08:51 06 Maggio 2021
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La Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi africani più ricchi di risorse del sottosuolo. Ma il Pil pro-capite resta bassissimo e il traffico di pietre e metalli preziosi genera instabilità. L'Italia è presente con i programmi di cooperazione e l'Eni. Ma è la Cina che ha "conquistato" il Paese negli ultimi anni.

La chiamano “maledizione delle risorse”. E la Repubblica Democratica del Congo non fa eccezione. Tra i Paesi più poveri al mondo, è paradossalmente il più ricco di risorse di tutta l’Africa.

Tra le principali voci nell’export, come si legge in un approfondimento dell’Agi, c’è quella dei diamanti, che attirano l’interesse delle multinazionali. E poi le terre rare e il cobalto, fondamentali per l’industria legata alle nuove tecnologie. Proprio con quest’ultimo minerale, infatti, si realizzano le batterie agli ioni di litio. Ma le applicazioni sono tantissime, tanto che il governo degli Stati Uniti, nel 2018, l’ha definito di importanza strategica per l’interesse nazionale.

L'avanzata cinese per il controllo delle risorse

Le ricchezze del sottosuolo fanno gola ai Paesi confinanti, che proprio per le risorse del sottosuolo hanno imbracciato le armi e combattuto quella che è stata ribattezzata come la “Grande Guerra africana”, ma soprattutto alle grandi potenze globali.

Non a caso la Cina si è inserita nel mercato fino ad arrivare a controllare quasi il 50 per cento della produzione di cobalto della Repubblica Democratica del Congo, che è il Paese che ne estrae il quantitativo maggiore al mondo. Il soft-power di Pechino si fa strada barattando prestiti a tasso zero e costruzione di infrastrutture con i diritti minerari.

Non solo. Nel Paese ci sono anche petrolio, carbone, coltan, rame, oro, argento, uranio e legname pregiato che arriva dalla seconda foresta pluviale più grande del pianeta.

Instabilità e traffici

Oggi lo Stato fatica a trovare pace e stabilità, anche perché le province più ricche di risorse sono infestate di milizie e bande che si contendono il controllo del territorio e il traffico di pietre preziose e metalli.

Tra queste c’è il Nord Kivu, teatro dell’agguato al convoglio del World Food Programme nel quale hanno perso la vita tre persone, tra cui il nostro ambasciatore e il carabiniere che lo scortava. Non a caso in questo terreno instabile che hanno iniziato a proliferare anche gruppi islamisti, come le Allied Democratic Forces, sostenute dall’Uganda e lo Stato Islamico della provincia dell’Africa Centrale, direttamente collegato al Califfato che fu di al Baghdadi.

La presenza italiana in Congo

L’Italia è presente nel Paese con Eni, che nel 2019 ha prodotto nella Rdc 22 milioni di barili di petrolio e condensati, 1,5 miliardi di metri cubi di gas e 32 milioni di barili equivalenti di petrolio in idrocarburi. L’attività di esplorazione e produzione dell’azienda sono disciplinate dal Production Sharing Agreement (PSA) e si svolgono in decine di giacimenti tra cui quelli di Nené Marine e Litchendjili, tra i più importanti.

Inoltre l’Eni ha un ruolo attivo nel settore “Oil & Gas del Paese attraverso Versalis e il suo portafoglio degli oilfield chemicals”.

La presenza italiana nella Rdc è legata anche alla cooperazione, che dagli anni ‘80 va avanti senza sosta con decine di missioni a livello governativo e con l’impegno di tante Ong.

“Il nostro Paese ha degli interessi legati al settore minerario e agli idrocarburi, ma la nostra presenza in Congo ha come obiettivo la stabilizzazione attraverso la diplomazia multilaterale”, ha spiegato in un’intervista a Sputnik Italia, Marco Di Liddo, senior analist del CeSi e coordinatore del desk Africa.

Ma resta la Cina, ha spiegato, “il player più importante nel Paese dal punto di vista delle risorse, con interessi strutturali, diffusi e capillari nella Rdc”.

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