08:37 23 Ottobre 2020
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Lo sviluppo del vaccino russo contro il coronavirus (118)
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La notizia del primo vaccino brevettato al mondo contro il COVID-19 made in Russia ha lasciato molti commentatori occidentali perplessi. Avranno avuto troppa fretta? E’ un azzardo prematuro? Vedremo, quello che è certo, è che in tante altre occasioni i russi si sono fatti soffiare primati alla mano per fin troppa ‘calma’.

Calma, sprovvedutezza, incapacità delle autorità del tempo di cogliere al volo l’occasione, oppure anche solo indifferenza dei geniali inventori verso le gioie e i profitti derivanti dai diritti di brevetto. In alcuni casi è stata colpa semplicemente del fatto che gli scienziati e gli scopritori russi avevano poco seguito all’estero e le loro intuizioni non vennero prese in adeguata considerazione. Fatto sta che, se nel caso del vaccino SputnikV, scienziati e autorità hanno avuto la massima fretta e solerzia nel voler registrare il brevetto, alcuni sostengono fin troppa, in tanti altri casi invece la Russia si è fatta soffiare importanti primati da sotto il naso per l’esatto contrario. Vediamo alcuni esempi piuttosto clamorosi.

La Radio - Popov e quel brevetto perso al fotofinish con Marconi nel 1896

Aleksandr Popov e il nostro Guglielmo Marconi stavano lavorando negli stessi anni e allo stesso progetto, ma da due mondi allora molto lontani.

Prima di loro già altri scienziati avevano scoperto l’esistenza delle radiazioni elettromagnetiche e delle onde radio che viaggiavano nell’aria e che in teoria si sarebbero potute intercettare. I pionieri di questa scoperta erano stati lo scozzese James Clerk Maxwell, teorico nel 1864 dell'elettromagnetismo e della possibilità di inviare segnali attraverso l'etere, e il tedesco Heinrich Rudolf Hertz, che qualche anno dopo ne dimostrò sperimentalmente l'esistenza.

Il mondo scientifico di allora però non riusciva ancora ad intuire le potenzialità di tutto ciò. Marconi da una parte, e Popov dall’altra, avevano invece le idee molto chiare – volevano creare una tecnologia capace di inviare e ricevere segnali radio anche a notevoli distanze.

Tra il 1895 ed il 1896 Popov costruì un ricevitore in grado di captare segnali emessi da lontano e ne dimostrò il funzionamento durante alcuni esperimenti a San Pietroburgo, proprio mentre Marconi faceva in Italia esperimenti simili. Le autorità della neonato Regno d’Italia tuttavia non intuirono il potenziale degli studi di Marconi tanto che il nostro inventore si trovò costretto a trasferirsi a Londra per proseguire i lavori e dove, il 5 marzo del 1896, depositò il brevetto del primo prototipo della radio – proprio poche settimane prima della prima trasmissione ufficiale di Popov.

Inutile dire che i russi sostengano che a inventare la radio (al tempo ancora radio-telegrafo) sia stato per primo Popov, fatto sta che Marconi depositò il brevetto e ne ricevette i benefici, nonché onori e glorie internazionali, mentre Popov morì nel 1906 all’età di 46 anni per una emorragia celebrale, 3 anni prima del Premio Nobel consegnato a Marconi.

Il paracadute a zaino - Gleb Kotelnikov, 1911

In un certo senso si può dire che anche in questo caso la sfida era con un italiano – risalgono infatti al 1485 i disegni di Leonardo da Vinci sul paracadute. È tuttavia fuor dubbio che per tanti secoli l’idea di potersi lanciare nel vuoto ammorbidendo l’effetto gravità grazie ad una resistenza da opporre all’aria rimase solamente una teoria. Il primo paracadute veramente utilizzabile fu quello realizzato da Gleb Kotelnikov – il paracadute a zaino RK-1.

Pare che tutto sia nato dopo che Kotelnikov assistette alla morte del talentuoso pilota russo Lev Matsivich e ne rimase scioccato. Matsievich cadde da un’altitudine di 400 metri dopo che il suo aereo andò in pezzi in quota. Kotelnikov, che per altro ancora non era un ingegnere ma un attore di teatro, si applicò così tanto nella ricerca di un rimedio a simili tragedie che alla fine arrivò all’intuizione ideale, realizzandola con sapiente maestria un paracadute piegato sulla schiena che potesse essere aperto in aria in caso di necessità.

Per la verità nel 1911 Kotelnikov depositò ufficialmente il suo brevetto ma non in Russia, bensì in Francia. Le autorità del tempo, per altro impegnate nelle complesse e delicate questioni storiche interne di quegli anni, non capirono per tempo l’importanza di quella invenzione.

Ci arrivarono tuttavia ben presto, in occasione della Prima guerra mondiale.

Pellicola fotografica - Ivan Boldyrev, 1878

Tutti danno per assunto che la prima pellicola fotografica fu quella realizzata nel 1885 da George Eastman, il fondatore della Kodak. Pochi sanno che in realtà l’inventore russo Ivan Boldyrev ci era arrivato ben 7 anni prima.

Nato da una povera famiglia di cosacchi nella regione di Rostov, Boldyrev si era interessato di meccanica fin da bambino e giovanissimo aveva iniziato a lavorare come fotoreporter a San Pietroburgo.

Ostacolato nel suo lavoro dalle pesanti lastre di vetro fotografiche usate al tempo, pensò di creare un supporto ben più leggero e pratico. La nuova pellicola da lui inventata non era solamente più leggera e facile da trasportare, ma era anche più resistente e funzionale. Anche in quel caso tuttavia la sua innovazione non trovò le giuste attenzioni nella Russia di allora e finì dimenticata. Per quanto riguarda Eastman e la Kodak invece, sappiamo bene come è andata.

