21:04 24 Ottobre 2020
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Tensione nel Nagorno-Karabakh (82)
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In un discorso alla nazione il presidente dell’Azerbaigian, Ilam Aliev, lancia il suo ultimatum all'Armenia: "Ritirare le truppe e tornare ai negoziati, l’unico percorso attraverso il quale risolvere la questione è la liberazione dei nostri territori".

“Il nostro popolo ha sentito più di una volta dai negoziatori e dai vertici delle organizzazioni internazionali che non esiste una soluzione militare al conflitto in Nagorno-Karabakh, io ho sempre detto di non essere d’accordo con queste tesi e avevo ragione”. Usa parole dure il presidente dell’Azerbaigian, Ilam Aliev, che poco fa ha pronunciato un discorso alla nazione sulle ostilità che vanno avanti dallo scorso 27 settembre nell’enclave armena in territorio azero, autoproclamatasi indipendente nel 1991.

Si tratta degli scontri più duri dal cessate il fuoco raggiunto nel 1994. L’esercito azero e quello armeno si sono accusati vicendevolmente di aver violato la tregua. “I negoziati stanno andando avanti da trent’anni, c’è stato qualche cambiamento? Abbiamo riavuto indietro almeno un centimetro della nostra terra? Abbiamo convinto gli aggressori a lasciare i territori occupati e a rispettare le risoluzioni del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite? No”, ha proseguito il presidente nel discorso trasmesso dalla tv nazionale. Aliev si è detto convinto che l’unico mezzo per cambiare lo status quo sia quella militare. La politica, ha detto rivolgendosi ai cittadini, verrà dopo.

"Lo status quo non esiste più, lo abbiamo cambiato, non c'è più lo status quo sul campo di battaglia", ha detto Aliev, sottolineando come le forze di Baku abbiano “sfondato la linea di contatto”. “Loro hanno costruito questa linea di contatto per 30 anni, con fortificazioni di cemento, noi le abbiamo sfondate, nessuno può fare niente davanti a un soldato azero”, ha continuato il presidente, che promette di riprendersi la regione e ripristinare “l’integrità territoriale dell’Azerbaigian”.

Il messaggio all’Armenia è chiaro. "Gli diamo un'ultima possibilità, ritirare le truppe, tornare ai negoziati, prendere impegni", ha comunicato il presidente alla nazione, rivendicando la superiorità dell’esercito azero sul campo, mentre a Mosca è in corso il primo confronto diplomatico dall’inizio delle ostilità tra il ministro degli Esteri di Baku, Jeyhun Bayramov, e quello di Erevan, Zohrab Mnatsakanyan.

Il leader azero, per ora, sembra lasciare poco margine alle trattative: “L’unico percorso attraverso il quale risolvere la questione è la liberazione dei nostri territori – ha detto citato dall’agenzia di stampa Reuters – non ci saranno negoziati se il ministro degli Esteri armeno dirà che il Karabakh appartiene all’Armenia”.

I colloqui di Mosca, sponsorizzati dal governo russo, fanno parte di una serie di iniziative per la pace concordate da Francia, Russia e Stati Uniti in una riunione che si è tenuta giovedì scorso a Ginevra. Nelle scorse ore era stato l’Eliseo ad annunciare che un'intesa per il cessate il fuoco sarebbe potuta arrivare entro stasera o domani. L'Armenia si è dichiarata disponibile alla fine delle ostilità, ma il governo turco ha fatto sapere che un accordo politico è subordinato al ritiro delle truppe di Erevan dalla regione. 

Intanto continuano i bombardamenti sulla capitale del Nagorno-Karabakh, Stepanakert. Il governo azero ha fatto sapere che 31 civili sono stati uccisi e 168 feriti dall’inizio delle ostilità, mentre le autorità del Nagorno-Karabakh parlano di 376 militari e 22 civili uccisi dallo scorso 27 settembre. Quello che tutti vogliono evitare è che il conflitto si allarghi alle potenze regionali, mentre preoccupa anche la sicurezza dei gasdotti che trasportano il gas azero in Europa.

Il colloquio tra Di Maio e Bayramov

All’inizio di ottobre il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio aveva chiamato l’omologo azero Jeyhun Bayramov, esprimendo preoccupazione per gli scontri in corso nell’area e aveva sostenuto la necessità di un “cessate il fuoco immediato”. Una richiesta rinnovata oggi anche dal presidente della Commissione Esteri della Camera, il deputato del Pd, Piero Fassino, che via Twitter ha chiesto di “far tacere subito le armi” per “evitare altre sofferenze e distruzioni”. “UE, OSCE, Gruppo di Minsk - di cui l’Italia è membro - attivino una mediazione e aprano la strada a negoziati”, ha scritto il deputato Dem.

In un’intervista rilasciata in esclusiva al quotidiano Il Giornale all’inizio di ottobre, l’ambasciatore azero in Italia, Mammad Ahmadzada, aveva denunciato come “gli insediamenti e i civili dell’Azerbaigian vicini alla linea del fronte” venissero bersagliati “con artiglieria pesante da parte delle forze armate dell’Armenia”. “Da molti anni - aveva denunciato l’ambasciatore - il mio Paese subisce una grande ingiustizia, l’occupazione del 20 per cento dei nostri territori”. Il conflitto, aveva aggiunto, “è una ferita aperta nel cuore del popolo azerbaigiano, una ferita che potrà guarire solo quando torneremo in quelle terre”.

Escalation nel Nagorno-Karabakh e storia del conflitto

La situazione nella regione contesa del Caucaso meridionale è peggiorata lo scorso 27 settembre, dopo che Armenia e Azerbaigian hanno dato vita a reciproci scontri a fuoco e provocazioni militari lungo la linea di contatto.

L'escalation ha spinto entrambi i Paesi a introdurre la legge marziale e la mobilitazione. Il conflitto nella regione è iniziato nel febbraio del 1988, quando la Regione Autonoma del Nagorno-Karabakh a maggioranza armena proclamò l'indipendenza dalla Repubblica Socialista Sovietica dell'Azerbaigian.

Nell'area è scoppiato un conflitto armato tra il 1992 al 1994, da allora sono stati avviati negoziati per la normalizzazione del conflitto con la mediazione del gruppo di Minsk dell'OSCE, guidato da Russia, Stati Uniti e Francia.

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