10:22 21 Gennaio 2021
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Si è spenta a 98 anni Irina Antonova, storico direttore del Museo delle Belle Arti "Pushkin" di Mosca. Nel suo ricordo pubblichiamo l'ultima intervista inedita alla donna che portò i capolavori di Leonardo a Mosca.

Irina Antonova ha ricoperto l'incarico di direttrice del Museo di Belle Arti "Pushkin" di Mosca per ben 52 anni, dal 1961 al 2013. 

Grazie a lei nella capitale russa approdò la Gioconda nel 1974. Fu l'ultima volta che il celebre dipinto di Leonardo lasciò il Louvre. 

Amante dell'Italia e perfettamente a conoscenza della lingua italiana, Irina Antonova era una grande esperta del Rinascimento e per decenni portò avanti diverse iniziative che permisero di portare "oltre cortina" capolavori dell'arte europea e negli ultimi lustri, avvicinare il pubblico russo alla cultura italiana.

Nel 2012 curò l'esposizione “Exhibitaly – Eccellenze Italiane d’oggi”, nell'ambito della quale al Pushkin venne espoisto il Codice sul Volo degli Uccelli di Leonardo da Vinci e venne insignita dell’onorificenza dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, con il grado  di Grande Ufficiale.

Di seguito vi proponiamo l’ultima intervista con Irina Antonova, direttrice del Museo statale di Belle arti Pushkin e veterana della Seconda Guerra Mondiale, realizzata la scorsa primavera.

Antonova si preparava a festeggiare il 75° anniversario della Grande Vittoria, ma ritenne che fosse inopportuno pubblicare questa intervista: le pareva fuori luogo parlare di sé mentre il Paese stava affrontando i problemi legati alla pandemia.

Nell’intervista che riportiamo di seguito Antonova ha condiviso con Sputnik dettagli del suo lavoro da infermiere nell’ospedale durante la guerra, della riabilitazione del Museo Pushkin, del restauro dei tesori della Galleria di Dresda e della mostra dei regali a Stalin.

Dott.ssa Antonova, si ricorda il primo giorno di guerra?

Avevo appena terminato il primo anno all’Istituto di Filosofia, Letteratura e Storia (IFLI). Noi studenti avevamo avuto ottimi risultati, avevamo passato tutti gli esami, ma il giorno dopo scoprimmo che era scoppiata la guerra. La nostra facoltà e l’università intera furono chiuse per circa 6 mesi. Poi a gennaio riaprì l’MGU. Noi studiavamo e lavoravamo allo stesso tempo. Ognuno aveva mansioni diverse. Io ero all’ospedale. Prima, infatti, avevo seguito brevi corsi di infermieristica. Per tutta la durata della guerra studiai e lavorai all’ospedale, persino in due ospedali: prima sulla Krasnaya Presnya dalla primavera del 1942 e poi sulla Baumanskaya.

Dev’essere stato terribile per una ragazzina, una studentessa di arte, vedere ogni giorno così tante sofferenze e scene di morte, non è vero?

In verità non è stato terribile. Passati molti anni mi sono resa conto di quanto fosse stato terribile, ma nel mentre no. Frequentavamo in aule fredde, ascoltavamo le lezioni con giacche e stivali da neve. A volte gli insegnanti ci invitavano a casa dove faceva più caldo e ci offrivano anche del tè. All’ospedale sulla Krasnaya Presnya lavoravamo soprattutto di notte, mentre di giorno studiavamo.

Io assistevo i medici durante le operazioni. Portavano i feriti, giovani aviatori quasi miei coetanei, che erano stati addestrati al volo in tempi ridottissimi. Spesso bisognava operare se non la notte, già il mattino presto. Furono mesi di grande tensione sul lavoro. Sono tornata di recente in quell’ospedale. Sono tornata fra quelle mura. Sono entrata nelle sale operatorie e ho cominciato a ripercorrere i ricordi… Quest’esperienza mi ha scosso molto…

Al Museo Pushkin di Belle Arti Lei arrivò un mese prima della Grande Vittoria, subito dopo aver terminato gli studi. Il Museo aveva subito gravi danni?

