02:55 28 Novembre 2020
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I giornalisti pechinesi stanno reagendo con un inconsueto sadismo alle ennesime notizie provenienti dall’Australia: alcune tonnellate di aragoste australiane ancora vive sono rimaste bloccate alla dogana cinese.

 “Per voi è una paranoia ormai. Perché pensate che ci sia una guerra commerciale?”, commentano i giornalisti. Non ci sarebbe motivo per cui la dogana dovrebbe essere scontenta. Se non per il fatto che il 94% di questi splendidi animali australiani vengono consumati in Cina (per un volume di affari di circa 700 milioni di dollari l’anno), dunque i pescatori di quell’area non hanno di che vivere perché non sarà possibile estendersi rapidamente su nuovi mercati. Voi, cari australiani, dovete aspettare finché le cose non si sistemeranno.

Se Pechino decidesse comunque di avviare una guerra commerciale con il Paese vicino, si tratterebbe di una guerra molto strana, una guerra fantasma. Questa trova giustificazione nelle dicerie in merito al fatto che a partire dallo scorso venerdì in Cina non saranno più ammessi per diverse ragioni diversi prodotti australiani: cotone, vino, carne di manzo, orzo, legname, carbone, rame, minerali ferrosi, grano. Per ora si tratta di barriere tecniche: ad esempio, i nuovi dazi all’importazione che la dogana non avrebbe ancora registrato oppure le nuove norme sanitarie. Ma ad essere colpiti sarebbero di fatto tutti i prodotti che prima arrivavano in gran numero in Cina. Ora invece pare che le autorità e le dogane locali abbiano annunciato, seppur solo ufficiosamente, una chiusura totale a breve. Ma a livello ufficiale ancora non si sa nulla.

Va detto che Pechino ha tutte le ragioni per comportarsi in questo modo. È quello di cui parlano i giornalisti oltre alle aragoste e alla paranoia: l’attuale governo del vostro Paese sta alimentando l’ostilità nei confronti della Cina, ma chiede al contempo alla Cina di comprare, ad esempio, il vostro grano? Dovete prima far pace con voi stessi.

I fatti riguardanti la nuova Australia anticinese sono un ottimo esempio di ciò che sta accadendo per definire il nuovo ordine mondiale: chi sarà il nuovo padrone, chi sarà partner di chi, quali Paesi prospereranno e chi invece sarà relegato alla povertà.

Un rapido sguardo al planisfero ci ricorda che l’Australia è dislocata nella regione dell’Asia Pacifica, ossia molto lontano da qualsiasi Paese occidentale. Anche le statistiche economiche confermano questa situazione: infatti, il primo partner commerciale dell’Australia è la Cina (sebbene per la Cina l’Australia non sia una priorità). Il volume di scambi commerciali si attesta a 172 miliardi di dollari con un valore positivo di 51 miliardi per l’Australia. I 29 anni di ininterrotta crescita dell’economia australiana si sono resi possibili anzitutto grazie al partenariato con la Cina.

Poi si sono verificati eventi assai peculiari della nostra epoca: ovverosia, le ideologie hanno preso il sopravvento non solo sull’economia ma anche sulle logiche di sopravvivenza di un Paese. O, più precisamente, queste ideologie hanno messo in discussione il concetto stesso di sopravvivenza.

In Australia esistono due partiti chiave, laburisti e liberali, che riflettono quasi pedissequamente la dicotomia statunitense tra democratici e repubblicani. Il primo partito ritiene che l’Australia faccia parte della regione Asia Pacifica, mentre il secondo partito difende l’idea per cui il Paese sia un avamposto dell’Occidente in Asia. Finora queste idee erano rimaste idee.

Ma nell’agosto del 2018 è salito al potere il primo ministro liberale Scott Morrison che è anche considerato il più noto politico della storia contemporanea del Paese. Morrison ha rapidamente cominciato a trasformare il Paese non solo in un avamposto, ma nella principale forza anticinese della regione. E non è il solo! Di recente durante una serie di audizioni parlamentari Eric Abetz, senatore della Tasmania, ha lanciato una sfida a tre cittadini australiani di origini cinesi: siete pronti qui e ora a “condannare inequivocabilmente la dittatura del partito comunista cinese”?

Gli australiani di origine asiatica sono 1,2 dei 25 milioni di cittadini, ma possono essere legati anche a Paesi come Taiwan, Malesia o Singapore. Ma oggi la furia ideologica dei liberali è tale che tutti questi cittadini, indipendentemente dalla loro effettiva origine, sono visti con sospetto con un conseguente peggioramento del clima sociale nel Paese. La fiducia dei cittadini verso qualunque soggetto asiatico si è dimezzata secondo i sondaggi.

L’Australia ha supportato con entusiasmo i tentativi dell’amministrazione di Donald Trump di isolare l’economia americana e occidentale dalla Cina. Dunque, non ha fatto altro che intraprendere la strada di una guerra commerciale con la Cina. A vessillo di questa contrapposizione la tecnologia 5G che Canberra ha deciso di non adottare con l’ausilio di Pechino. Un’altra folle idea americana consiste nell’indagare se la Cina abbia o meno facilitato appositamente la diffusione del coronavirus facendo propendere i vari Stati verso metodologie di contrasto della pandemia deleterie per l’economia. L’Australia è stata uno dei primi Paesi ad appoggiare queste indagini. Inoltre, il Paese sta tentando di coinvolgere i Paesi del Sud-Est asiatico vicini a Pechino.

Oggi la situazione è molto peculiare: l’Occidente ha finalmente capito che è arrivato il momento in cui vi sono due grandi economie ma che c’è posto per una sola. La seconda grande economia, la Cina, sta assumendo il primato tecnologico. Ciò significa che il “secolo dell’Occidente” è giunto al termine non soltanto perché le sue tecnologie e la sua filosofia non sono più adatte al mondo intero. I Paesi che adottano questa filosofia hanno dovuto scegliere tra la sopravvivenza economica e il comfort ideologico.

Quanto alla sopravvivenza, è chiaro. Il PIL australiano è inferiore a quello della sola provincia cinese dello Guangdong. La Cina dipende dall’Australia solo per i metalli ferrosi, ma questa dipendenza può essere rimossa. Le merci che hanno contribuito alla prosperità dell’Australia vengono bloccate negli USA e non hanno richiesta in Europa. Dunque, trasformare la Cina in una minaccia significa impoverire il Paese.

Ma non si incorra nell’errore di minimizzare il concetto stesso di sopravvivenza dei popoli alla mera questione economica. Le idee, infatti, sono più forti della materia. La domanda “chi siamo” è spesso più incisiva delle altre. Ovviamente l’attuale esperienza australiana è quantomeno una grottesca e ridicola manifestazione di ciò che sta accadendo in Europa con la differenza che l’Antico mondo è ancora sufficientemente grande per sopravvivere anche se perde di importanza nel mondo. Ma ad ogni modo è giusto riconoscere quanto dovuto alla follia dei prodi che vogliono essere il vero Occidente in un mondo in cui quell’Occidente non ha più alcun posto.

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