01:08 30 Ottobre 2020
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Di recente la società Unicode Consortium, responsabile di selezionare i simboli che compaiono sui nostri smartphone, ha presentato 217 nuove emoji.

Fra queste figurano una donna con la barba, una persona di sesso indefinito raffigurata in varie situazioni, icone del viso in diverse tonalità cromatiche. Sputnik ha approfondito in che modo queste divertenti emoji siano diventate il riflesso della società contemporanea e ha tentato di capire se queste immagini digitali sostituiranno alla fine le nostre lingue.

Morse e smile

A tentare di veicolare le emozioni in un testo in maniera veloce e, soprattutto, standardizzata si cominciò molto tempo fa. Nel 1857 nell’alfabeto Morse per l’espressione “baci e abbracci” identificarono il codice 73 (poi diventato 88). All’inizio degli anni ’80 l’informatico Scott Fahlman propose la combinazione di segni tipografici :-) “per indicare messaggi scherzosi”.

Nel 1999 fu creata la prima selezione di emoji informatiche: più di 170 immagini vagliate dal programmatore giapponese Shigetaka Kurita. La denominazione “emoji” è in realtà l’abbreviazione di due concetti: e (絵, immagine) e moji (文字, simbolo). Dunque, l’assonanza con la parola “emozioni” è del tutto casuale.

Oggi alcuni simboli elaborati da Kurita ci appaiono obsoleti: ad esempio, l’uomo d’affari che si inchina o il simbolo del fax. Ma l’invenzione di Kurita fu così sentita in Giappone che nel 2008 il primo iPhone non suscitò grande interesse. Perché? Perché non era in grado di riprodurre le emoji. Apple si mise, dunque, rapidamente al passo e oggi questa società è il principale fornitore di emoji. Fu così, ad esempio, che inventarono l’emoji della ballerina in abito rosso.

Dieci anni fa i “simboli dell’era digitale” furono presi in gestione da Unicode Consortium, una organizzazione senza scopo di lucro che riunisce 12 rappresentanti di società leader del settore tech: nello specifico, IBM, Microsoft, Adobe, Apple, Google, Facebook. Da lì le emoji presero piede in tutto il mondo.

Secondo l’autrice del canale Telegram “Buone maniere digitali” (Tsifrovoy etiket) Olga Lukinova, le emoji più nuove si suddividono in due tipologie: quelle che veicolano nuove sfumature di emozioni (es. il cuore bendato) e quelle che prendono in considerazione le tematiche della disuguaglianza razziale e della discriminazione di genere. Inizialmente i soggetti erano soltanto gialli, come i protagonisti de I Simpsons. Le emoji del solo volto erano state rese simili a un piccolo sole che risaltasse sullo sfondo bianco e il testo nero, senza però distogliere l’attenzione dal contenuto.

In carcere per un emoji

In linea teorica chiunque potrebbe proporre a Unicode Consortium una propria emoji a condizione che non si tratti di un marchio registrato, di una divinità o di una persona identificabile (sebbene nel 2016 fecero un’eccezione per David Bowie). Inoltre, è necessario dimostrare che il nuovo simbolo godrà di un certo utilizzo perché, nonostante vi siano moltissime emoji, gli utenti utilizzano sempre le stesse.

Ad esempio, secondo il servizio online di analisi delle emoji su Twitter Emojitracker, il simbolo più popolare sui social media sarebbe l’emoji che ride fino alle lacrime. Ad oggi è stata utilizzata oltre 3 miliardi di volte e la commissione dell’Oxford Dictionary l’ha definita la parola dell’anno nel 2015. Al secondo posto per utilizzo vi è il cuore rosso (circa 1,5 miliardi di volte).

Nel 2015 Instagram fu invasa dall’hashtag #EggPlantFridays che riuniva selfie maschili piuttosto osé. I contenuti di quella tipologia furono bloccati ma da allora le emoji della melanzana e della pesca hanno acquisito un significato ben diverso dall’originale. Poi il rigore ha preso il posto dello scherzo. Infatti, è altamente improbabile che il giovane francese che nel 2016 inviò alla sua ex l’emoji di una pistola potesse immaginare che sarebbe stato condannato a 6 mesi di carcere. Il tribunale giudicò quel messaggio come una vera e propria minaccia. Dopo poco nella maggior parte delle applicazioni la pistola professionale fu sostituita da una ad acqua.

