05:30 24 Ottobre 2020
Mondo
URL abbreviato
0 01
Seguici su

Se crediamo ai dirigenti politici britannici, presto nel mondo nascerà una nuova superpotenza energetica, comparabile per volumi a potenze quali l’Arabia Saudita o la Russia.

Ma la coraggiosa idea britannica consistente nella trasformazione del Paese in una superpotenza energetica presenta una importante particolarità che sta attirando su di sé le attenzioni di tutta la comunità di esperti. Infatti, Londra intende competere con le “squadre” più forti nel settore energetico grazie alla energia green. Questo intento è stato appunto al centro di due promesse chiave del primo ministro Boris Johnson.

In primo luogo, lunedì Johnson ha promesso che tutte le famiglie britanniche utilizzeranno energia elettrica prodotta da centrali eoliche e in precedenza, in occasione di un intervento all’ONU, il leader britannico aveva annunciato l’intenzione della Gran Bretagna di diventare “l’Arabia Saudita dell’energia verde”. Questa ambizione si ritrova anche nel discorso programmatico di Johnson innanzi al Partito conservatore: “La Gran Bretagna e il vento sono come l’Arabia Saudita e il petrolio”. Questa è grossomodo la traduzione dello slogan che ha fatto il giro dei media britannici ed europei.

Il successo o l’insuccesso dei tentativi del Paese di trasformarsi in una “superpotenza energetica green” incidono direttamente sulle prospettive di sviluppo di determinati comparti dell’economia russa, canadese, norvegese, australiana e saudita.

Se Johnson avrà successo nel suo progetto, significa che anche altri Paesi potrebbero riprodurre l’incoraggiante esperienza britannica con una conseguente contrazione della domanda di idrocarburi. Se invece Johnson fallirà, questo sarà un ottimo argomento a favore degli scettici secondo i quali i tentativi di organizzare una “rivoluzione green” non faranno altro che generare conseguenze negative.

La questione principale su cui si basa la “rivoluzione verde” di Johnson è il costo dell’energia che verrà prodotta. I sostenitori dei grandi investimenti in energia green partono dal presupposto che l’energia elettrica ottenuta dai parchi eolici offshore si avvicini al costo dell’energia convenzionale (quella derivante dagli idrocarburi), mentre secondo alcune stime sarà anche più conveniente. Dunque, pare che siano la volontà politica e la possibilità di trovare gli investimenti iniziali gli unici fattori in grado di ostacolare il passaggio dell’economia europea alle rinnovabili e il rifiuto dalle importazioni di petrolio e gas.

Tra i ricercatori (in sostanza, i lobbisti) dei progetti di questa tipologia è spesso possibile rilevare dichiarazioni che ripropongono le tesi di un noto studio dell’Imperial College di Londra: “La produzione dell’energia elettrica nei parchi eolici offshore sarò tanto conveniente che i costi saranno inferiori a quelli delle centrali a combustibili fossili. L’eolico potrebbe diventare la tipologia di energia più conveniente per la Gran Bretagna. Le sovvenzioni per l’energia rinnovabile in passato non erano vantaggiose, mentre tra qualche anno le convenienti fonti di energia rinnovabile riusciranno per la prima volta a ridurre le spese in bolletta delle famiglie. Si tratta di un evento straordinario”.

Quando Boris Johnson promette che “lo stesso vento che spinse la nave di Drake” darà alla Gran Bretagna la possibilità di creare 60.000 nuovi posti di lavoro e che il vento sarà una “risorsa infinita a basso prezzo” come il petrolio saudita, conta proprio su questo esito. Tuttavia, il problema risiede nel fatto che tutti questi calcoli non prendono in considerazione alcuni importanti fattori.

Primo fattore: non bisogna comparare il costo isolato di un chilowatt green con uno prodotto a partire dal gas o da carbone, bisognerebbe piuttosto considerare quanto costa approvvigionare di energia elettrica in maniera continuativa un nucleo famigliare. Se consideriamo questa casistica emerge che le energie rinnovabili non sono in grado di garantire una continuità simile. In linea di massima, in tutte le stime in merito all’efficacia dell’energia green è necessario considerare il costo della stabilità dell’approvvigionamento elettrico in periodi di tempo dalla durata indefinita: ad esempio, quando il cielo è nuvoloso o il mare è piatto.

Oltre a questo, negli scenari più ottimistici della rivoluzione verde spesso non si considera che il vento è sì una risorsa infinita, ma le turbine eoliche sono sottoposte a usura: infatti, i loro componenti debbono essere smontati e sostituiti, il che costituisce un processo complesso e costoso.

La mancata volontà di Johnson nel trattare questo tema scomodo è chiara: smontare e sostituire quelle giganti turbine eoliche in mezzo al mare con le quali il primo ministro intende garantire un approvvigionamento continuo di energia elettrica rinnovabile ai cittadini britannici è un bel problema.

Si potrebbe seguire da vicino l’esperimento britannico e tirare a indovinare in quanto tempo la Gran Bretagna vedrebbe non solo alzarsi il costo dell’energia elettrica, ma anche presentarsi problemi legati alla continuità dell’approvvigionamento energetico in maniera analoga a quanto accade in California. Qui le interruzioni periodiche del funzionamento delle turbine eoliche (per via dell’eccessiva domanda di energia green) sono già diventate un fenomeno abituale.

Tuttavia, è possibile che l’ambizioso piano di Johnson presenti criticità di natura finanziaria. Chiaramente il bilancio britannico riuscirà a trovare i 160 milioni di sterline da destinare alla prima fase di lavori nonostante la crisi da coronavirus, ma in futuro potrebbero presentarsi difficoltà ancora maggiori. Infatti, è imminente la conclusione della Brexit ed è altamente probabile che l’hub finanziario di Londra (l’elemento portante dell’economia britannica) perda l’accesso ai mercati finanziari dell’Unione europea generando così la fuoriuscita dei trilioni di dollari per la gestione dei quali il sistema finanziario britannico (e, di conseguenza, l’economia del Paese) guadagna cifre astronomiche. Come si legge sulla stampa occidentale, si è registrato un deflusso da Londra di circa 1,6 trilioni di dollari, destinati a vari centri finanziari dell’Unione europea. Si ritiene che questo processo sia destinato a non fermarsi.

È tutt’altro scontato che la dissanguata economia britannica si possa concedere in futuro la realizzazione di grandi ambizioni con esperimenti al comparto energetico.

È possibile che la Gran Bretagna del futuro sarà davvero green, ma verde non tanto per via delle energie rinnovabili, ma per l’invidia che proverà nei confronti dei vicini i quali non hanno tentato di diventare una nuova Arabia Saudita dell’energia o di aggirare banali leggi della fisica e dell’economia. Che sia questa la bella lezione che aspetta questo grandioso esperimento britannico?
RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook