23:35 05 Marzo 2021
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Jaime Rocha sembra una persona comune, ma questo “James Bond di Cadice” è stato testimone dei momenti più importanti del XX secolo. Ha visto e sentito cose a cui voi stentereste a credere, sebbene abbia mantenuto il silenzio fino ad oggi. Perché? Perché è un grande professionista dello spionaggio.

In pensione Rocha ha deciso di essere tenuto a spiegare alla famiglia il suo passato misterioso e ha cominciato a scrivere. Da queste memorie è nato un libro. Operazione El Dorado Canyon racconta le avventure libiche della spia spagnola che costrinse Gheddafi stesso alla resa.

Gheddafi morì il 20 ottobre 2011. Dieci anni fa le insurrezioni popolari note come la “primavera araba” finirono con l’omicidio di Gheddafi grazie anche al contributo aereo della NATO.

Jaime Rocha alla celebrazione dell'8th Harrier Squadron
© Foto : Cortesía de Trescom
Jaime Rocha alla celebrazione dell'8th Harrier Squadron
Ma torniamo agli anni ’80: verso la fine della guerra fredda Gheddafi era una spina nel fianco dell’Occidente. Al governo libico erano stati attribuiti diversi attacchi terroristici, il che spinse la CIA a contrastare l’operato di Gheddafi. Il 15 aprile 1986 Ronald Reagan avviò l’operazione El Dorado Canyon che aveva l’obiettivo di destituire il governo libico.

Ma Paesi dell’alleanza NATO quali Spagna, Italia,Germania e Francia si rifiutarono di autorizzare il sorvolo dei velivoli statunitensi sulla Libia. Questo rese necessaria una ripianificazione della missione con l’ausilio degli informatori in loco. Proprio in quel frangente la CIA chiese aiuto al CESID, l’intelligence spagnola. Ed è a questo punto della storia che entra in gioco Rocha.

Spia spagnola alla corte di Gheddafi

Rocha racconta che il generale Emilio Alonso Manglano, direttore del CESID tra il 1981 e il 1995, propose a chi lo desiderasse di recarsi in Libia su richiesta della CIA. Rocha si offrì come volontario poiché “conosceva bene la regione, aveva lavorato in Maghreb dove si era occupato di reti criminali e del Fronte Polisario”.

Il lavoro di Rocha in Libia consisteva nel riferire in merito agli spostamenti dei sistemi di difesa contraerea o di trovare la posizione esatta del leader, nonché, ove possibile, di determinare la dislocazione della residenza di Gheddafi, la quale, secondo le informazioni, cambiava ogni giorno. Per lungo tempo Rocha fu l’unica fonte di informazioni dalla Libia verso l’Occidente.

“Non fu facile, i pericoli erano tanti. Ma per fortuna portai a termine la missione e tornai a casa”, afferma Rocha. Durante il suo viaggio ebbe anche la possibilità di parlare con il leader libico.

“Vidi Gheddafi diverse volte. Gli strinsi la mano… Secondo la storia che raccontavamo io ero un ingegnere inviato in Libia da una società libica”, spiega Rocha.

Gheddafi si distingueva per la sua eccentricità, imprevedibilità. Sulla sua vita privata si sentivano indiscrezioni le più diverse. Inevitabilmente ci si chiedeva: com’era il “satrapo” nell’intimità?

“Io ho avuto modo di avvicinarlo solamente in occasione di eventi ufficiali e, siccome ci ho parlato alcune volte, posso dire che non aveva senso dell’umorismo, non era una persona per nulla amichevole”, sostiene Rocha nell’intervista rilasciata a Sputnik.

La vita della spia

Sebbene nel libro si parli soltanto della figura del leader libico, la carriera di Rocha è ben più variegata. Rocha è stato agente del CESID per circa 30 anni durante i quali ha portato a termine missioni di monitoraggio delle reti criminali nei Paesi del Maghreb. “Quella fu una fase che indubbiamente mi cambiò come persona”, spiega Rocha.

