20:13 24 Ottobre 2020
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A fine settembre in occasione della conferenza stampa dedicata alla commemorazione del naufragio del traghetto Estonia il primo ministro estone Jüri Ratas ha posto l’attenzione sulla necessità di riaprire le indagini sulla catastrofe verificatasi più di un quarto di secolo fa.

Questa dichiarazione di Ratas è legata anche al documentario di recente uscita “Estonia: una scoperta che cambia tutto”.

La scoperta è un foro lungo circa 4 m e profondo 1,2 m nello scafo dell’imbarcazione. Le riprese subacquee del foro sono state mostrate anche nel documentario.

E questo ha suscitato grande clamore perché nella relazione ufficiale delle indagini interrotte in via definitiva nel 2009 non vi era alcuna menzione in merito a un simile danneggiamento.

Per tentare di capire come questo sia stato possibile vale la pena ripercorrere alcuni fatti.

Il traghetto Estonia diretto da Tallinn a Stoccolma naufragò la notte del 28 settembre 1994 nell’area marittima finlandese di ricerca e soccorso. Delle 989 persone rinvenute a bordo solo 137 sopravvissero. Le restanti 852 persone morirono e/o scomparvero senza lasciare tracce poiché furono rinvenuti soltanto 94 corpi. Il naufragio di questa imbarcazione rimane il più significativo tra quelli verificatisi nel Mar Baltico in tempo di pace.

Alla fine delle pluriennali indagini la commissione incaricata concluse che la ragione dell’affondamento del traghetto sarebbero stati il distaccamento della celata di prua e una forte tempesta. Svezia, Estonia e Finlandia ratificarono un apposito accordo in base al quale si vietava e sanzionava l’eventuale avvicinamento al traghetto affondato. Questo approccio fu unico nel suo genere in tutto il mondo.

Inoltre, gli svedesi misero a punto un piano per sigillare l’imbarcazione con il cemento tramutandola di fatto in un sarcofago impenetrabile, ma alla fine si limitarono a ricoprirlo con alcune migliaia di tonnellate di ghiaia.

Tuttavia, i divieti non hanno fermato il documentarista Henrik Evertsson che un anno fa ha calato fino allo scheletro dell’imbarcazione un robot. Così sono state effettuate le riprese che hanno provocato il grande clamore mediatico.

Gli esperti interpellati dal documentarista sostengono all’unanimità che un simile foro nello scafo non può essere il risultato di un’esplosione avvenuta a bordo. Secondo Jørgen Amdahl, docente di tecnologie marine, danneggiamenti simili potrebbero essere dovuti a un colpo proveniente dall’esterno.

Ma Margus Kurm, l’ex procuratore di Stato estone che ha condotto le indagini in merito alla catastrofe, ha ipotizzato che la ragione del naufragio fosse lo scontro con un sommergibile svedese.

Infatti, in quell’area al tempo erano effettivamente in corso degli addestramenti militari. Oggi le autorità dei tre Paesi coinvolti (e in particolare quelle svedesi) debbono rispondere a quesiti ben poco piacevoli: anzitutto, perché e in che modo fino ad oggi non si è venuti a sapere di un foro così grande?

I danneggiamenti sono dislocati su un’area dello scafo che era visibile già nel 1994. Ciò significa, secondo Kurm, che al tempo si ritenne non indispensabile sondare lo stato del traghetto oppure che il danneggiamento fu sì registrato, ma non fu oggetto di alcuna comunicazione rivolta alla comunità.

Tuttavia, la decisione unica nel suo genere di vietare qualunque avvicinamento al traghetto affondato, nonché i tentativi di sigillare proprio quel lato danneggiato con la ghiaia lasciano intendere non tanto la negligenza della classe politica in merito, ma qualcosa di ben peggiore: ossia un complotto ai massimi livelli statali finalizzato a nascondere le vere ragioni dell’accaduto.

Una circostanza importante da ricordare: 26 sono gli anni che sono passati dal 1994, l’anno della catastrofe. Si tratta di un lasso di tempo lungo, ma non tanto da far cadere nel dimenticatoio l’accaduto. Ancora oggi è in vita una parte considerevole dei superstiti della tragedia dell’Estonia, nonché sono in vita anche i parenti più stretti delle vittime. Altrettanto in salute sono anche molti dei funzionari statali che presero parte direttamente a quegli eventi.

L’allora primo ministro era Carl Bildt, lo stesso che è forse più noto per essere stato ex ministro svedese degli Esteri tra il 2006 e il 2014, nonché accanito detrattore della Russia.

Bildt lasciò la carica di primo ministro all’inizio del mese di ottobre del 1994 poiché sconfitto alle elezioni tenutesi a metà settembre, ma sarebbe quantomeno curioso alla luce delle nuove informazioni emerse ascoltare eventuali suoi commenti in merito ai primi giorni dopo la catastrofe.

Solo che Bildt, così come il suo successore Ingvar Carlsson, si sono già rifiutati di discutere di questo tema con la stampa.

Non ci resta che capire se ai dirigenti svedesi di un tempo e a quelli in carica verranno poste queste scomode domande in modo da costringerli a rispondere oppure se le parti coinvolte riusciranno per l’ennesima volta a insabbiare tutto come del resto hanno fatto per lo scorso quarto di secolo.

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