22:29 15 Gennaio 2021
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Donald Trump ha accettato di lasciare la presidenza degli USA qualora il collegio elettorale riconosca la vittoria di Joe Biden. Ma prima di andarsene, riportano i media, è pronto a dichiarare guerra all’Iran.

Il pretesto sarebbe il programma nucleare che ha ripreso vigore dopo il fallimento dell’accordo sul nucleare. Gli americani intendono coinvolgere anche Tel Aviv per esercitare pressioni su Teheran. Sputnik vi illustra come questo influirà sulla situazione in Medio Oriente.

L’eccessivo ardore di Trump

“Donald Trump potrebbe ordinare di attaccare l’Iran, pertanto le Forze di difesa israeliane (Tsahal) devono stare all’erta. Per le autorità israeliane sarà importante comprendere la complessità del periodo che precede l’inaugurazione dell’amministrazione di Joe Biden. Il leader americano uscente ha più volte parlato delle modalità in cui distruggere lo stabilimento di arricchimento dell’uranio sito nella città iraniana di Natanz”, scrive Axios citando fonti israeliane.

A un attacco preventivo contro Teheran Trump, come riportano i media, ci cominciò a pensare dopo che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica pubblicò l’ennesimo rapporto sullo sviluppo del programma nucleare iraniano.

Nel rapporto si legge che dopo il rifiuto ad opera della Repubblica islamica di adempiere alle obbligazioni di cui all’Accordo sul nucleare nel Paese si registrò un aumento delle riserve di uranio arricchito.

Il presidente si indignò oltremodo, ma Pence e Pompeo lo convinsero a non infervorarsi troppo, riporta The New York Times che cita le parole dei due funzionari americani. Questi spiegarono a Trump che attaccare l’Iran avrebbe provocato una escalation di violenza non necessaria.

Non vi sono conferme in merito ai dati relativi ai piani americani. Ma Israele ha ammesso di aver ricevuto istruzioni in merito alla preparazione a un eventuale scontro.

“Probabilmente risponderanno indirettamente, agendo sulle truppe satellite iraniane dislocate in Siria, nella striscia di Gaza o in Libano”, riporta Axios.

Mentre i politici discutevano in merito all’affidabilità delle informazioni circa una eventuale guerra, in Iran veniva ucciso il fisico Mohsen Fakhrizadeh. I servizi speciali occidentali lo definivano il “padre della bomba iraniana”.

Si riteneva che proprio questa figura fosse a capo del programma nucleare iraniano. Teheran accusò Israele dell’omicidio e promise di vendicarsi. Benjamin Netanyahu ignorò le dichiarazioni degli iraniani.

Il generale della guardia rivoluzionaria Qassem Soleimani, al centro, partecipa a un incontro con il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei e i comandanti della guardia rivoluzionaria a Teheran, Iran, foto di archivio.
© AP Photo / Office of the Iranian Supreme Leader
Il generale della guardia rivoluzionaria Qassem Soleimani, al centro, partecipa a un incontro con il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei e i comandanti della guardia rivoluzionaria a Teheran, Iran, foto di archivio.

Dispute prebelliche

La fuoriuscita di informazioni circa le minacce di un attacco all’Iran sarebbe passata inosservata, se non si fossero verificati determinati eventi. Pochi giorni fa gli USA hanno dislocato in Medio Oriente i bombardieri strategici B-52H Stratofortress.

Il comando centrale delle forze armate american (CENTCOM) ha dichiarato che questi velivoli militari sono stati dislocati nella regione “per contenere gli attacchi e per supportare gli alleati”.

Washington non ha acclarato quanti bombardieri siano stati inviati e in quale Paese siano stati dislocati.

Sono, dunque, comparse ipotesi secondo cui i velivoli al momento si troverebbero presso la base Diego Garcia sull’omonima isola britannica nell’Oceano Indiano, così com’era successo lo scorso inverno.

