12:06 20 Ottobre 2020
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A settembre l'Apsa ha svincolato 45 milioni di euro necessari a pagare l’ultima parte del mutuo di 150 milioni con interessi fino all'8 per cento negoziato con il fondo Cheyne Capital. Proprio i tassi fuori mercato hanno spinto lo Ior a chiedere l'apertura di un’inchiesta

Non si placa la bufera sul palazzo di Sloan Avenue a Londra, al centro dell’ultimo scandalo scoppiato all’interno delle Mura Leonine. Secondo quanto riferisce La Stampa, proprio alcune settimane fa l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), ha sborsato 45 milioni di euro che sono finiti nelle casse della Segreteria di Stato vaticana per pagare l’ultima parte dei 150 milioni necessari a spegnere il mutuo negoziato con il fondo Cheyne Capital, con interessi fino all’8%.

Proprio i tassi esagerati e fuori mercato del prestito, avevano spinto lo Ior, la banca vaticana, a chiedere che fosse aperta un’inchiesta sull’utilizzo dei fondi, in parte derivanti dall’Obolo di San Pietro. 

Con il pagamento di quest’ultima tranche l’immobile, in origine un antico magazzino di Harrods, situato nel cuore della capitale britannica, dovrebbe rientrare nel patrimonio del Vaticano dopo una intricata e dispendiosa vicenda iniziata nel 2013.

A presiedere la sezione Affari generali della Segreteria di Stato, all’epoca c’era monsignor Angelo Becciu, allontanato in questi giorni dal Papa, con la rinuncia alla porpora, per le accuse di peculato. Si decise di investire 200 milioni di euro, in parte provenienti anche dai fondi dell’Obolo di San Pietro, nell’acquisizione del 45 per cento del fondo Athena Global.

I soldi vengono utilizzati per acquistare il palazzo di Chelsea. Nel 2018 al posto di Becciu arriva il venezuelano Edgar Peña Parra, che decide di uscire da Athena perché l’investimento iniziale è in perdita. In più, come ricostruisce il Sole 24 Ore, sull'immobile di Londra, intestato ad una società di Jersey, era stato acceso il mutuo con Cheyne Capital.

Parra, quindi, decide di acquistare l’intero immobile. L’incaricato a concludere l’operazione è Gianluigi Torzi, che fino all’aprile 2019 gestisce la proprietà attraverso la società Gutt. Poi la Segreteria di Stato decide di concludere il contratto di gestione con il broker. L’operazione costa al Vaticano 10 milioni di euro. Dopo di che l’immobile passa alla London SA 60.

Ma a rendere tutto ancora più oscuro e paradossale, è che l’amministratore unico della società che ora controlla l’immobile compare nelle carte dell’inchiesta. Luciano Capaldo, architetto romano con diversi business nella capitale britannica, secondo fonti de La Stampa, sarebbe intervenuto, infatti, proprio nella trattativa per liquidare Torzi – arrestato lo scorso giugno con l’accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, arrivando addirittura a proporre a Peña Parra di utilizzare il fondo per le spese del Papa per pagare al broker 20 milioni di euro di buonuscita.

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