10:22 21 Gennaio 2021
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Le autorità carcerarie israeliane vietano le visite coniugali ai prigionieri palestinesi incarcerati per gli atti classificati terroristici dal codice penale del Paese. Per molte mogli di tali detenuti questo verdetto significa che non potranno mai diventare madri, ma alcune hanno escogitato uno stratagemma per rimanere incinta.

L'anno 2020 è stato particolarmente difficile sia per gli israeliani che per i palestinesi. Dallo scoppio della pandemia a marzo, molti hanno perso la vita, centinaia di migliaia hanno perso il lavoro, sprofondando nella povertà.

Ma per Sanaa Salama, una donna araba israeliana della città di Tira, nel centro di Israele, quest'anno è stata una gioia assoluta, semplicemente perché è finalmente diventata madre.

Raggiungere quell'obiettivo, tuttavia, non è stato facile e il motivo è che suo marito, Walid Daqqa, è un prigioniero, che sta scontando l'ergastolo in una prigione israeliana.

Come tutto è iniziato

Daqqa è stato catturato e imprigionato nel 1986, dopo aver confessato il rapimento e l'omicidio di un soldato israeliano, Moshe Tamam, ucciso due anni prima da una cellula del Fronte popolare di liberazione della Palestina, un'organizzazione considerata gruppo terroristico da Israele, e da di cui Daqqa faceva parte. Solo 13 anni dopo ha incontrato e sposato Sanaa, che all'epoca era una giornalista e scriveva della vita dei prigionieri palestinesi.

"Ci siamo sposati nel 1999 e volevo davvero avere un figlio da lui", confessa Sanaa.

Il problema era che le autorità carcerarie israeliane non consentono visite coniugali a coloro che sono processati per terrorismo e affermano che quegli incontri potrebbero essere usati per contrabbandare armi, denaro e persino droga.

Questo è stato ciò che ha spinto Sanaa ad accettare la proposta del marito di usare uno stratagemma che ora è divenuto popolare tra le mogli dei prigionieri palestinesi: sperma di contrabbando.

"Mio marito mi ha sorpreso quando mi ha chiesto se ero pronta a diventare mamma", Sanaa ricorda l'incontro con Daqqa. "Non ho esitato e gli ho detto che l'avrei fatto volentieri".

La sua accettazione non era scontata. Nella società conservatrice palestinese, la gravidanza di una donna, il cui marito è assente, potrebbe suscitare sospetti, ma Sanaa dice che questi pensieri non la preoccupavano perché la sua famiglia aveva accettato quella mossa e aveva promesso di sostenerla.

"La mia famiglia e quella di mio marito hanno approvato la decisione, soprattutto perché tutti hanno capito che un figlio sarebbe stato l'unico elemento 'reale' che potesse legarmi a lui".

Lunga strada verso la gravidanza

Il processo di contrabbando di sperma, tuttavia, ha richiesto un'intera operazione e Sanaa dice di non conoscere nemmeno i dettagli o le persone che hanno contribuito a trasformare il suo sogno in realtà.

"E 'stato molto complicato. Le capsule con lo sperma di mio marito dovevano essere introdotte clandestinamente fuori dal carcere e questo è stato eccezionalmente difficile dato che le autorità carcerarie controllano ogni piccola cosa che va dentro e fuori".

Ma la sua tenacia è stata ripagata e 13 settimane dopo aver iniziato il processo, i medici di una clinica per la fertilità di Nazareth le hanno detto che era rimasta incinta. Nove mesi dopo, a febbraio, ha dato alla luce una bambina in buona salute, che ha chiamato Milad.

Sanaa è lungi dall'essere l'unica palestinese che ha fatto ricorso a questo stratagemma. Dal 2012, quando si sono verificati i primi casi del genere, più di 70 donne hanno optato per questa strategia per concepire un bambino.

Nel 2018, più di 60 bambini sono nati da padri incarcerati nelle carceri israeliane.

E nonostante il processo lungo e piuttosto innaturale, Sanaa dice che ne è valsa la pena.

"Lei è la cosa migliore che sia successa nella mia vita. Mi ha compensato per il sentimento di privazione che avevo e mi ha trasformato in una donna felice, che ha concepito un figlio dall'uomo che ama. E questo mi dà anche speranza che un giorno ci incontreremo e vivremo insieme come una famiglia".

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