19:30 24 Ottobre 2020
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E’ quanto emerge dal Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione curato della Fondazione Moressa, l’istituto di ricerche nato nel 2002 su iniziativa dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre, specializzato in studi sul fenomeno migratorio, in particolare sul suo valore economico.

Nel rapporto, dedicato ai “Dieci anni di economia dell’emigrazione”, i ricercatori evidenziano innanzitutto la chiusura dell’Italia, a partire dal 2011, verso gli immigrati extracomunitari in cerca di lavoro, sebbene l’immigrazione sia diventata negli ultimi anni uno dei temi centrali del dibattito politico. Se, infatti, dal 2010 ad oggi gli stranieri residenti in Italia sono passati da 3,65 a 5,26 milioni (+44%), arrivando a rappresentare l’8,7% della popolazione, i nuovi permessi di soggiorno sono però diminuiti del 70%, a causa di una drastica riduzione di quelli per lavoro (-97%), passati da 360.000 a 11.000. La popolazione straniera è aumentata soprattutto per i permessi di ricongiungimento familiare o motivi umanitari.

Per cui, se nel 2010 erano 1,9 milioni gli stranieri occupati in Italia, oggi sono 2,5 milioni, che producono una ricchezza pari a 146,7 miliardi di euro, il 9,5% del Pil. La metà di questi lavoratori arriva da cinque Paesi: Romania (25,8%), Albania (7,8%), Ucraina (5,7%), Cina (5,5%) e Marocco (5,3%). Si tratta di persone che svolgono professioni poco qualificate e sono soprattutto di uomini (56,3%), di cui quasi il 70% di età compresa tra 35 e 54 anni. Oltre la metà di loro ha come titolo di studio la licenza media e solo il 12% è laureato.

“I 2,5 milioni di lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese producono quasi il 10% del PIL, ma rimangono relegati nelle professioni di basso livello. Per questo la concorrenza con gli italiani è piuttosto bassa, ma anche la produttività e l’impatto fiscale”, si legge il rapporto.

I ricercatori hanno anche calcolato le voci di entrata e di uscita legate all’immigrazione, evidenziando come siano più i benefici che i costi, a fronte di una popolazione straniera molto più giovane di quella italiana, con conseguente minor impatto sulla spesa pubblica.

Si stima siano 2,29 milioni i contribuenti stranieri in Italia che nel 2019 hanno dichiarato redditi per 29,08 miliardi, versando all’Irpef 3,66 miliardi. Sommando le addizionali locali e i contributi previdenziali e sociali si arriva a 17,9 miliardi, cifra che sale a 26,6 miliardi considerando le entrate generate anche da Iva e consumi. Di contro, i costi sostenuti dallo Stato per sanità, scuola, pensioni, servizi sociali e abitazione, servizi locali, sicurezza pubblica, immigrazione e accoglienza è pari a 26,1 miliardi, con un saldo positivo di 500 milioni.

Un ultimo approfondimento è stato dedicato dai ricercatori della Fondazione Moressa alla procedura avviata quest’anno dal governo italiano per regolarizzare gli stranieri, che si è conclusa con la presentazione di 220.528 domande. Una sanatoria che ha garantito subito alle casse dello Stato 30 milioni di euro, e che potrebbe portare altri 360 milioni di euro annui sotto forma di tasse e contributi.

“Il potenziale straniero è frenato da lavoro nero, poca mobilità sociale e presenza irregolare. Sostenere regolarità ed integrazione non è un BENEFICIO solo per lo straniero, ma per tutto il Paese”, ha concluso il rapporto.
La regolarizzazione

La sanatoria di 600.000 lavoratori irregolari stranieri è stata annunciata a maggio nel Dl Rilancio.

Sin da subito le opposizioni, con la Lega di Salvini in testa, hanno espresso il proprio dissenso rispetto alla proposta del governo, definendola una sanatoria indiscriminata. Tra le principali fautrici della modifica al disegno di legge, invece, c'è stato il ministro per le Politiche agricole Teresa Bellanova che, proprio dopo il via libero del governo, si è commossa affermando che la misura porterà ad avere uno "Stato più forte del caporalato".

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