05:30 23 Gennaio 2021
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Proseguono i negoziati tra la Gran Bretagna e l’UE in merito alle condizioni della Brexit e questa è davvero una notizia importante.

A mezzanotte tra domenica e lunedì è scaduto il termine ultimo stabilito per il raggiungimento di un accordo dal Parlamento europeo che avrebbe dovuto ratificare il documento già nel 2020. Poiché la scadenza non è stata rispettata, è sempre più probabile che il primo gennaio, data dell’effettiva uscita della Gran Bretagna dall’UE, le parti si lasceranno senza aver disciplinato le loro future relazioni.

Secondo gli insider è probabile che gli accordi vengano comunque raggiunti, ma per ancora diverse settimane del 2021 le relazioni tra l’isola e il continente proseguiranno nel loro regime non convenzionale.

L’attuale situazione rappresenta motivo di interesse poiché per la prima volta da ormai lungo tempo Londra non assume una posizione difensiva nei confronti di Bruxelles, ma al contrario attacca. Si ricordi che l’epopea della Brexit è diventata per le élite britanniche l’ennesima sorpresa sgradita, nonché un’amara lezione da imparare. Inizialmente si sono manifestati come un fulmine a ciel sereno i risultati del referendum il quale, organizzato su iniziativa dell’allora primo ministro David Cameron, avrebbe dovuto rafforzare la stabilità della sua carica, ma che non ha fatto altro che contribuire alle sue dimissioni.

Quando Londra tentò di negoziare con Bruxelles per migliorare le condizioni delle proprie relazioni con l’UE sfruttando il referendum come leva per esercitare pressioni, i burocrati europei decisero di scongiurare l’eventualità di un pericoloso precedente come quello di un ricatto e di dare a tutti un esempio chiaro. Dunque, adottarono nei negoziati con i britannici un regime estremamente rigido. Questo portò allo scoppio di una nuova crisi politica nel Regno Unito e all’ennesima sostituzione del primo ministro in esito alla quale a Downing Street si insediò Boris Johnson, sostenitore dell’approccio “meglio un accordo terribile che un terrore senza fine”.

La posizione della Gran Bretagna nei negoziati con l’UE è, per usare un eufemismo, poco brillante per il semplice fatto che Bruxelles dispone di un numero di strumenti maggiore per arrecare danno a Londra di quanto non possa fare quest’ultima nei confronti di Bruxelles. L’UE impone condizioni inaccettabili per la Gran Bretagna quali la conservazione delle norme europee in ambito sociale, ambientale e del lavoro, nonché l’inclusione all’interno della giurisdizione della Corte dell’Unione europea.

Ma il principale elemento di attrito è stata la pesca e proprio in tal senso la Gran Bretagna si è ritrovata tra le mani un vero e proprio asso nella manica che ora intende giocare. Infatti, la controversia riguarda le acque britanniche e la conservazione dell’accesso a queste ultime ai pescatori di altri Stati membri dell’UE.

Come ha osservato in merito Boris Johnson, l’UE insiste affinché “la Gran Bretagna sia l’unico Paese al mondo a non avere alcun tipo di controllo sovrano sulle proprie acque di pesca”. Londra, quindi, si è esposta negando categoricamente di cedere anche solo una frazione dei propri diritti su una questione di così ampia rilevanza.

Per comprendere la portata del problema si osservino i seguenti dati: il fatturato annuo dei pescherecci britannici nelle acque sovrane del Regno si attesta a circa 850 milioni di euro, mentre gli altri Stati membri dell’UE nelle stesse acque pescano prodotti ittici per 650 milioni. La situazione è particolarmente grave per i pescatori olandesi, belgi, spagnoli, irlandesi e chiaramente francesi i quali, qualora l’accordo non fosse raggiunto, si ritroverebbero costretti a pescare al largo delle loro coste e a sopportare di conseguenza ingenti perdite.

Stando ai media, le attuali divergenze di posizione tra le parti sono enormi. L’UE a titolo di compensazione propone alla Gran Bretagna di restituire il 25% del valore del pescato, ossia circa 162,5 milioni di euro, mentre Londra ne chiede il 60%, ossia 390 milioni.

Ad ogni modo, anche se l’attuale proposta di Bruxelles venisse approvata, il settore ittico europeo rimarrebbe in crisi poiché questo “arrecherebbe un enorme danno a un settore che conta oltre 18.000 pescatori 3.500 imbarcazioni”.

La contrapposizione è arrivata a tal punto che per tutelare le acque britanniche e le loro ricchezze è stata coinvolta anche la Marina militare inglese.

E il sindaco di una cittadina francese ha avvertito i vicini britannici della possibilità di un conflitto armato: “Volete davvero una battaglia della Falkland qui al largo delle vostre coste”, ha chiesto.

In verità, pare che questo francese si sia dimenticato che nella guerra contro l’Argentina per le Falkland la Gran Bretagna è uscita vincitrice, dunque il suo avvertimento non può di certo essere considerato una minaccia.

È chiaro che l’Unione europea abbia gli strumenti per rispondere alla Gran Bretagna qualora non riesca a placarne gli animi. L’esito più evidente sarebbe la chiusura dei mercati europei ai prodotti ittici britannici.

Ma per i pescatori del continente questo approccio non riuscirebbe a risolvere il problema. Infatti, alla luce della difficile situazione legata alla pandemia questo approccio porterebbe a conseguenze gravi non solo per il settore ittico, ma per l’intera economia europea.

Per tutto il periodo dei negoziati sulla Brexit la burocrazia europea ha dimostrato di sapere operare a un livello migliore rispetto a quello dei colleghi britannici. Laddove Londra andava per tentativi cambiando approccio e passando dalla negoziazione al ricatto e alla persuasione, Bruxelles sceglieva una linea coerente, dura e decisa. In tal senso, è apparso coerente il rifiuto europeo di cedere alle ennesime pretese britanniche sulla concessione di una posizione privilegiata del Regno all’interno dell’Unione. Questa impressionante politica può presentare di fatto soltanto un grave pericolo: ossia che una delle parti si ritrovi a un certo punto in uno stato di così profonda delusione che i rapporti si spezzino e che qualsivoglia perdita appaia comunque migliore delle alternative proposte. Per non parlare poi dell’eventualità di arrecare all’altra parte il maggior danno possibile per le umiliazioni sopportate.

Oggi sembra che l’Unione europea con i propri sforzi abbia effettivamente negli ultimi anni compromesso gli accordi sulla Brexit rendendo di fatto inevitabile lo scenario attuale.

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