Sì, aveva subito gravissimi danni. Il tetto era stato colpito duramente. C’erano tre coperture in vetro sul tetto che furono completamente distrutte. Lo scultore Sergey Merkurov grazie ad alcuni suoi collegamenti riuscì a trovare il vetro mancante e a ricoprire, per quanto possibile, il tetto. Ma dovunque ci si girasse, la situazione era terribile. Quando divenni direttrice del Museo nel 1962, il primo obiettivo fu quello di rifare il tetto. Tutte le opere ad eccezione dei calchi durante la guerra erano state evacuate a Novosibirsk dove erano conservate nell’edifico del teatro dell’opera. Le opere tornarono al Museo tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945.

© Sputnik . Yakov Berliner
L'edificio del Museo Pushkin di Mosca nel dopoguerra

Nel 1945 Lei figurava tra i membri del gruppo sovietico che si sarebbe dovuto recare in Germania per inventariare i capolavori della Galleria di Dresda, salvati dai nostri soldati. Tuttavia, questo viaggio non ebbe luogo. È a conoscenza del motivo?

Un giorno mi chiamò il professor Boris Robertovic Vipper, un uomo profondo e un meraviglioso interlocutore. Era sempre interessante parlare con lui. Vipper mi disse che mi avrebbero incluso in quel gruppo di artisti e altre figure. Dunque, verso la fine di giugno del 1945 mi sarei dovuta recare in Germania per capire cosa fosse rimasto della collezione della Galleria di Dresda che era stata nascosta. Vipper mi disse: “Lei andrà con persone che non hanno idea di quali opere troveranno”. Io ero al settimo cielo, non avevo mai provato una sensazione simile. Ma qualche tempo dopo Vipper mi richiamò per dirmi che avevano deciso di non mandarmi in Germania. Chiaramente, ci rimasi molto male…

Al Museo Pushkin avete ospitato la collezione della Galleria di Dresda che nel 1945 fu portata in URSS, vero?

Sì, a fine luglio alla galleria cominciarono ad arrivare i camion e tutti quei tesori erano lì davanti al museo nei camion. Noi ci gettammo su quelle opere e cominciammo a farne l’inventario. C’erano circa 760 opere solo dalla Galleria di Dresda. Inizialmente non sapevamo nulla in merito al contenuto.

Portavamo le casse nella sala, le aprivamo e scoprivamo opere del calibro della Madonna Sistina di Raffaello. Quella fu un’emozione unica… Dieci anni dopo, nel maggio del 1955, fu inaugurata la mostra dedicata alle opere della Galleria di Dresda che comprendeva dipinti quali Madonna Sistina di Raffaello, Venere dormiente di Giorgione, Ritratto di ragazzo del Pinturicchio, la Donna che legge una lettera davanti alla finestra di Jan Vermeer, Sant’Agnese in prigione dello Spagnoletto…

I nostri collaboratori e restauratori rimisero a nuovo i capolavori danneggiati dalla guerra. L’eminente restauratore e artista russo Pavel Dmitrievic Korin insieme alla moglie Praskovya Dmitrievna diressero per molti anni il dipartimento di restauro del Museo Pushkin. Tutte queste opere passarono per le loro mani. Ne salvarono molte. Il 30% era in condizioni pessime. I tedeschi le avevano nascoste in depositi non adatti. Korin però conosceva perfettamente lo stile di pittura degli Antichi maestri.

Tutto ciò che fu esposto alla mostra del 1955 fu restituito alla Galleria di Dresda, persino le opere assenti negli inventari del Museo Pushkin. A Suo avviso, fu una mossa corretta?

Quando ancora la mostra non era stata inaugurata, per caso sulla Sretenka in un negozio di antiquariato mi capitò di vedere un quadro e capii che era l’opera L’elettore Giovanni il Costante di Sassonia di Lucas Cranach, artista tedesco di epoca rinascimentale.

Chiesi di poterla vedere e avvertii subito l’allora direttore del Museo Pushkin di aver trovato un dipinto di Cranach e che dovevamo averlo. Lo comprammo per 1.000 rubli. Persino quell’opera fu inviata alla Galleria di Dresda. Mentre mi trovavo in Germania alla galleria, raccontai a un collega tedesco come trovai quell’opera.

In pochi l’avrebbero fatto. Dopotutto, però, chiediamoci come si sono venute a creare le collezioni del Louvre o quelle dei maggiori musei mondo. Proprio con quello che è stato depredato in seguito alle guerre e con comprando le opere.

Se così non fosse, tutte le gallerie del mondo esporrebbero solo le opere degli artisti autoctoni.

