11:11 24 Gennaio 2021
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I matrimoni misti tra ebrei e arabi sono un punto dolente in un Paese in cui il conflitto israeliano-palestinese interessa ogni aspetto della vita quotidiana. Questo è il motivo per cui Lehava, un’organizzazione che si pone l’obiettivo di interrompere il processo di assimilazione culturale, sta aiutando coloro i quali hanno “perso la loro strada”.

Nel 2017 Noy Shitrit, una giovane donna ebrea dell’area meridionale di Israele, si convertì all’Islam e sposò un arabo israeliano. Questa storia fu motivo di stupore per molti nel Paese.

Solitamente gli israeliani non considerano di buon grado questa tipologia di unioni a causa del perdurante conflitto israeliano-palestinese, del sangue versato nel corso degli anni e delle istigazioni reciproche. Queste ragioni, infatti, non consentivano ai più di capire cosa avesse spinto una donna ebrea tra le braccia di “un nemico”.

Esperienze problematiche

Ma Anat Gopstein, il cui marito aiutò Noy salvandola da un uomo che si rivelò essere un violento, sostiene che la donna aveva le sue ragioni.

“Molte delle ragazze che finiscono per convertirsi hanno avuto esperienze problematiche. Alcune sono attratte dalle attenzioni che il marito riserva loro, altre sono incantate dai regali che ricevono da lui. Queste relazioni cominciano sempre con un elemento di stupore, ma finiscono tutte male”.

Aiutare queste donne che “hanno perso la retta via” era una delle ragioni per le quali nel 2005 Anat e suo marito fondarono Lehava, un’organizzazione che si prefigge di porre fine all’assimilazione culturale ebraica in Israele.

Sebbene molti israeliani considerino Lehava un movimento di destra alternativa accusato, tra l’altro di istigazione e persino di atti terroristici, Anat sostiene che “l’ipocrisia dei sotterfugi politici” non la fermerà dal continuare le sue attività.

Oltre ad aiutare i convertiti a ritrovare l’Ebraismo, l’organizzazione è altresì nota per aiutare i giovani con retroterra problematici a integrarsi nella società. Lehava assiste anche le donne che hanno subito violenze fisiche o sociali a riprendere in mano la loro vita.

“Minacce” o assimilazione

Oggi Anat dichiara di ricevere in media 5 richieste di aiuto al giorno. Alcune provengono da donne che si sono convertite e vogliono cercare una via d’uscita. Altre vengono inviate da famiglie e conoscenti che sono a conoscenza di relazioni malate e vogliono che prestiamo loro aiuto nella risoluzione di queste criticità.

“È difficile fornire numeri ufficiali ma sappiamo per certo che i casi di conversione sono in aumento per il semplice fatto che anche il processo di assimilazione culturale in Israele è in aumento”.

Le parole di Anat sono corroborate dalle statistiche. Nel 2003, ad esempio, secondo i dati ufficiali, soltanto 40 ebrei israeliani si convertirono all’Islam. Ma nel 2006 il numero raddoppiò toccando 70 casi registrati.

Da allora, la tendenza è in aumento. Tra il 2005 e il 2007 250 israeliani si sono convertiti ufficialmente all’Islam e molti di questi erano donne.

“La logica è questa: le donne finiscono per convertirsi perché si sposano con uomini musulmani. Questo per noi è un problema: infatti, questi uomini distolgono in maniera gentile le nostre donne dall’Ebraismo”.

Le tradizioni ebraiche, tuttavia, sono meno stringenti in questo senso. Secondo l’Ebraismo, i figli nati da coppie miste in cui la madre è ebrea rimarranno ebrei, ma per Anat e Levaha il concetto stesso di questa dottrina è problematico.

“Poiché questi bambini e bambine vivono con padri musulmani, una volta cresciuti, finiranno per sposare coniugi fedeli all’Islam. Ciò significa che alla fine abbandoneranno l’Ebraismo. Ma anche se tralasciamo per un istante questo punto, proviamo a pensare a questi bambini e bambine. Sono nati e cresciuti a cavallo tra due società in conflitto e molto spesso non sono desiderati da nessuna delle due”.

Questo è un altro fattore che spinge Levaha ad aiutare chi si converte a tornare all’Ebraismo.

Ad oggi non è noto il numero di soggetti che lavorano per questa organizzazione alquanto controversa, ma, stando ad alcune stime, al movimento partecipano migliaia di collaboratori e volontari. Invece, a lavorare sul progetto di riconversione delle donne all’Ebraismo sono solo alcune decine di persone.

“Le aiutiamo mostrando loro una via d’uscita. Talvolta queste ragazze hanno bisogno di un appartamento dove nascondersi e noi le aiutiamo in questo senso. Altre volte necessitano di assistenza psicologica e gliela forniamo. Sono consapevole del fatto che la nostra attività viene considerata razzista, ma questo atteggiamento non ci spaventa”, sostiene Anat.

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