09:26 17 Aprile 2021
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Se si guarda una serie sudcoreana, si finisce in prigione. Se la si consiglia a un amico, si viene puniti severamente. Questo è ciò che è stato appreso in merito alla nuova legge nordcoreana in materia di contrasto all’ideologia e alla cultura reazionarie.

L’adozione della legge nel mese di dicembre dello scorso anno è stata accompagnata dalla promessa di Kim Jong-un (il quale ha definito l’anti-socialismo un “cancro”) che presto vi sarebbero state nuove regole per “prevenire coerentemente la comparsa e la diffusione di ideologie e manifestazioni culturali anti-socialiste”. I media hanno ben presto descritto questa legge come un compendio di norme finalizzato a contrastare qualsiasi manifestazione della cultura sudcoreana: da musica e trasmissioni televisive fino all’utilizzo del lessico tipico del Sud.

L’attacco della Corea del Nord a una cultura “ideologicamente incompatibile” non lascia ben sperare (per usare un eufemismo) i sostenitori della cooperazione tra le due Coree. Le autorità nordcoreane hanno però per lungo tempo chiuso un occhio in merito ai dorama e al K-pop sudcoreano che arrivava nel Paese. Queste concessioni venivano fatte alla luce della transizione all’autosufficienza che il governo ha di fatto indotto. Ma ora l’élite di Pyongyang, apparentemente, ha cominciato a temere che l’introduzione illecita e la diffusione di contenuti stranieri potesse vanificare i tentativi di prendere il controllo sulla situazione.

“Dopo l’arrivo di Kim Jong-un nel 2011 non era disciplinato in maniera rigida il consumo da parte dei cittadini di contenuti importati da Cina, Corea del Sud e altri Paesi. Ma l’aumento complessivo dei rischi alla sicurezza, tra cui il crescente rafforzamento da parte degli USA delle sanzioni ai danni della Corea del Nord nonché le difficoltà legate all’emergenza sanitaria che hanno indotto a interrompere il commercio con la Cina, peggiora la già complessa situazione economica dei nordcoreani. Il malcontento legato al rafforzamento delle misure di contrasto alla pandemia è aumentato rapidamente. Pare che nell’ultimo anno vi siano state manifestazioni di scontento popolare o si siano registrati segnali di eventuale scontento. Questo probabilmente ha spinto ad adottare misure di rafforzamento del controllo sulla diffusione di manifestazioni della cultura pop proveniente dall’estero”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Sputnik Kim Jung, docente presso la University of North Korean Studies.

Secondo Kim Jung, l’adozione della legge contro l’ideologia e la cultura reazionare non dev’essere considerata un tentativo di soffocare sul nascere un’opposizione che, vedendo come vivono i loro cugini sudcoreani, potrebbe cominciare a pretendere riforme politiche. La predilezione per i contenuti sudcoreani non può nemmeno essere legata alla percezione da parte dei nordcoreani di una identità culturale con i cugini del Sud. Pertanto, non è possibile contare sul fatto che gli amanti del K-pop e dei dorama diventino la forza motrice per l’unificazione delle due Coree alle condizioni imposte da Seul.

“Vi sono numerosi studi a riprova del fatto che durante il governo di Kim Jong-un, rispetto al suo predecessore, la legittimità del regime e la fedeltà allo stesso sono in realtà cresciute. Pertanto, le questioni relative all’approccio nei confronti dei contenuti culturali provenienti dai Paesi con economia capitalista vanno divise dal tema del rapporto con il regime politico”, ritiene l’esperto.

Il desiderio della Corea del Nord di limitare l’influenza della cultura popolare straniera sull’ideologia imposta ai cittadini mediante l’introduzione di pesanti sanzioni di natura penale è indice non tanto di un irrigidimento del regime, quanto piuttosto dell’assenza in mano alle autorità di strumenti più efficaci.

“La Cina, ad esempio, ha già predisposto un sistema di controllo e monitoraggio sulla base di dati biometrici e ultimamente sta tentando di creare una forma ancor più avanzata di autoritarismo digitale. Per fare questo ha investito molti fondi e di fatto l’infrastruttura è già pronta. In Corea del Nord, invece, si è puntato sulla promozione degli hacker e del settore tecnologici a fini bellici. Ma nel complesso l’infrastruttura informatico-tecnologica che consentirebbe di prendere il controllo della situazione rimane ancora obsoleta”, osserva l’esperto.

Il quale aggiunge che la Corea del Nord non ha nemmeno tentato di creare un modello analogo a quello cinese e che nel prossimo futuro probabilmente non riuscirà a farlo a causa della carenza di mezzi e personale qualificato.

“Dopo la Marcia della Sofferenza la Corea del Nord ha tentato di rafforzare o diminuire la pressione sui mercati tradizionali e ha sfruttato le organizzazioni di partito, i gruppi popolari (Inminban) e altri tradizionali metodi di controllo conservando così un sistema di monitoraggio autonomo degli uni contro gli altri. Pertanto appare logico considerare l’adozione di questa legge come un metodo tradizionale di garantire la sicurezza alla luce della carenza di una base materiale per la creazione dell’autoritarismo digitale”, ha dichiarato il professore.

Dopo che nell’aprile del 2018 a Pyongyang si recarono diversi performer sudcoreani tra cui il gruppo Red Velvet (che avrebbe scelto Kim Jong-un in persona), si è cominciato a pensare che la Corea del Nord fosse pronta ad accogliere la cultura di massa del Sud. Tuttavia, dopo i tentativi falliti di risolvere la questione nucleare e le altre criticità di lunga data, si è venuto a creare l’ennesimo irrigidimento con le minacce nucleari e le restrizioni sulla fruizione di contenuti provenienti dal Sud.

Il gruppo k-pop sudcoreano Red Velvet
© AP Photo / Lim Tae-hoon/Newsis
Il gruppo k-pop sudcoreano Red Velvet

Ad ogni modo, come osserva l’esperto, è improbabile che la Corea del Nord decida di aprirsi in maniera repentina anche nel caso in cui Kim Jong-un raggiunga un accordo con gli USA.

“Soltanto l’intelligentia nordcoreana ha facoltà di entrare in contatto con le manifestazioni dello scambio culturale intercoreano, ma il loro accesso alla cultura straniera e sudcoreana è limitato. Così l’eventuale influenza esercitata da tali contenuti viene limitata. Pertanto, anche se in seguito le pressioni di natura bellica si ridurranno, è improbabile che il Paese si aprirà rapidamente al mondo esterno dal punto di vista culturale. Considerata l’esperienza della Cina che ad oggi ancora non rende accessibile la rete Internet nella sua interezza, possiamo affermare che nei sistemi basati sul governo monopartitico i ritmi di indebolimento del controllo totale sulla circolazione delle informazioni sono molto lenti. E poiché uno degli elementi fondamentali per la conservazione del proprio potere è il controllo sulle informazioni, rimangono molto basse le possibilità che il Nord apra all’esterno in tempi rapidi il suo comparto culturale. Per essere pronti allo svolgimento di scambi culturali, occorre anzitutto essere sicuri che la soglia di apertura concessa non vada a minare la stabilità politica. Soltanto in questo caso, dopo la rimozione delle pressioni di natura bellica, sarà possibile sperare in un’apertura verso il mondo esterno”, sottolinea l’esperto.
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