Una volta che restituimmo tutto, molti dissero che non si trattò di una mossa giusta e che i tedeschi avrebbero quantomeno dovuto ripagarci in qualche modo. E in un certo periodo anche io lo pensai. Ma poi, frequentando Dresda in seguito alla restituzione delle opere, capii che quella galleria è essa stessa Dresda, definisce il senso della città. Senza la galleria, Dresda non esisterebbe.

Noi abbiamo fatto ciò che nessun altro ha fatto, ma ancora oggi alcuni sostengono che dovremmo riprenderci dalla Germania tutte le opere d’arte “saccheggiate” durante la guerra…

Il fatto che qualcuno si impunti ancora oggi è una questione che riguarda la sua morale. Possiamo dire ciò che vogliamo. Ciò che è stato distrutto in Russia non ha eguali: oltre 400 musei e un numero inestimabile di opere. Ci dovrebbero tutti ringraziare e pregare in ginocchio per quello che i nostri restauratori hanno fatto salvando i tesori dell’arte mondiale.

Apollo e il popolo al museo Pushkin di Mosca nel 1982
© Sputnik . Boris Kaufman
Visitatori al museo Pushkin di Mosca nel 1982

Cosa era esposto nel Museo Pushkin tra la fine della guerra e il 1955?

Tra la fine del 1949 e il 1953 nella maggior parte delle sale del museo furono esposti i regali a Stalin fino alla morte del condottiero dei popoli. Nel 1949 al Museo Pushkin fu integrato il Museo della Rivoluzione.

Direttrice di quest’ultimo era la compagna Tolstikhina, una donna decisa che in un sol colpo licenziò molte persone, ma risparmiò me che allora ero curatrice. Ci allontanarono dalla mostra dei regali a Stalin, quindi non potevamo tenere le visite. Ma avevamo comunque molto lavoro di restauro e tenuta del museo.

Dopo la morte di Stalin nel marzo del 1953 la mostra fu chiusa e a dicembre fu inaugurata la rinnovata esposizione permanente del Museo Pushkin.

Rimaneva irrisolto il problema del tetto dell’edificio, ma tutti noi di notte almeno due volte a settimana eravamo di turno insieme alla milizia, facevamo le ronde.

Quando poi divenni direttrice, mi capitò di essere chiamata di notte: “Piove su un dipinto la notte”. Salii in macchina e arrivai al museo. Senza di me non potevano nemmeno togliere il quadro dalla parete. Soltanto nel 1947 venne rifatto tutto il tetto.

C’è poi la volta in cui andai da Furtseva, la ministra sovietica della Cultura. La apprezzavo moltissimo, ma in quell’occasione non mi capì a fondo. Scrissi allora una lettera a Kosygin. Mi sorprese il fatto che ricevetti risposta già il giorno successivo, ma questa era stata indirizzata a Furtseva e poi inoltrata a me. Da lì cominciammo a lavorare incessantemente ai nuovi progetti.

Visitatori davanti al quadro di Tintoretto L'ultima cena al Museo Pushkin di Mosca nel 2017
© Sputnik . Vladimir Vyatkin
Visitatori davanti al quadro di Tintoretto "L'ultima cena" al Museo Pushkin di Mosca nel 2017

Come festeggiò il Giorno della Vittoria nel 1945?

Nel 1945 venimmo a sapere che la guerra era finita mentre eravamo al museo. Non eravamo in molti, ma uscimmo e ci unimmo al corteo. Poi ci dirigemmo tutti in centro. Il primo posto dove andammo fu l’ambasciata americana, erano i nostri alleati. L’ambasciata allora era vicina a noi, dove oggi c’è l’hotel Metropol. Dal balcone gli americani ci salutavano e noi ricambiavamo.

Poi andammo in Piazza Rossa, la maggior parte delle persone piangeva, c’erano molti soldati e ufficiali, ma anche comuni cittadini. Sconosciuti si abbracciavano a vicenda.

Da lì ci dirigemmo verso l’ambasciata francese. Anche i francesi erano nostri alleati. Continuammo a vagare per Mosca fino a tarda notte.

Fu una giornata unica. Oggi dei colleghi del museo miei coetanei non è rimasto nessuno. Questo mi rattrista, ma del resto non sono più giovane.

Quando finirà questo triste periodo di quarantena, tornerò come sempre al museo e festeggerò il Giorno della Vittoria con i nostri collaboratori.
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