Al tempo sull’isola furono dislocati 6 bombardieri nel caso in cui scoppiasse un conflitto con l’Iran. Il pretesto per l’eventuale scontro armato fu l’omicidio per mano degli americani di Qasem Soleimani, comandante delle Guardie della Rivoluzione islamica, una divisione di spicco dell’esercito iraniano.

Teheran anche in questo caso promise che avrebbe cercato vendetta.

Infatti, gli iraniani attaccarono le basi americane nella regione senza però arrivare mai a uno scontro diretto. Nel frattempo, gli americani cominciarono a ridurre la propria presenza e a rimpatriare soldati. Questo suscitò preoccupazione tra i Paesi confinanti con l’Iran i quali ammisero che la presenza del contingente USA riusciva in qualche modo a tamponare la minaccia iraniana.

© REUTERS / Khodabakhsh Malmir / WANA
Soldati iraniani sorreggono la bara dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh a Teheran

Trattative: nascoste e alla luce del sole

La crescente autorità dell’Iran in Medio Oriente preoccupa soprattutto Israele. Dopo l’escalation invernale delle relazioni iraniano-statunitensi Tel Aviv ha lanciato un segnale di allarme. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ipotizzato, infatti, che Teheran intenda vendicarsi non solo degli americani ma anche dello Stato ebraico. E ha avvertito che Israele avrebbe giocato in anticipo.

Anche le monarchie del Golfo Persico stanno tentando di contenere l’influenza dell’Iran sugli affari della regione mediorientale.

Dopo il crollo del regime di Saddam Hussein in Iraq, la Repubblica Islamica ha tentato di assumere il ruolo di leader a livello regionale.

Gli arabi hanno cominciato a preoccuparsi. Il regime sciita degli ayatollah è inaccettabile per le tradizioni sunnite.

Per prevenire il rafforzamento dell’influenza dell’Iran nella regione, già a metà degli anni 2000 le monarchie arabe hanno avviato trattative informali con Israele.

E sebbene un accordo alla luce del sole fosse impossibile per via dell’irrisolta questione palestinese, le parti hanno comunque convenuto di coordinare gli sforzi contro Teheran.

Secondo gli osservatori a riprova di tale tacita cooperazione vi era, ad esempio, l’intenzione di Giordania, Arabia Saudita, Bahrain ed Emirati Arabai Uniti di rendere accessibile il proprio spazio aereo ai velivoli dell’aviazione israeliana.

La presidenza di Donald Trump e il suo atteggiamento ostile verso l’Iran hanno facilitato il rafforzamento delle relazioni arabo-israeliane.

A inizio del suo mandato il quarantacinquesimo presidente degli USA ha dichiarato che avrebbe risolto tutte le criticità in Medio Oriente mediante il cosiddetto “accordo del secolo”.

Quest’ultimo prevedeva la risoluzione della questione palestinese secondo il principio “due nazioni per due popoli”: dunque, accanto a Israele sarebbe nato lo Stato palestinese.

L’iniziativa, tuttavia, non trovò consensi nel mondo arabo. Tuttavia, ammettono le monarchie del Golfo Persico, contribuì a una “rinascita del Medio Oriente”.

A settembre Israele, UAE e Bahrain grazie alla mediazione degli americani instaurarono ufficialmente delle relazioni diplomatiche sebbene fosse evidente che tale collaborazione avesse un carattere strategico finalizzato a contrastare l’Iran.

L’Arabia Saudita, posizionandosi come leader del mondo arabo, ha sempre preso le distanze da Israele.

Tutti sapevano dei contatti informali che intercorrevano tra i vari Paesi, ma nessuno era in grado di avviare il dialogo ad alti livelli.

Riad ha sempre dichiarato che finché non si fosse risolta la questione palestinese non ci sarebbe potuta essere alcuna relazione con Tel Aviv. Ma anche questo stereotipo è stato superato.

Di recente è emerso che Benjamin Netanyahu si è recato segretamente in visita nella città saudita di Neom e ha condotto trattative con il principe ereditario Mohammad bin Salman. La novità ha suscitato grande clamore, ma non è stato rilasciato in merito alcun dettaglio. Sono state avanzate ipotesi circa la centralità dell’influenza iraniana in questa circostanza.

