15:58 28 Novembre 2020
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A Bruxelles si discute sull'opportunità di introdurre il divieto di associare i termini propri della carne a prodotti alimentari preparati con ingredienti 100 per cento vegetali. La Coldiretti denuncia: "La 'finta carne' inganna nove italiani su dieci".

Quello dei prodotti vegani e vegetariani è un mercato in costante crescita, che conquista aziende e consumatori. Sono sempre di più i produttori, comprese le multinazionali, che investono sulla cosiddetta “fake meat”. “Hamburger”, “bistecche”, “polpette” o “salsicce”, cento per cento vegetali, che fanno concorrenza alla “vera” carne. Una concorrenza considerata sleale da produttori e allevatori.

Già la Corte di giustizia europea, ricorda la Coldiretti in un comunicato, “si era pronunciata in passato sul fatto che i prodotti puramente vegetali non possono, in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni, come ‘latte’, ‘crema di latte’ o ‘panna’, ‘burro’, ‘formaggio’ e ‘yogurt’, che il diritto dell’Unione riserva ai prodotti di origine animale”.

Una legge che vieta di associare i termini che si riferiscono ai diversi tagli di carne a prodotti vegani o vegetariani, inoltre, è già in vigore in Francia. Nei prossimi giorni sarà il Parlamento europeo a pronunciarsi sul tema, con due emendamenti che, in sintesi, propongono il divieto di usare il termine “bistecca”, “scaloppina”, “salsiccia” o “burger”, per “designare, commercializzare o promuovere prodotti alimentari contenenti più del 3 per cento di proteine vegetali”.

Questo, innanzitutto, per una questione di correttezza nei confronti dei consumatori. Da un’analisi di Coldiretti su dati Eurispes, infatti, è emerso come “la carne finta” inganni il 93 per cento dei consumatori nel nostro Paese: più di 9 italiani su 10 che non seguono un regime alimentare vegetariano o vegano.

“I consumatori rischiano così di trovare sugli scaffali e di mettere nel carrello della spesa finti hamburger con soia, spezie ed esaltatori di sapore o false salsicce riempite con ceci, lenticchie, piselli, succo di barbabietola o edulcoranti grazie alla possibilità – evidenzia la stessa associazione – di utilizzare nomi come “burger vegano” e “bistecca vegana”, bresaola, salame, mortadella vegetariani o vegani con l’unico limite di specificare sull’etichetta che tali prodotti non contengono carne.

“Una strategia di comunicazione subdola con la quale si approfitta deliberatamente della notorietà e tradizione delle denominazioni di maggior successo della filiera tradizionale dell’allevamento italiano – denuncia il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini - con il solo scopo di attrarre l’attenzione dei consumatori, rischiando di indurli a pensare che questi prodotti siano dei sostituti, per gusto e valori nutrizionali, della carne e dei prodotti a base di carne”.

“Il marketing delle imitazioni – conclude la Coldiretti - può creare confusione sui valori nutritivi dei prodotti, per questo il dibattito sulla denominazione della carne non è un attacco ai prodotti vegetali, ma è una battaglia per la corretta informazione al consumatore”.

“Non è solo una questione di semantica, ma della tutela di un settore già messo in difficoltà in questi anni dalle politiche della stessa Unione europea e che deve difendersi dall’assalto delle multinazionali che investono sempre di più su prodotti di questo tipo”, spiega a Sputnik Italia Vincenzo Sofo, eurodeputato della Lega. “Per questo – fa sapere - voteremo a favore di entrambi gli emendamenti in discussione per la modifica dei regolamenti Ue”.

“Quello della carne è un settore che vale 30 miliardi di euro l’anno nel nostro Paese, il 15 per cento del risultato economico dell’industria alimentare, quindi – conclude Sofo - dare risposte ai produttori in questo senso è doveroso” .

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