17:17 10 Aprile 2021
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Il Canada e l’Australia hanno dichiarato guerra a Facebook imponendo alla società americana di rendere noti i proventi derivanti dalle attività pubblicitarie.

Zuckerberg ha accettato la sfida, ma a farne le spese sono gli utenti. Per più di una settimana infatti non è stato possibile leggere su Facebook le notizie dei giornali locali. La disputa tra Facebook e Canberra ha colpito improvvisamente anche la Russia. Maggiori dettagli nel prosieguo dell’articolo.

La formula canadese

“Ottawa è all’avanguardia nella lotta contro Facebook e Google. Noi non cediamo nemmeno se i giganti tech bloccheranno tutti i contenuti. Il Canada si spingerà oltre l’Australia”, ha promesso Steven Guilbeault, ministro canadese del patrimonio culturale il quale è promotore di un progetto di legge sull’interazione tra gli aggregatori di notizie online e i giornali locali.

Il legislatore creerà la cosiddetta “formula canadese”, un compendio di disposizioni di carattere giuridico che vincola i giganti tech a pagare un “giusto prezzo” per la pubblicazione di spazi riservati ai media locali. Guilbeault spiega che i giornalisti canadesi da tempo hanno lanciato il segnale d’allarme e lamentano un calo dei proventi per via dell’operato dei social media e degli aggregatori di notizie.

“Se costringeremo Facebook e Google a pagare, i nostri media guadagneranno fino a 490 milioni di dollari in più. In caso contrario, soprattutto alla luce della pandemia, si registrerà un ultriore sensibile calo dei proventi e dei posti di lavoro nel comparto”, spiega il ministro canadese.

I canadesi vorrebbero prendere le mosse dall’esperienza dell’Australia, Paese che sta imponendo a Facebook e Google di stringere accordi con le agenzie di stampa e di corrispondere loro delle quote per i contenuti. Tuttavia, considerate le specificità dei media locali, i canadesi dovranno adattare il caso australiano alla loro realtà.

Guilbeault ha studiato anche l’approccio francese al tema: un atteggiamento meno rigido rispetto agli ultimatum australiani. Parigi invita Facebook e Google ad accordarsi preventivamente con i giornalisti locali per l’utilizzo dei contenuti.

“Stiamo ancora capendo qual è il modello giusto per noi. Si pensa che presto 5, 10, 15 Paesi adotteranno normative analoghe. Facebook forse metterà a repentaglio le relazioni con Francia e Germania così facilmente come ha fatto con Australia e Canada?”, si chiede Guilbeault.

Il codice digitale di Canberra

Il “caso australiano” al quale rimandano le autorità canadesi ha sconvolto il comparto a inizio febbraio. Canberra ha elaborato un disegno di legge che vincola i social network e i motori di ricerca a pagare i media per mostrare le notizie locali. Il documento è il Codice per lo svolgimento di negoziati tra le agenzie di stampa e le piattaforme digitali. Il Codice invita Facebook e Google a concludere contratti con i media australiani e a corrispondere dei compensi per il diritto d’autore. Si prevedono altresì dei bonus per la pubblicazione di link agli articoli.

Facebook e Google all’inizio si sono indignati e hanno accusato le autorità australiani di creare una lobby ad personam per tutelare gli interessi del magnate Rupert Murdoch. Questi possiede i principali media americani ed europei, ma i suoi asset più rilevanti si trovano in Australia. Murdoch è di Melbourne. In Australia gli risulta più facile difendere i propri interessi economici e fare pressioni sul governo.

Gli utenti dei social media hanno più volte definito ironicamente il governo australiano “una divisione della holding di Murdoch, News Corp”. I giganti tech hanno dichiarato che il magnate desidera sfruttare la nuova legge.

Le autorità australiane spiegano che l’elaborazione del nuovo quadro legislativo è condotta dal comitato per la vigilanza sulla concorrenza e i diritti dei consumatori. Questo organo svolge questa funzione da molti anni e valuta in che modo Google e Facebook operano sul mercato digitale locale.

Nel 2019 il comitato ha presentato un rapporto in cui si espone in che modo i giganti americani privano i media locali di proventi. La maggior parte dei giornalisti australiani è preoccupata perché le agenzie pubblicitarie si rifiutano di collaborare con i media locali preferendo invece social network e motori di ricerca, si legge nel rapporto.

Facebook e Google vanno a braccetto: è una situazione che si registra in qualsivoglia Paese.

Gli utenti condividono le notizie. Di norma, la maggior parte dei link rappresenta contenuti multimediali di Paesi dai quali gli account sono gestiti. In questo caso Google e Facebook in ogni nazione si accaparrano i proventi pubblicitari.

© AP Photo / Evan Agostini
Rupert Murdoch

La difficile scelta di Facebook

Il disegno di legge è stato discusso e nei prossimi giorni se ne prevede l’approvazione. Sono chiaramente concessi eventuali emendamenti, ma non è previsto alcuna profonda revisione. Google ha acconsentito ad alcuni compromessi: questa settimana, ad esempio, ha concluso un contratto triennale con News Corp.