Riad inizialmente ha negato l’avvenuto dialogo. Ma la posizione di Tel Aviv, rifiutatasi di commentare, ha dimostrato che in realtà tale incontro si è effettivamente tenuto.

È stata posta attenzione anche al fatto che le trattative hanno seguito le orme delle visite rese dal segretario di Stato USA in Medio Oriente.

Pompeo per l’ennesima volta ha tentato di rappacificare le nazioni di quest’area e ha evidenziato la gravità della minaccia rappresentata dall’Iran.

“Israele non intende avere uno scontro armato diretto con l'Iran. Ma di fatto un confronto latente è registrabile su tutti i fronti. La Repubblica Islamica sta rafforzando la propria presenza militare in Siria lungo la frontiera israeliana. Un altro Paese vicino, il Libano, è di fatto un vassallo dell’Iran. Teheran esercita una influenza significativa anche sulla Striscia di Gaza e finanzia HAMAS. In sostanza, l’Iran è presente lungo tutti i confini di Israele”, spiega Kseniya Svetlova, ex deputata della Knesset ed esperta dello Herzliya Interdisciplinary Center di Israele.

Svetlova inserisce la visita segreta di Netanyahu in Arabia Saudita nel quadro dell’imminente passaggio di potere negli USA.

“Ogni nuova amministrazione americana cerca di apportare modifiche ai propri rapporti con i Paesi mediorientali. Non è da escludersi che Netanyahu e bin Salman abbiano discusso delle modalità in cui garantire il coordinamento delle azioni che saranno poste in essere nei confronti dell’Iran durante l’amministrazione Biden. Tuttavia, non credo che il presidente democratico sarà contrario a simili contatti. Sin dall’amministrazione Obama gli americani hanno adottato una linea politica finalizzata a lasciare la regione. Lasciare dietro di sé almeno un’alleanza arabo-israeliana che si contrapponga alla minaccia iraniana è anche negli interessi degli USA”, ipotizza Svetlova.
Riconoscere gli errori di Trump

Adlan Margoev, analista dell’Istituto di studi internazionali MGIMO, è convinto del fatto che l’Iran sia al corrente della cooperazione arabo-israeliana. Secondo l’esperto, Teheran ritiene che l’instaurazione ad opera dei Paesi arabi di relazioni con il “regime sionista” equivalga a “tradire la Palestina”. Criticando i contatti di Arabia Saudita, UAE e Bahrain con Israele, le autorità iraniane non hanno comunque interesse a inasprire gli scontri.

Secondo Margoev, Teheran conta sulla riduzione della retorica ostile all’Iran dopo il passaggio di potere negli USA. “Le autorità dell’Iran inviteranno Biden a riconoscere gli errori di Trump e a ravvivare l’accordo sul nucleare.

I democratici stanno ancora vagliando la situazione, ma nella pratica non è così semplice. È difficile definire le modalità di azione.

Ad esempio, l’Iran richiede la rimozione delle sanzioni. Ma allora bisogna verificare che Teheran rispetti le norme di cui all’accordo sul nucleare.

La Repubblica Islamica spiega che oggi l’accordo sul nucleare viene attuato in maniera parziale poiché gli americani sono stati i primi ad uscirne. Rimane aperta la questione delle modalità in cui rientrare nell’accordo affinché il meccanismo funzioni in maniera parallela”, ritiene Margoev.

L’esperto ammette che Biden faticherà a rimuovere in un’unica soluzione le sanzioni imposte da Trump contro l’Iran. L’amministrazione uscente e i suoi sostenitori hanno sottolineato valutazioni esclusivamente negative in merito alla politica iraniana sottolineando l’esperienza positiva delle trattative e il breve periodo di rispetto dell’accordo sul nucleare.

Tuttavia, l’esperto è convinto del fatto che si riuscirà a evitare il conflitto armato.

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