03:54 29 Novembre 2020
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L'incarico di Manuel Merino è durato solo 6 giorni ma le violenze della polizia hanno costretto il presidente ad interim alle dimissioni. Adesso è finito nell'occhio del ciclone per le violazioni dei diritti umani e le sparizioni dei manifestanti.

Nel pomeriggio di domenica sono arrivate le dimissioni di Manuel Merino dall'incarico di presidente ad interim del Perù, ottenuto il 10 novembre in seguito alla destituzione di Martín Vizcarra. Un mandato breve ma segnato dalle violenze di piazza che hanno portato ad almeno due morti fra i manifestanti in protesta contro il nuovo governo. Dopo la sanguinosa giornata di protesta di sabato 14 novembre, Merino è stato ritenuto responsabile della repressione della polizia e costretto a dimettersi. 

La sua rinuncia non ha permesso di riportare l'ordine tra il caos politico e sociale esploso nell'ultima settimana. Fallisce il primo tentativo del Congresso di eleggere un nuovo governo, bocciato con 52 voti contrari su 42 a favore e 25 astenuti. Intanto le proteste di piazza continuano e l'intero paese è in lutto per Inti Sotero e Bryan Pintado, i due giovani manifestanti uccisi durante i disordini. 

​Il bilancio delle violenze 

Sono almeno due le vittime della repressione della polizia, mentre si contano un centinaio di feriti e 7 scomparsi. Alcune organizzazioni per i diritti umani puntano il dito contro Merino, ritenendolo responsabile delle violenze esplose nel Paese. 

Secondo quanto riferisce l'emittente Radio Programas del Perù (RPP), alcune associazioni peruviane per i diritti umani hanno presentato una denuncia all'ufficio del procuratore accusando l'ex presidente ad interim Manuel Merino e il primo ministro Antero Flores-Araoz di omicidio e abuso di potere. 

Le tensioni durante la manifestazione nazionale, avvenuta questo sabato a Lima, sono esplose dopo che la polizia ha bloccato la strada ai manifestanti, mentre tentavano di raggiungere il parlamento. Per disperdere la folla gli agenti hanno utilizzato bombe lacrimogene e proiettili di gomma, ma da quanto si apprende nei numerosi video diffusi sui social e dalla stampa latino americana, sarebbero state utilizzate anche armi da fuoco. I due morti di sabato, infatti, sono stati raggiunti da proiettili al cranio e al torace. 

Le accuse contro l'ormai ex presidente non arrivano solo dalla società civile. All'indomani della sesta e più cruenta giornata di protesta, il Tribunale Costituzionale, la più alta corte del Perù, ha condannato le violenze della polizia e ha ricordato che la protezione del diritto di manifestare e protestare deve essere "il fine supremo della società e dello Stato". Poco dopo 13 dei 18 ministri del governo hanno rassegnato le dimissioni per protestare contro la brutalità della polizia durante le manifestazioni di massa.

Anche l'ex presidente finito sotto accusa, Martin Vizcarra, ha puntato il dito contro Merino esprimendo sui social il suo rammarico per le morti.

"Il Paese non permetterà che la morte di questi due coraggiosi giovani resti impunita", ha scritto su Twitter. 

"Deploro profondamente le morti avvenute a seguito della repressione di questo governo illegale e illegittimo. Le mie condoglianze ai parenti di questi eroi civili che, esercitando il loro diritto, sono usciti in difesa della democrazia e in cerca di un Paese migliore", ha aggiunto.

L'impeachment di Vizcarra 

Lunedì i legislatori peruviani hanno votato 105-19 a favore della cacciata di Vizcarra per abuso di potere. È stato accusato di aver ceduto contratti statali controversi durante il periodo in cui era governatore della regione di Mokegua.

Vizcarra ha negato le accuse e non è stato d'accordo con la decisione del Congresso, ma ha detto che lascerà il palazzo presidenziale.

La destituzione di Vizcarra e la nomina del nuovo governo ad interim guidato da Manuel Merino ha dato il via alla protesta dei manifestanti che chiedono le dimissioni del nuovo Capo di Stato.

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Dimissioni, presidente, Perù
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