro Nicola Sturgeon da allora aveva iniziato a rivendicare la necessità di un secondo referendum, sulla base dei nuovi dati di fatto.

Il Governo centrale è assolutamente contrario

Tuttavia, prima l'allora primo ministro Theresa May, in seguito Johnson, rifiutarono di accogliere la richiesta.

Theresa May
© Sputnik . Sergey Guneev
Theresa May

Secondo Johnson, in particolare, il referendum del 2014 sarebbe stato da intendersi come "un'opportunità unica per generazione".

La maggior parte degli scozzesi per altro, per lo meno stando ai sondaggi, voterebbe per rimanere nel Regno Unito se domani si tenesse un nuovo referendum sull'indipendenza.

Secondo l’ultima indagine demoscopica del Savanta ComRes per il quotidiano Scotland on Sunday, il 46% voterebbe contro l'indipendenza, rispetto un 43% a favore e circa un 10% sarebbe ancora indeciso.

Downing  Street cerca di tenere buoni gli indipendentisti

Ma Downing Street sa bene di non potersi fidare solamente dei sondaggi e della propria retorica, visti per altro i ristretti margini mostrati dai sondaggi.

Secondo quanto riferito, il Governo starebbe mettendo a punto una serie di misure preventive atte ad  ‘ammorbidire’ gli animi dei più convinti indipendentisti e accattivarsi le simpatie per lo meno degli ancora indecisi.

Tra queste si annoverano misure fiscali per le imprese scozzesi, atte a promuovere i vantaggi di rimanere nel Regno Unito, investimenti in infrastrutture, trasporti e cultura, nonché è stato considerato un ambizioso piano per creare un centro per il commercio e gli investimenti ad Edimburgo, ma anche è stata ventilata l’ipotesi di portare la Camera dei Comuni in Scozia, Galles o Irlanda del Nord per due settimane ogni settembre.

"Porterebbe il Parlamento più vicino al popolo", avrebbe proposto il presidente della Camera dei comuni, Jacob Rees-Mogg.
Il 'bastone' e la 'carota'

Se da una parte il Governo centrale promette aspetti positivi per invogliare a restare nel Regno, dall’altro paventa aspetti negativi in caso di ipotetici tentativi di ‘fuga’ accusando gli indipendentisti di irresponsabilità in questo momento di pandemia e i promotori del nuovo referendum di non riflettere abbastanza su quali sarebbero le conseguenze per le pensioni degli scozzesi, gli stipendi amministrativi, l’ipotetico confine con l’Inghilterra, la valuta e le esportazioni con il resto dell’isola britannica.

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