Latte in polvere – Osip Krichevskij, 1802

Il medico russo Krichevskij, che a inizio XIX secolo operava nella remota regione della Transbaikalia (destinazione di esilio per detenuti già molto prima di Stalin), si trovava a combattere con le dure condizioni di vita e le difficoltà di rifornimenti. Soprattutto il latte risultava essere uno degli alimenti più salutari e di primaria necessità ma difficile da reperire, nonché velocemente deperibile. Krichevskij quindi si scervellò a lungo per trovare il modo di prolungare la durata di conservazione del prezioso alimento, finché non individuò la tecnologia giusta per far evaporare l’acqua contenuta nel latte e conservare solo le sostante essenziali nutritive riducendolo in polvere.

Alla fine la sua innovazione arrivò all’allora capitale San Pietroburgo ma Krichevskij, come da piece, non fece in tempo a goderne la gloria perché morì prima, nel 1832. In seguito l’invenzione arrivò anche in Europa dove il britannico Grimwade la brevettò. Era già il 1855.

Il quadriciclo - Leonty Shamshurenkov, 1752

Ufficialmente la storia della bicicletta inizia con la Draisina del barone Karl von Drais nel 1817. Si trattava di un carro a quattro ruote azionato a pedali. Dopo di questo apparve nel 1860 a Parigi il velocipede – quella proto-bicicletta con la ruota anteriore ben più grande della posteriore che serviva più che altro da appoggio.

Nel contempo venivano sviluppati i progetti per carri azionati non a pedali ma a motore meccanico, i precursori delle automobili. Anche in quel caso i primi prototipi, Il motore a vapore ed il Carro di Cugnot, non risalgono comunque a prima del 1769.

Pochi sanno che nel 1752, uno modesto contadino autodidatta, Leonty Shamshurenkov, in Russia creava la prima carrozza semovente a quattro ruote azionata a pedali. Una invenzione precursore sia della bicicletta che, per lo meno per aspetto esteriore e intuizione, dell’automobile.

Shamshurenkov per la verità aveva sviluppato l’idea già da tempo ma ci volle almeno un decennio prima che la sua carrozza semovente attirasse l’attenzione dei funzionari statali. Alla fine ricevette da San Pietroburgo un finanziamento e una ricompensa di 50 rubli dell’epoca, che questi investì per ulteriori migliorie come una versione invernale (che oggi potremmo definire coupé) e uno speciale ‘orologio’ per mostrare la distanza percorsa (che oggi potremmo chiamare ‘contachilometri’). Una storia quindi apparentemente a lieto fine, se non fosse che i progressi portati avanti nel frattempo in Europa occidentale, spinti dai maggiori investimenti industriali, soppiantarono le ambizioni del geniale contadino russo che finì completamente dimenticato dalla Storia.

Principio di conservazione della materia - Mikhail Lomonosov, 1748

Quando si parla di ‘Principio di conservazione della massa’, vengono di solito in mente tre cose – il “nulla si crea e nulla si distrugge” della filosofia greca, la ‘Legge di Lavoisier’ (1789) e la famosa E=mc², l’equazione dell’energia di Einstein (1905).

In Occidente ben pochi sanno che il ‘Pincipio di conservazione della massa’, di fatto nella versione moderna, venne per la prima volta delineato da Mikhail Lomonosov nel 1748, ben prima di Lavoisier.

Lomonosov, definito da molti il Leonardo da Vinci russo, fu scienziato, naturalista, linguista, poeta, storico, pittore e mecenate. Proprio come il nostro grande Leonardo, Lomonosov ebbe grandi intuizioni, a nessuna delle quali tuttavia la Storia gli assegnò la paternità di scopritore ufficiale. In alcuni casi proprio perché era talmente avanti con i tempi che alla sua epoca non vi erano i mezzi materiali per trasformare l’intuizione in dimostrazione scientifica.

Chirurgia militare – Nikolaj Pirogov, XIX secolo

Nikolaj Pirogov fu un grande medico, scienziato, pedagogo, anatomista e inventore russo. È considerato il fondatore della medicina militare. Fu il primo chirurgo ad utilizzare gli eteri come anestetici, inventò diversi tipi di operazioni chirurgiche e sviluppò una propria tecnica di utilizzo di calchi in gesso per il trattamento di fratture delle ossa. In Russia è un eroe nazionale.

Pirogov costruì la sua straordinaria esperienza sui campi di battaglia, affinando le sue conoscenze e dando adito alla sua creatività soprattutto durante la Guerra di Crimea dal 1854 in poi e divenendo protagonista della strenua difesa durante l’assedio di Sebastopoli.

Dopo la Guerra di Crimea tornò a San Pietroburgo (1856) per dedicarsi all’insegnamento e sostenere l’educazione dei poveri e delle donne. Istituì anche una clinica per contadini. Ma non fece mai in tempo, e forse neppure volle, godersi gli allori. Quattro anni dopo era già di nuovo sui campi di battaglia. Nel 1862 curò persino Giuseppe Garibaldi per la ferita al piede rimediata sull’Aspromonte e fu su campi di battaglia della guerra franco-prussiana del 1870 con la Croce Rossa russa. Infine lo ritroviamo nella guerra russo-turca del 1877 ancora ad anestetizzare, amputare, operare, ingessare, lenire soldati e istruire infermiere e assistenti. Non fece in tempo a tornare a casa per il meritato riposo che nel 1881 moriva per un’ulcera al palato all’età di 71 anni. Non brevettò mai nulla, passò semplicemente la vita a salvare altre vite.

Nulla da stupirsi quindi se per una volta, con il coronavirus e il loro SputnikV, i russi abbiano voluto ‘accelerare’ un tantino i tempi.

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