03:34 03 Dicembre 2020
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Il 15 agosto 2005 il primo ministro israeliano Ariel Sharon avviò la realizzazione del Piano di disimpegno unilaterale israeliano che prevedeva il distaccamento di Israele dall’Autorità Nazionale Palestinese.

Il Piano prevedeva la rimozione di tutti gli insediamenti ebraici e delle divisioni delle Forze di difesa israeliane dal territorio della striscia di Gaza, nonché l’eliminazione di una serie di insediamenti dalla Giudea e dalla Samaria. Mentre gli israeliani considerano l’accaduto una tragedia nazionale e un grave errore, i palestinesi lo interpretano come un passo verso la creazione di una nazione propria. Testimoni di quegli eventi, israeliani e palestinesi, hanno condiviso i loro ricordi con Sputnik.

Il piano di Sharon

Dopo il fallimento della iniziativa di pace israeliano-palestinese, Ariel Sharon propose di distaccarsi completamente dai palestinesi: eliminando la presenza di tutti gli insediati israeliani dalla striscia di Gaza e innalzando un muro divisorio. Sharon pensava che in questo modo i palestinesi avrebbero potuto costruire una nazione propria su un territorio ben definito, ma questo divenne il pretesto di una pace assai fragile.

Fino all’agosto del 2005 sulla striscia di Gaza vi erano 25 insediamenti israeliani, i Gush Katif, dove vivevano circa 8.000 persone. Quindici anni fa dovettero lasciare per sempre queste terre: gli insediamenti furono rasi al suolo.

“Noi vivevamo qui”

Yedidya Harush viveva nell’insediamento di Arzmona che in conformità al piano di Sharon fu distrutto il 20 agosto. Harush racconta cosa ricorda di quel periodo.

“Fu un anno difficile. Ero alle superiori e i miei genitori avevano appena ristrutturato casa. Eravamo persi: per tutta la vita ci eravamo fidati dell’esercito e a un certo punto vennero a cacciarci dalle nostre case per distruggerle. È stato molto difficile accettare tutto questo. Ricordo di aver partecipato insieme ai vicini e ad amici alle proteste contro la distruzione degli insediamenti, ma senza alcun risultato.

Il mattino del 15 agosto, quando ai Gush Katif cominciarono i primi sfratti e le prime demolizioni, capimmo che non si sarebbe tornati più indietro. Nel pomeriggio del 20 agosto l’esercito e la polizia arrivarono ad Arzmona e ordinarono di lasciare le abitazioni entro 48 ore. Un mese dopo del nostro insediamento non rimase più nulla. È stato incredibilmente doloroso vederli abbattere le nostre cose. Tutti abbiamo pianto.

Il governo non ci ha coperto completamente le spese di trasferimento. Abbiamo potuto costruire una nuova casa solo dopo 10 anni.

Circa l’80% dei cittadini israeliani ritiene che il piano di disimpegno sia stato un errore. Infatti, non ha garantito la pace dato che ha permesso ad Hamas di rafforzare le proprie posizioni a Gaza”.

“Lo scontro ha vinto”

Nel 2005 lo scrittore e ricercatore palestinese Rami Abu Zabid viveva a Gaza, non lontano dai luoghi in cui si trovavano gli insediamenti israeliani. Zabid racconta cosa accadde e perché dopo il disimpegno Hamas rafforzò le sue posizioni.

“Prima della dipartita degli israeliani da Gaza gli scontri non fecero che aumentare il numero di operazioni e attacchi. Allora utilizzavano molto i tunnel e Hamas stava solo cominciando a farsi un nome come forza politico-militare in Palestina. Agivano in maniera repentina e i soldati israeliani non riuscivano a reagire. Penso che gli israeliani se ne siano andati non tanto per assicurare la pace quanto per ragioni di sicurezza.

Hamas e il Movimento per il Jihad Islamico non facevano sentire sicuri gli israeliani di Gaza. Pertanto, questi ultimi decisero di andarsene.

Subito dopo la dipartita degli israeliani, i territori furono densamente popolati dai palestinesi e si riempirono nuovamente di parchi, case e centrali radio e telefoniche. Ma questo non è l’aspetto più importante. Hamas acquisì un’importanza senza precedenti nella striscia di Gaza e l’assenza degli israeliani dal territorio non fece altro che favorire l’aumento degli scontri. Dopotutto, però, si trattava di una conquista piccola ma importante: finalmente Gaza era totalmente palestinese”.

“Con gli israeliani si viveva come si fa in carcere”

Il contadino palestinese Mohammed Al-Astal vive con la famiglia a Dir al-Balah. Fino al 2005 viveva vicino agli insediamenti Gush Katif quando ancora c’erano gli israeliani.

“Va detto che noi palestinesi vivevamo con gli israeliani come se fossimo in carcere. Infatti, ci limitavano ogni spostamento, per ogni viaggio che facevamo dovevamo ottenere l’autorizzazione dall’esercito israeliano. Non avevamo il diritto di costruire un’azienda agricola e di coltivare la terra: molti, infatti, dovevano lavorare per gli israeliani e le loro aziende proprio per questo motivo. Tutto era molto difficile e ci sentivamo per l’ennesima volta prigionieri degli insediati israeliani.

Ricordo che, quando annunciarono il disimpegno degli israeliani di Gaza, ero contento. Finalmente eravamo liberi da loro e potevamo non preoccuparci più per la nostra vita. Finalmente potevamo costruire una casa per la nostra famiglia e occuparci dei terreni. Infatti, quando c’erano gli insediamenti ci toccava vivere in abitazioni di fortuna.

Penso che la decisione di Sharon sia stata in parte legata alla volontà di riappacificarsi con i palestinesi: non sono stati in grado di contenere gli insediamenti e li difendevano inviando continuamente nuovi soldati. È stato più facile eliminarli da Gaza tutti in una volta piuttosto che contenerli per lungo tempo.