Secondo BuzzFeed, un tempo godeva di particolare e inaspettato successo tra gli americani l’emoji della manicure. Veniva utilizzata in qualunque modo tranne che nel suo significato originale: sia come dimostrazione di indifferenza sia come invito a marinare la scuola. Sono state identificate più di 20 situazioni diverse di utilizzo.

Il significato di qualsiasi emoji può essere consultato in un’apposita enciclopedia nella quale ci si accorge con sorpresa che spesso il linguaggio delle emoji non è poi così evidente. Ad esempio, molti sono convinti che il viso che sbuffa fumo dalle narici esprima irritazione o rabbia, mentre questa emoji è stata ideata per rappresentare il momento in cui si espira dopo un importante sforzo. I due palmi congiunti non andrebbero usati per indicare una preghiera, ma in segno di riconoscenza.

Emoji o lingua?

I detrattori delle emoji sostengono che una simile semplificazione del linguaggio riporti l’umanità all’era delle raffigurazioni rupestri: infatti, è sufficiente inviare uno smile sorridente o sorpreso senza la necessità di scegliere le parole giuste. Tuttavia, non è del tutto corretto mettere a confronto le emoji con i pittogrammi della Preistoria: si tratta, infatti, di ideogrammi il cui significato non sempre coincide con quello dell’immagine come nel summenzionato caso della manicure.

“Le emoji non sono una lingua, ma un insieme di segni, seppur piuttosto vari. Tuttavia, il sistema in sé non può essere definito un regresso. Personalmente non conosco persone che comunicherebbero esclusivamente con le emoji senza ricorrere alle parole”, ritiene Maksim Krongauz, noto linguista e dottore di ricerca in scienze filosofiche. Le immagini integrano il contenuto scritto con le emozioni senza occupare spazio di troppo. “I testi diventano più vivi e interessanti dal punto di vista visivo”, osserva lo scienziato. Questi riconosce altresì di usare egli stesso le emoji, ma soltanto quando comunica con i nipoti.

Probabilmente, se le emoji non esistessero, le avrebbero comunque inventate.

Anzitutto, le immagini vengono elaborate più rapidamente dal cervello rispetto al testo e in un’epoca in cui le informazioni sono troppe le emoji sono assolutamente attuali.

Poi, secondo l’insegnante di russo per stranieri Olga Rozhdestvenskaya, “le emoji aiutano ad evitare parole scomode nelle chat: ad esempio, l’emoji del vomito a volte si rivela molto utile”.

“Con le emoji è possibile diversificare la corrispondenza con gli studenti o spiegare alcuni concetti più velocemente: posso scegliere con i principianti il testo di una canzone come Oy, moroz-moroz, aggiungere qualche emoji e chiedere agli studenti di inserire le parole corrispondenti in russo”, spiega. Dopotutto le emoji nella maggior parte dei casi sono universali, aspetto fondamentale nel nostro mondo globalizzato.

Queste simpatiche emoji conquistano anche il mondo del business: vengono utilizzate frequentemente nelle chat di lavoro e con i clienti. Anche se in questo caso bisogna trovare il giusto mezzo.

“All’inizio di una corrispondenza meglio evitare le emoji finché l’interlocutore non dimostra di essere pronto a passare a una comunicazione meno formale”, avverte Olga Lukinova. E aggiunge: “Una regola particolarmente utile nelle chat di gruppo è non inviare l’emoji da sola. Cercate di ridurre al minimo la comunicazione non informativa”.

Inoltre, si consiglia di inserire le emoji all’inizio o alla fine della frase per non creare separazioni a livello di senso. Infine, si sconsiglia l’uso di emoji che possono creare imbarazzo quando si comunica un messaggio importante o si trasmette una notizia spiacevole.

Secondo Krongauz, non vale la pena di preoccuparsi di un’eventuale rapida espansione delle emoji. Queste non potranno sostituire un sistema complesso e perfetto come la lingua. Rimarranno uno strumento di ausilio alla comunicazione anche per i giovani che le utilizzano molto frequentemente. 

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