Murdoch riceverà dei compensi per la pubblicazione sul motore di ricerca di materiali dei propri media. Ma la questione non riguarda soltanto i media australiani. Google vanta infatti il diritto di utilizzo di contenuti di primari media americani e britannici che appartengono al magnate Murdoch.

I giornalisti australiani hanno appurato che in 3 anni il gigante tech pagherà a News Corp 10 milioni di dollari.

Facebook non ha fatto concessioni e anzi ha inasprito le sue condizioni. La legge non è ancora stata approvata, ma la il social network ha bloccato l’accesso alle notizie per gli utenti australiani. Questi non possono nemmeno condividere le notizie dei media locali. Bannate anche le pagine di istituti sanitari e ministeri responsabili della gestione di situazioni emergenziali. Le autorità hanno accusato la piattaforma di ricatto. Questa la risposta di Facebook:

“Le incomprensioni con le autorità australiane sull’assetto delle relazioni tra Facebook e gli editori ci ha portato in un vicolo cieco. Ci siamo trovati di fronte a una scelta: applicare una strana legge o bloccare l’accesso alle notizie sulle nostre piattaforme in Australia. A malincuore scegliamo la seconda opzione”, si legge nel comunicato di Facebook.

Ad ogni modo è stato trovato un compromesso temporaneo. Le autorità australiane hanno promesso di non esercitare pressioni sul social network e di concedergli di accordarsi con i media in maniera autonoma. Mark Zuckerberg è soddisfatto di questo compromesso.

Una conseguenza inaspettata per la Russia

Il blocco dei media australiani su Facebook ha avuto ripercussioni inaspettate anche sulla Russia. Infatti, il caporedattore di Russia Beyond, Vsevolod Pulya, ha scoperto che tutti i link delle sue pubblicazioni destinate ai social venivano bannati.

“Facebook ha erroneamente considerato Russia Beyond una rivista australiana. Perché? Difficile a dirsi. Ci siamo rivolti alla loro assistenza tecnica che ha tardato a rispondere. Sono girati in rete anche dei meme del tipo “Facebook, imparare la geografia: la Russia non è l’Australia”. Al caso si sono interessati anche degli esperti di Facebook Russia, ma non è stato d’aiuto. Abbiamo registrato un calo del 40% del traffico online”, spiega Pulya.

Dopo una settimana finalmente Facebook ha risposto ai giornalisti. Gli esperti dell’assistenza tecnica hanno riconosciuto l’errore, ma hanno spiegato che non avrebbero sbloccato subito le risorse bannate, ma soltanto dopo che tutti i media australiani saranno affrancati dal ban. Ad oggi, stando a quanto dichiara Pulya, l’accesso è ancora precluso sebbene le autorità australiane e il social network abbiano raggiunto un compromesso.

“Per Facebook è più semplice bloccare tutto ciò che è legato all’Australia per tutelarsi. Il problema è che Russia Beyond non ha nulla a che fare con l’Australia se non che uno dei nostri amministratori ha lavorato per qualche anno a Canberra. Al momento collabora con noi dall’Ungheria. Ma questi dettagli sono spiegati sulla nostra pagina. Pertanto non capiamo perché siamo stati scambiati per un’agenzia australiana”, si chiede dubbioso Pulya.

Sovranità digitale

Pavel Koshkin, collaboratore scientifico senior dell’Istituto di ricerca degli USA e del Canada, ipotizza che la disputa sorta tra le autorità e i giganti tech si sia inasprita in esito al blocco di Donald Trump su Twitter e Facebook.

“Le società informatiche hanno perso credibilità applicando una politica poco trasparente. Il caso del ban di Trump ha dimostrato ai governi che cosa significano la pressione tecnologica e la censura. In sostanza, le società private hanno mandato nel dimenticatoio politico l’ex presidente e lo hanno annientato come personalità. Il timore delle autorità canadesi e australiane è legato al fatto che i social abbiano in pugno internet. E questo è chiaramente un fenomeno pregno di ripercussioni politiche”, riflette Koshkin.

Il ban di Trump ha spinto i governi a dichiarare guerra al monopolio detenuto dai giganti tech. “Joe Biden state tentando di riportare la situazione in suo favore invitando ad avere fiducia del mezzo internet. Ma la disputa si è spinta ormai troppo oltre ed è quasi impossibile risolverla in breve tempo. È necessaria una discussione comune su questi temi a cui partecipino tutti i portatori di interesse: politici, giganti informatici e utenti”.

Gli interlocutori dell’agenzia sono concordi sul fatto che, finché il dialogo costruttivo sul futuro tra governi e società private non sarà possibile, tutti ricorreranno al ricatto. Ma è evidente che le autorità continueranno a delimitare i confini giuridici dei governi anche in ambito digitale.

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