Ma negli ultimi 15 anni non è certo stato più semplice vivere a Gaza. Né Fatah né Hamas sono riusciti a garantirci la benché minima sicurezza. Inoltre, nemmeno i conflitti con gli israeliani si sono placati”.

“Abbiamo fermato l’occupazione”

Nel 2005 Fayez Abu Ayta, membro del Comitato rivoluzionario di Fatah, era a capo della municipalità della Autorità Nazionale Palestinese e ha condiviso con noi i suoi ricordi di quel periodo. Ayta sostiene che fu proprio la Autorità Nazionale Palestinese a costringere Sharon ad abbandonare Gaza.

“Per noi allora l’approccio unilaterale di Sharon fu una novità: mentre tentavamo di coordinare in qualche modo l’uscita degli israeliani adottando un approccio bilaterale, ci dissero che le operazioni di disimpegno sarebbero state effettuate senza l’aiuto della Autorità Nazionale Palestinese. Probabilmente, in questo modo volevano gettare discordia tra i movimenti e i partiti palestinesi: dopotutto non avremmo potuto semplicemente appropriarci di quel territorio e gestirlo come volevamo.

Tuttavia, il Piano di Sharon del 2005 fu la logica conseguenza dell’Intifada del 2000. Gli israeliani, in particolare gli insediati, non sopportavano ciò che facevamo. Ma prima del disimpegno di Gaza le Tzahal hanno comunque sparato per l’ennesima volta al quartier generale della Autorità Nazionale Palestinese: probabilmente, a mo’ di monito. Colpiti dalla sparatoria furono anche i ministeri e il quartier generale dei servizi di sicurezza. Volevano lasciare dietro di sé il caos, ma non ci sono riusciti. Abbiamo fermato l’occupazione e ci siamo ripresi la nostra terra”.

“Una bella lezione per Israele”

Nel 2005 Ayub Kara era deputato della Knesset per il partito Likud. Fu uno dei 6 deputati a votare contro il disimpegno di Gaza. Kara sostiene di non aver cambiato opinione in merito.

“Votai contro e inizialmente dicevo che questa operazione non avrebbe portato niente di buono per il Paese e i cittadini. Inoltre, appartengo all’etnia dei drusi, quindi a me il conflitto tra arabi ed ebrei interessa relativamente. Già allora si sapeva che Gaza senza gli israeliani e le Tzahal sarebbe stato terreno fertile per Hamas ed è quello che è successo. Io feci notare che non si sarebbe ottenuta la pace in questo modo e che la situazione non sarebbe che peggiorata, ma non fui ascoltato.

Durante la votazione fui molto sorpreso dai voti dei deputati di Likud: dato che siamo di destra, perché supportiamo una decisione di sinistra? Tuttavia, fu una bella lezione per Israele che gli costò però molto cara. Ora non ci aspettiamo la benevolenza dei palestinesi, ma trattiamo direttamente con gli altri Paesi arabi”.

“Ci hanno legato le mani”

Musheer al-Masry è leader di Hamas e membro dell’attuale parlamento palestinese. Nel 2005 al-Masry era il rappresentante ufficiale del movimento. Racconta come ricorda avvenne il disimpegno di Gaza.

“Quando venimmo a sapere che gli israeliani se ne sarebbero andati, finalmente vi fu la possibilità di unificare nuovamente la striscia: quegli insediamenti erano un ostacolo per le famiglie palestinesi, molti non riuscivano a considerarli normali. Ma a quel punto gli occupanti se ne andarono. Finalmente liberi! Le mani dei palestinesi erano libere e nacquero più possibilità per le basi dei movimenti di resistenza. Gli israeliani amano parlare di un disimpegno volontario. Se l’avversario si fosse sentito a proprio agio, avrebbe pensato a una ritirata, una operazione dopotutto logica. Dunque, significa che il disimpegno dell’area è stato merito della resistenza. E noi abbiamo trovato un senso ai nostri sforzi e siamo diventati ancora più forti. Siamo riusciti a costruire anche più tunnel rispetto a quando c’erano gli insediamenti. E prima o poi riusciremo a conseguire i nostri principali obiettivi”.
“Non siamo andati da nessuna parte”

Nel 2005 Ephraim Halevy era il direttore della Mossad, l’agenzia di intelligence dello Stato di Israele. Dopo la realizzazione del piano di disimpegno di Sharon si dimise poiché si sentiva responsabile dell’abbandono di Gaza.

“Il piano fu un fallimento e io ero contrario. Ma la Knesset decise così, Sharon decise così. Non restava che realizzarlo questo piano. Ma dimenticammo la regola principale della politica, cioè che non si può lasciar andare niente in quel modo, senza avere nulla in cambio. Non ci fu nemmeno una ricompensa in denaro per il disimpegno. Sharon pensava di aver fatto la pace con gli arabi e con la Palestina.

Ma un anno dopo aver abbandonato Gaza, capimmo che Hamas invece non se n’era mai andata. Continuava a rimanere lì e a controllare le nostre terre. Noi invece non ottenemmo in cambio né i territori della Cisgiordania né la pace né la garanzia di una demilitarizzazione di Hamas. Non si poteva fare così.

Ma non possiamo nemmeno dire di aver abbandonato completamente Gaza. No, non siamo andati da nessuna parte. Noi la controlliamo: via mare, sui confini e dall’alto. Non è possibile entrare a Gaza senza passare per i punti di controllo israeliani. Le responsabilità sul territorio sono, tuttavia, ancora in mano ad Hamas e questo ha sensibilmente complicato la vita del nostro esercito. Ma noi continuiamo ad essere presenti sul territorio”.

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