10:42 01 Ottobre 2020
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Ancora una volta il nodo della discordia è la questione del cosiddetto ‘Backstop Irlandese’. Il Primo Ministro Boris Johnson vuole a tutti i costi evitare un confine terrestre rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord, la UE vorrebbe imporlo, i conservatori temono una violazione del diritto internazionale se non verrà rispettato l’accordo.

La questione del cosiddetto ‘Backstop Irlandese’ è sin dall’inizio stato uno dei problemi più seri per la realizzazione effettiva della Brexit. L’Irlanda, intesa come isola, è composta dalla Repubblica d’Irlanda, fermamente nella UE, e l’Irlanda del Nord che fa parte del Regno Unito, che dalla UE deve uscire. Come far convivere due differenti regimi doganali sulla stessa isola senza introdurre un vero e proprio confine fisico che potrebbe rivelarsi complesso da gestire se non pericoloso anche viste e considerate le questioni politiche e i precedenti storici? L’idea proposta da Londra sarebbe stata quella di non creare un confine terrestre in Irlanda ma di mantenere solo uno marittimo. Idea tuttavia, come volevasi dimostrare, non facile da realizzare. Basti pensare alle complicazioni derivanti da due IVA differenti in assenza di un confine fisico tra Irlanda e Irlanda del Nord.

Regno Unito e UE avevano inizialmente sottoscritto un accordo di ‘separazione consensuale’ ma poi, al lato pratico, la questione del Backstop Irlandese è man mano riemersa. Johnson si è reso conto che un confine terrestre fisico e rigido tra le due irlande sarebbe un grave danno e ha annunciato che l’accordo sottoscritto non sarebbe stato rispettato alla lettera limitatamente al contesto irlandese.

Prevedibili le reazione della UE, decisamente contraria, ma non meno problematica si è andata facendo anche la tenuta dello stesso Governo britannico, con i Conservatori che hanno iniziato a premere affermando che il non rispetto di un accordo già sottoscritto avrebbe condannato l’intero Regno Unito ad una pessima figura se non ad una vera e propria violazione formale di diritto internazionale.

In cerca di compromessi multipli e incrociati

Ora Boris Johnson si trova contemporaneamente a dover cercare un compromesso sia con l’opposizione interna dei Tory, che con l’austera rigidità di Bruxelles, nonché con le esigenze del suo elettorato e gli interessi effettivi in gioco nel Backstop irlandese.

Il progetto di legge sul mercato interno del Regno Unito di Boris Johnson ha ricevuto l'autorizzazione iniziale alla Camera dei Comuni con 340 parlamentari a favore e 263 contrari alla legislazione che il Primo Ministro britannico ha proposto come salvaguardia contro l'interpretazione "estrema e irragionevole" delle disposizioni da parte dell'UE dell'accordo di recesso relativo all'Irlanda del Nord.

Si ritiene tuttavia che il Primo Ministro britannico sia pronto per un possibile compromesso con i parlamentari conservatori dalla mentalità ribelle poiché, secondo The Telegraph, voci di corridoio affermerebbero che alcuni passaggi di quella ‘reinterpretazione’ degli accordi potrebbero essere rivisti.

Secondo il quotidiano britannico il Primo Ministro avrebbe incontrato parlamentari di alto livello prima del voto sul disegno di legge sul mercato interno il 14 settembre per assicurarli sul fatto che sarebbero state intraprese azioni per dissipare le loro preoccupazioni.

Un numero crescente di conservatori aveva minacciato di schierarsi con la lunga teoria di membri anziani del Partito conservatore che si oppongono alla legislazione, tuttavia, i “colloqui costruttivi” di Johnson, si ritiene, potrebbero essere riusciti a dissipare i malumori e lasciare via libera al Governo. Non si sa tuttavia quali siano state le rassicurazioni fornite dal Primo Ministro.

Si sta andando verso un ammorbidimento della posizione di Johnson? Oppure al contrario questi è riuscito a portare dalla sua parte i Tory riottosi? Ma a quel punto il braccio di ferro con la UE sarà ancora più inevitabile?

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