Jaime Rocha a Casablanca 1986
© Foto : Cortesía de Trescom
Jaime Rocha a Casablanca 1986

Fu anche Direttore dell’area europea nel Dipartimento Estero del CESID e fu responsabile del Dipartimento Infrastrutture operative. Dopodiché fu inviato nell’ex Cecoslovacchia per 5 anni (si trovava qui per il crollo del Muro di Berlino). Qui ebbe la possibilità di entrare in contatto con molti diplomatici e membri dell’intelligence e, in particolare, con una personalità brillante, Václav Havel “che era l’esatto opposto di Gheddafi, ossia un uomo intelligente e amichevole”, afferma l’ex spia.

“Al tempo in Cecoslovacchia erano presenti moltissimi giornalisti e spie da tutto il mondo. Il controspionaggio cecoslovacco era impegnato su più fronti. Mi hanno anche fermato un paio di volte per strada, ma non più di quello”, spiega lo spagnolo.

Rocha fu ufficiale della flotta militare quando entrò in servizio nell’intelligence spagnola nel 1979. Per molti anni la sua vita quotidiana fu tenuta nascosta da tutti, persino dalla sua famiglia.

“È stato molto difficile ed è una grande fortuna quando hai una famiglia che non ti fa domande e che crede in te. Non sa di cosa ti occupi, ma sa che è qualcosa di importante. Per loro è un sacrificio più grande di quanto lo sia per te”, continua.

Considerato il suo curriculum, non si può non pensare ai pericoli che ha dovuto affrontare. In quanto professionista Rocha doveva lottare contro la paura paralizzante: “non puoi aver paura, sai a cosa vai incontro e cosa può capitarti”.

Vivere lontano da casa e dalla propria famiglia è difficile per tutti, ma non poter nemmeno parlare delle proprie difficoltà e liberare il proprio cuore è un grande peso che le spie sopportano, oltre agli altri rischi legati alla professione. Secondo Rocha, “lo si fa per senso di responsabilità”, citando il lavoro dell’autore catalano Pastor Petit, La Guerra de Espìas, in cui le spie vengono definite idealisti. “L’idealista non si aspetta né riconoscimento né ringraziamenti”.

Cosa significa davvero essere una spia

Lo spionaggio è un grande mistero per il grande pubblico. Rocha sottolinea che questa attività è molto più diffusa di quanto pensiamo. “Tutti fanno la spia a tutti, non c’è nulla di sorprendente in questo”, spiega. Fortunatamente, questi divari della cultura di massa che prima erano colmati da film e serie oggi lo sono da libri scritti in Spagna in prima persona da ex spie: infatti, oltre a Rocha, anche altri ex membri dell’intelligence spagnola hanno pubblicato le loro memorie.

Jaime Rocha godendo il suo ritiro nel 2014
© Foto : Cortesía de Trescom
Jaime Rocha godendo il suo ritiro nel 2014
Questo libro è in parte un esercizio di onestà dopo che Rocha ha tenuto nascosti segreti per così tanto tempo. Rocha ha 5 figli e ha sempre vissuto con la valigia pronta per partire per una nuova missione senza svelarne i dettagli ai famigliari. I figli scoprirono chi era il padre soltanto una volta diventati adulti.

“Non sapevano che lavoro facessi e cosa mi accadesse durante i miei viaggi. Ho scritto il libro specialmente per loro”, ammette Rocha. Mano a mano che scriveva le sue memorie, gli amici lo incitavano a raccoglierle in un libro, ma prima della pubblicazione Rocha inviò il suo lavoro alla “Casa”, così ora viene chiamato il quartier generale del Centro nazionale spagnolo di Intelligence per ricevere l’autorizzazione alla pubblicazione.

Questo libro è un ottimo modo per conoscere meglio il mondo e le sfaccettature delle relazioni internazionali. Inoltre, è un’opera che consente di demolire l’immagine esplosiva della spia sulla falsariga di James Bond che, a detta di Rocha, è un personaggio negativo. “Ciò che si racconta in un libro su una spia dev’essere verosimile anche se non è reale. Ricorrere all’immaginazione non è altro che inventarsi sciocchezze”, osserva l’ex spia.

La letteratura spagnola salva questa professione sacrificale rappresentata da idealisti che rischiano molto e talvolta muoiono per garantire la sicurezza del proprio Paese.

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